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Estero
Cosa significa lo stop di Trump all'immigrazione dai "paesi del Terzo mondo"
Ieri 28-11-25, 19:52
Come prevedibile, la sparatoria che nella giornata di mercoledì scorso ha portato all’uccisione e al ferimento grave di due reclute della Guardia Nazionale a Washington D.C. da parte di un rifugiato afghano ha portato Donald Trump a restringere ulteriormente le maglie dell’immigrazione. Come sempre usa un linguaggio contraddittorio in un luogo tutt’altro che istituzionale, ovvero la sua pagina personale su Truth Social dove ha annunciato “una pausa permanente” dell’immigrazione dai “paesi del Terzo mondo”. In una lunga tirata dove ha tempo anche di insultare il governatore del Minnesota Tim Walz, già candidato alla vicepresidenza lo scorso anno, e la deputata di origini somale Ilhan Omar “probabilmente in modo illegale”, entrambi responsabili delle “gang somale” che, secondo il presidente, avrebbero preso il controllo delle città dello stato confinante. Immigrazione che, secondo lui, sarebbe responsabile anche “delle scuole cadenti”. La legge nel mirino è quella del 1965, l’Immigration and Nationality Act, voluta inizialmente dal presidente Kennedy nel 1963 in ossequio a una promessa elettorale e approvata due anni più tardi da Lyndon Johnson. Ovviamente le premesse, nemmeno a dirlo, sono false. Le gang non stanno mettendo a ferro e fuoco i centri urbani del Minnesota, ma è comunque sufficiente come motivazione per appagare la sua base, in linea con la bufala dei migranti haitiani “che mangiano cani e gatti” diffusa durante la campagna elettorale dello scorso anno. In attesa di cambiare la legge, processo per cui la seconda Amministrazione Trump mostra poco interesse in generale, preferendo l’uso di decreti esecutivi che spesso vengono annullati qualche tempo dopo da un giudice federale, il direttore dello U.S. Citizenship & Immigration Service (Uscis) Joseph Edlow ha detto giovedì che ci sarà “un attento e rigoroso riesame” di ogni possessore di Green Card proveniente da “ogni paese che causi preoccupazione”. Edlow ha chiarito in una nota che le nazioni coinvolte sono quelle già inquadrate nella proclamazione presidenziale dello scorso 4 giugno intitolata “Restrizione dell’ingresso per gli stranieri per proteggere gli Stati Uniti dai terroristi”. La chiusura sarà totale per l’Afghanistan, la Birmania, il Ciad, la Repubblica del Congo, la Guinea Equatoriale, l’Eritrea, Haiti, l’Iran, il Sudan, lo Yemen e ovviamente la già citata Somalia. Ci sono restrizioni parziali anche per le persone provenienti dal Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela. Il capo dell’Uscis ha poi specificato su X che “il popolo americano non pagherà il prezzo delle scriteriate politiche di ricollocamento della precedente Amministrazione”. Insomma, ancora una volta, tutta colpa di Biden. La soluzione viene citata in fondo al post di Trump e suona molto familiare alle destre estreme europee: remigrazione. Già adesso è attivo un programma di “deportazione volontaria” che prevede un viaggio di sola andata gratuito e un bonus di uscita di mille dollari. Di sicuro l’uso del termine serve anche come “virtue signaling” a una base che nelle scorse settimane si è divisa sulla politica estera e sul sostegno a Israele in modo piuttosto veemente. Infine, data la nazionalità dell’attentatore di Washington, termina all’istante il programma di sostegno ai collaboratori delle forze armate americane durante il ventennio di occupazione dell’Afghanistan, ultima pugnalata alle spalle per chi era già stato abbandonato durante gli accordi presi con i talebani durante la prima amministrazione di Donald Trump e il ritiro precipitoso avvenuto durante il primo anno di presidenza di Joe Biden. Non è chiaro quante siano le persone coinvolte né forse l’Uscis ne ha piena contezza. Però queste nuove chiusure non ricordano solo le politiche d’ingresso degli anni ’20 del Novecento, dove venivano privilegiati i migranti dal Nord Europa, ma anche una legge che proibiva l’ingresso di tutti i cittadini cinesi, il Chinese Exclusion Act, avvenuto durante la Gilded Age, un periodo che Trump ha già descritto in passato come ideale, fatto di razzismo sistemico con la segregazione negli Stati del Sud e un potere indiscriminato della classe dei “baroni” dell’industria. L'america “Great Again” che lui immagina quindi dovrà allontanare milioni di persone. E questo già era noto da gennaio.
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