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Il presidente dello Human Economic Forum presenta il modello dei crediti sociali, un nuovo parametro per misurare l'impatto umano dello sviluppo
Oggi 29-11-25, 10:27
Il 9 e 10 dicembre alla Camera dei deputati lo Human Economic Forum (HEF) presenta ufficialmente il modello dei crediti sociali, un nuovo parametro pensato per misurare l'impatto umano dello sviluppo, affiancando agli indicatori economici tradizionali elementi come dignità, relazioni, coesione e benessere immateriale. La due giorni si articola in due momenti chiave: il 9 dicembre, a Palazzo San Macuto, con il focus su “Cosa accade all'anima nell'era dell'intelligenza artificiale?” e il 10 dicembre, nella Sala della Regina, con la plenaria dedicata a “Le fondamenta etiche ed economiche di una nuova civiltà”. A parlarne Vincenzo Naschi, presidente dello Human Economic Forum. In che modo il modello dei crediti sociali si propone di integrare o superare gli indicatori economici tradizionali? Il modello dei crediti sociali non vuole sostituire gli indicatori economici tradizionali: vuole completarli. Oggi possiamo misurare quasi tutto — consumi, produttività, Pil — ma non abbiamo strumenti adeguati per misurare l'impatto delle politiche economiche, delle tecnologie e delle trasformazioni sociali sulla qualità della vita umana. I crediti sociali servono proprio a questo: a capire come decisioni pubbliche e private incidono sulla dignità delle persone, sulla qualità delle relazioni, sulla coesione delle comunità. È una nuova visione, che affianca i parametri economici con un indicatore altrettanto strategico: la salute sociale dei territori. Quali sono i vantaggi di una misurazione del benessere basata su dignità, relazioni, coesione e partecipazione? Chiediamo a imprese, enti e decision makers una cosa semplice: quanto siete leali verso la comunità che vi ospita? Per rispondere, misuriamo in modo oggettivo se le loro scelte aumentano o riducono fiducia, dignità e resilienza delle persone. E questo si traduce in indicatori concreti, come: aumento dell'occupazione stabile; riduzione della precarietà; investimenti nelle competenze dei lavoratori; tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale; contributo alla vitalità sociale del territorio. Una misurazione di questo tipo produce un vantaggio immediato: riporta l'attenzione sul benessere reale delle persone, non sugli indicatori astratti. Che tipo di impatto concreto potrebbe avere questo modello nelle politiche pubbliche italiane ed europee? Il primo passo è definire standard chiari. Così come la CO₂ misura l'impatto sull'ambiente, allo stesso modo serve una metrica condivisa per misurare i crediti sociali. Il nostro obiettivo oggi è avviare un dibattito pubblico — in Italia e in Europa — che porti alla definizione di una tassonomia sociale: uno strumento istituzionale e riconosciuto che permetta di valutare il contributo di imprese e istituzioni alla coesione sociale. Se adottato dalle politiche pubbliche, questo modello può diventare: un parametro per l'accesso agli incentivi; un criterio per gli investimenti pubblici e privati; un indicatore per valutare l'impatto delle tecnologie emergenti. In sintesi: una leva per rimettere l'uomo al centro delle decisioni economiche. Come si garantisce che i crediti sociali non diventino uno strumento di controllo, ma di valorizzazione umana e qual è la differenza tra crediti sociali e altri sistemi di valutazione sociale proposti nel mondo? La nostra visione parte da un principio radicalmente diverso. I nostri crediti sociali non valutano i cittadini, non monitorano la loro vita, non danno punteggi alle persone. Valutano le imprese. Misurano la loro moralità operativa sul territorio: quanto sono leali verso la comunità che le ospita, quanto investono nelle persone, quanto generano valore sociale — oppure, al contrario, quanto lo distruggono. È un ribaltamento totale rispetto ai sistemi proposti in altre parti del mondo. Non è il lavoratore o la famiglia che deve preoccuparsi: deve preoccuparsi chi prende incentivi pubblici e poi chiude stabilimenti, delocalizza, crea disoccupazione e si limita a un comunicato stampa di circostanza. Il nostro modello non controlla le persone: responsabilizza il potere economico.
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