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Economia e Finanza
Mediobanca, i pm all'assalto del governo
Oggi 29-11-25, 09:27
La vicenda della scalata di Mps a Mediobanca finita nel mirino della procura di Milano per manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza è lunga, complessa e piena di tecnicismi. Difficile fare sintesi e trarre conclusioni. Però alcuni punti fermi ci sono. Il primo riguarda il Montepaschi. A inizio 2017, con oltre 5 miliardi dei contribuenti, l’allora ministro dell’Economia nei governi Renzi-Gentiloni, Pier Carlo Padoan, ora guarda caso presidente di Unicredit, raccolse i cocci della banca senese e l’avviò su un percorso di disperazione e sofferenza. Nel 2024, dopo i tentativi a vuoto di diversi governi e diversi manager, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e l’ad Luigi Lovaglio sono riusciti non solo a rimettere la banca sui binari e a recuperare attraverso tre collocamenti di capitale sul mercato molte delle risorse pubbliche bruciate precedentemente, ma a darle la forza di conquistare il salotto buono della finanza italiana, quella Mediobanca gestita da decenni da Alberto Nagel come un fortino, in barba ai soci industriali che mettevano il grano. Il secondo punto riguarda il ramificatissimo sistema di controllo di tutte le operazioni finanziarie. Dopo i pasticci compiuti nell’era dei furbetti del quartierino, Ricucci, Fiorani, Coppola, & C, la vigilanza è diventata occhiuta e severissima. L’operazione Mps-Mediobanca ha superato senza problemi il vaglio di Bce, Bankitalia, Consob, Antitrust. Possibile che i super esperti delle authority siano stati presi per il naso dal terribile duo Caltagirone-Milleri, che sotto gli occhi di tutti avrebbero orchestrato un fenomenale raggiro? Ai danni, poi, non si sa bene di chi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45169138]] Già, perché se la tesi della procura fosse vera, ad essere gabbati sarebbero tutti gli investitori di Piazzetta Cuccia, di Mps e anche delle Generali (controllata anche qui per decenni da Nagel con solo il 13% delle quote). Gli stessi investitori, tra cui moltissimi fondi internazionali che pensano solo, legittimamente, a non bruciare il denaro dei loro soci, che qualche anno fa, di fronte allo stesso duo Caltagirone-Milleri che tentava di far valere il peso dei propri capitali nell’azionariato del Leone, decisero di confermare la loro fiducia alla lista del cda appoggiata da Nagel che puntava alla riconferma di Philippe Donnet come capo delle Generali. Per battere il terribile duo, allora Mediobanca prese in prestito delle azioni poco prima del voto. Mossa scorretta? Gioco sporco? Secondo molti esperti di diritto finanziario la mossa era discutibile, ma nessuna toga si mosse per vederci chiaro. Ma il punto è un altro: nessun investitore si è fatto troppi problemi, lo scorso autunno, ad appoggiare l’Ops di Mps su Mediobanca. La tesi dei magistrati è che l’ad di Siena Lovaglio si sarebbe fatto forte di un pacchetto del 35% già in mano per conquistare Piazzetta Cuccia. Ma alla fine all’offerta hanno aderito l’86% dei soci di Mediobanca. Tutti fessi o ingannati i possessori di quel 50% di azioni mancante? Oppure sono state viste delle opportunità di crescita e di sviluppo in quell’Ops? Infine, c’è la questione dei tempi. Se è vero che l’operazione su cui i pm stanno focalizzando le indagini è la cessione del 15% di Mps a Milleri, Caltagirone e Bpm-Anima avvenuta nel novembre del 2024, da allora è passato più di un anno, l’operazione è andata in porto, i risparmiatori hanno allocato le proprie risorse. Perché attendere così tanto prima di effettuare le perquisizioni di giovedì scorso e di far saperei, tra l’altro via Corriere della sera (come ai vecchi tempi di Tangentopoli) e a Borse aperte (giovedì Mps ha bruciato il 4,6% e ieri se n’è andato un altro 2,12%), che invece di un’operazione di mercato si è trattato di un grande complotto? La citazione del compianto Andreotti è abusata, ma ciò non toglie che a pensare male qualche volta ci si azzecca. Basta leggere i giornali “non governativi” di ieri per capire che uno degli obiettivi della magistratura siede a Via XX Settembre. Le stesse carte della procura del resto, lo confermano. Benché «organizzata in modo da apparire come una gara competitiva e trasparente», la cessione del 15% di Mps «fu costruita in modo tale che risultassero acquirenti i soggetti che avevano condiviso e che avrebbero beneficiato del progetto di controllo di Mediobanca». Insomma, gli esecutori materiali sono Delfin e Caltagirone, ma i mandanti si trovano a Palazzo Chigi. E, come dice Luigi Ferrarella sul Corsera, Giorgetti non è indagato «solo perché la procedura accelerata» per la vendita delle quote di Siena, «non può essere ritenuta gara pubblica». Ora, ammettiamo che il governo sia colpevole. Di cosa? Di aver fatto tornare redditizia una banca che drenava dal 2017 valanghe di soldi pubblici? Di aver ceduto quote di un istituto pubblico a soggetti imprenditoriali italiani ritenuti in grado di rilanciare l’attività? Di aver tutelato il risparmio come prevede la Costituzione? Sarà un caso, ma il fulmine su Mediobanca arriva proprio nei giorni in cui la Corte dei conti sgambetta il progetto del Ponte sullo Stretto e poco dopo che da Bruxelles è stata avviata la procedura d’infrazione sul golden power, norma scritta da Draghi ma che il governo avrebbe usato per salvare Bpm da Unicredit. Unire i puntini non è mai un esercizio inutile.
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