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Cultura e Spettacolo
La lezione ignorata di Croce: "Ragazzi, bisogna crescere"
Oggi 23-10-26, 13:50
Benedetto Croce amava dire che l’unica cosa che i giovani devono fare è invecchiare. Era un paradosso, e anche per molti aspetti una boutade, ma il filosofo napoletano intendeva combattere non i giovani in quanto tali bensì la retorica giovanilista che li porgeva come su un piedistallo e ne portava a modello l’energia e la forza vitale, la spregiudicatezza e la capacità di innovare. Ma era veramente così? Il loro non era forse velleitarismo, demagogia, confusione mentale e morale? Vera forza e creatività non era forse quella dell’uomo maturo, che sa discernere e agire di conseguenza, che alle passioni forti oppone la calma e la visione equilibrata delle cose del mondo? Gli strali di Croce erano diretti verso coloro che sono sempre pronti a giustificarli e a non farli impattare con le difficoltà della vita, che sole fanno crescere e diventare maturi: a chi non li vuole responsabili delle loro azioni, anche le più ingiustificate. Ed erano dirette ai giovani stessi, i quali cercano a volte scorciatoie per affermersi nella vita senza impegnarsi e lavorare. «Mi ascolti, lavori!», era la raccomandazione che paternalisticamente rivolgeva ai tanti di loro che gli si rivolgevano per via epistolare. Con queste sue idee, Croce si poneva controcorrente rispetto al suo tempo, che esaltava le avanguardie, la guerra rigeneratrice, la violenza rivoluzionaria (si pensi a Sorel), la novità a tutti i costi. Un unico filo rosso collega le accuse di irrazionalismo rivolte ai giovani letterati che animavano le riviste primo-novecentesche, ai Papini e ai Prezzolini, ai futuristi, agli allievi della “scuola romana” di filosofia creata da Giovanni Gentile (che a suo dire ripetevano come «pappagalli», e senza riflettere, le idee del maestro). È però con l’avvento del fascismo, con il mito della “giovinezza” celebrata dal Duce e dai suoi, che la critica di Croce assume un rilievo direttamente politico. Non è un caso che i totalitarismi coltivassero questo culto: il giovane, non essendosi ancora formato nella tempra e nel carattere morale, è facilmente plasmabile, può essere indottrinato e può quindi rappresentare il prototipo dell’ “uomo nuovo” che si vuole costruire. Se i fascisti in un loro noto inno esaltavano la giovinezza come «primavera di bellezza», Croce ricordava che gli anni giovanili non sono affatto i più lieti, ma sono pieni di infelicità e dolori, che non si ha nemmeno la capacità di metabolizzare e guardare con distacco come solo può fare l’uomo maturo. Croce fu quindi anche molto fermo quando, caduto il fascismo, si tentò di continuare quelle politiche a favore di giovani che considerava uno dei peggiori lasciti del regime. «L’unico diritto dei giovani, e dovere assieme - ribadiva nel 1944 in una pagina del diario - è, semplicemente, di cessare di essere giovani, di passare da adolescenti ad adulti; e a questo passaggio, a questa ascesa, bisogna esortarli, a questa prepararli, in questo aiutarli, e non già darsi ad accrescere l’èmpito, l’irriflessione e la baldanza loro, che sono certamente difetti naturali e perdonabili a quell’età, ma per ciò stesso non debbono essere artificialmente coltivati se il compito di quell’età consiste invece, unicamente, nell’andarli superando». Ai giovani, tentati dai “cattivi maestri”, tentò allora egli stesso di dare il buon esempio con la fondazione di una scuola di alta formazione culturale in un’ala della sua abitazione. Conversando coi borsisti dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici che fecero accesso ai corsi, egli fu chiaro: «Si suol discorrere oggi, tra i tanti altri e gravi problemi che ci premono, del “problema dei giovani”. Orbene, mi permetterete di dirvi che questo problema non esiste, perché la giovinezza è un fatto e non è un problema». E «i giovani non possono avere altro fine che di maturarsi a uomini, di preparare il loro avvenire di uomini».
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