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HuffPost (noto fino al 2016 come The Huffington Post) è un blog e aggregatore statunitense fondato nel 2005 ed in breve tempo diventato uno dei siti più seguiti del mondo. L'edizione italiana di The Huffington Post ha debuttato il 25 settembre 2012, realizzata in collaborazione tra l'Huffington Post Mediagroup e il Gruppo Editoriale L'Espresso. Dal maggio 2017 anche l'edizione italiana ha modificato la testata in HuffPost, la stessa dell'edizione statunitense.
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Economia di guerra? Perché la crisi COVID-19 è veramente diversa
Oggi 07-04-20, 15:40

Economia di guerra? Perché la crisi COVID-19 è veramente diversa

“Economia di guerra”. L’espressione è stata evocata più volte in queste settimane nel dibattito sui provvedimenti economici per gli effetti del COVID-19, metafora della lotta contro un nemico subdolo come il Coronavirus. Perché questo paragone? La situazione è molto grave, ma per quale motivo non può essere assimilata ad altre (pur gravi) vissute recentemente? Anche quella del 2007-2008, durata tanti anni, ha avuto effetti economici molto drammatici (pur senza una diretta perdita di vite umane).No, quello che sta accadendo oggi è molto diverso e per tante ragioni. In genere quando c’è una crisi economica la causa – il cosiddetto shock – riguarda la domanda complessiva (di famiglie e imprese): c’è prodotto ma sono i consumatori a non acquistare e le imprese a non voler investire; oppure l’offerta complessiva è ridotta per vincoli alla produzione, c’è chi vuole comprare ma non c’è prodotto.Ma l’attuale emergenza economica è - dal punto di vista macroeconomico – contemporaneamente crisi di domanda e di offerta, in termini “spicci” non si può comprare e non si può produrre, e in più è accompagnata da una fortissima incertezza (diciamo pure vera e propria paura) che fa rinviare acquisti e investimenti. È la prima volta che una situazione del genere si diffonde contemporaneamente e violentemente in tanta parte dell’economia globale:Contemporaneità di crisi di domanda, di offerta e incertezza, fanno sì che il mercato, in qualsiasi accezione lo vogliamo considerare, non riesce a (e non può più) funzionare. Non è più un riferimento per uscirne!La crisi oggi è “simmetrica” (praticamente si sta estendendo a tutti i paesi del mondo) e rapidissima nella diffusione. Nel passato le crisi si espandevano “ad onde”, con una rapidità di “contagio economico” molto minore dell’attuale (solo negli USA in una settimana si sono persi 3,3 milioni di posti di lavoro e la borsa di New York in un mese ha ceduto circa il 30% della capitalizzazione). Nel frattempo (come è stato proprio per gli USA dopo il 2008) alcuni paesi potevano uscirne prima e, tramite il commercio internazionale, cominciavano a fare da volano per la crescita. Ma ora non è più così!Infine, a differenza della maggioranza delle crisi del passato, innescate dalla finanza, adesso lo shock congiunto di domanda-offerta sta contagiando la struttura finanziaria perché le banche – spesso ancora appesantite – sono coinvolte in prestiti ad imprese non più in grado di far fronte alle loro obbligazioni. Allora parlare di economia di guerra, pur senza che ce ne siano le tipiche caratteristiche, significa evocare una situazione eccezionale e di emergenza, sottolineando la necessità di un approccio svincolato, almeno per un po’, dall’idea secondo cui “passata la nottata” il mercato rimetterà le cose a posto.Vuol dire non demonizzare una spesa pubblica in forte deficit per fronteggiare questa inedita emergenza, adottare provvedimenti straordinari per dare liquidità immediata a imprese e famiglie (in coerenza con lo shock produzione-consumi-investimenti, magari con restituzione molto differita nel tempo), ma soprattutto rilanciare una presenza pubblica più attenta (e perché no anche più diretta) nella gestione dell’economia di mercato.Economia di guerra significa infine anche recuperare e aggiornare alcune lezioni della storia (pure del nostro Paese) che dimostrano, come il titolo del libro di Mariana Mazzucato, che l’intervento dello Stato può essere anche innovatore, con azioni intenzionali di politica industriale, e non serve solo a sanare le cattive gestioni di imprese del passato! Certo vanno definiti con attenzione i processi di governance e le procedure di accountability.E allora vengono alla mente le parole di John Maynard Keynes: “Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”. Magari da questa drammatica situazione può venirne “qualcosa di buono” per legittimare un diverso intervento pubblico nell’economia.
L’importanza del parto rispettato e sicuro in questi tempi
Oggi 07-04-20, 15:39

L’importanza del parto rispettato e sicuro in questi tempi

In Italia migliaia di donne sono attualmente in gravidanza ed ogni giorno nascono circa 1200 bambini. Si continua a nascere a pieno ritmo anche durante la pandemia che è riuscita a fermare paesi, economia e viaggi ma non ferma le donne e i nascituri. Le donne affrontano il travaglio, il parto e il puerperio in questo periodo di restrizioni e quarantene potendo contare su due risorse fondamentali: le loro risorse innate e le ostetriche.Le risorse innate sono proprie di tutte le donne e sono presenti a dispetto di quel che accade intorno. Occorre poterle tirare fuori, nonostante ciò che sta accadendo intorno. Questa arte maieutica compete alle madri e a chi sta loro accanto. La vicinanza di persone fidate, empatiche e competenti permette di vivere un’esperienza di gravidanza parto e puerperio pienamente soddisfacente e gratificante anche in questa circostanza complessa.Gli ostacoli principali che le donne possono incontrare durante il parto e il puerperio sono di tipo psicologico e psicosociale ed hanno a che fare con insicurezza, paura, solitudine, sensazione di non essere comprese nei propri bisogni ed estraneità dell’ambiente circostante.Poter contare sulla presenza del partner e di operatori competenti dal punto di vista relazionale aiuta sempre, ma ancora di più in situazioni di emergenza, come quella che stiamo vivendo adesso. Da settimane siamo immersi in una condizione di allerta di cui ancora non vediamo la fine, c’è molta confusione su ciò che sarà e tutto è incerto. Tutto, ma non la consapevolezza che arriverà il momento del parto e ci sarà un neonato da accudire.Viene chiesto ai cittadini e alle cittadine di fronteggiare questa emergenza in modo responsabile e vigile sacrificando qualcosa in nome della sicurezza propria e altrui. Questa richiesta, comprensibile sul piano razionale, non risponde in pieno ai bisogni psicologici e psicofisici delle donne in gravidanza e in puerperio, costrette a tutta una serie di cambiamenti di programma e a ripensare il consolidato immaginario relativo al parto.Le madri hanno bisogno di sentirsi protette per poter attingere alle loro risorse, e hanno bisogno di informazioni chiare ed esaurienti per potersi organizzare al meglio delle loro possibilità. Nel nostro paese le informazioni su parto e puerperio viaggiano a due velocità distinte: chiare, veloci ed uniformi le informazioni sulla salute fisica, lente e piuttosto disomogenee le informazioni, altrettanto necessarie, relative al momento del parto e del rientro a casa.L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha diffuso alcune sintetiche informazioni sui diritti del neonato e della donna in gravidanza, durante il parto e nel puerperio, sottolineando che è necessario mantenere alta l’attenzione anche sulla loro salute psichica e sociale. Anche durante la pandemia la salute della madre e del bambino deve continuare ad essere lo scopo primario dell’assistenza. Anche quando la madre è COVID positiva.Un dettagliato position statement stilato dall’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, La Goccia MagicaOdv e CiaoLapoApsEts ha ripreso i documenti di OMS e di altre agenzie internazionali sottolineando l’importanza dell’assistenza rispettosa alla maternità e nascita e la necessità di strategie organizzative mirate al fine di garantire i migliori esiti di salute della madre e del bambino.L’assistenza rispettosa alla maternità include il rispetto e la dignità, la possibilità di avere una persona di fiducia a fianco, la comunicazione chiara da parte del personale sanitario, la corretta gestione del dolore, la libertà nel movimento, la non separazione del neonato dalla madre, la possibilità di allattare.La Regione Emilia Romagna ad oggi è l’unica regione italiana ad avere strutturato un piano regionale uniforme per l’assistenza rispettosa alla gravidanza e al parto durante la pandemia; le altre Regioni non si sono ancora pronunciate, lasciando di fatto ogni azienda libera di organizzarsi autonomamente e seguire o non seguire le indicazioni dell’OMS, quando sarebbe opportuna, oggi più che mai, un’uniformità di cura e di care. Un plauso sentito alle molte aziende ospedaliere che in questi giorni di incertezza e angoscia diffusi hanno scelto come certezza da cui ripartire il rispetto delle donne e dei neonati. Grazie.
Chi saremo la prossima Primavera?
Oggi 07-04-20, 15:25

Chi saremo la prossima Primavera?

Incastrato dentro questa emergenza globale tanto complicata, difficile e incerta, c’è il viaggio dentro casa che ognuno di noi è costretto a fare. Si esce solo per necessità, per proteggere se stessi e per proteggere gli altri dal Covid-19. Una storia unica e irripetibile che solo la scienza potrà cambiare, insieme alla professionalità e allo sforzo che fanno ogni giorno i medici, gli infermieri e lo staff degli ospedali.In tutto questo a nessuno è chiesto di essere ottimista ad ogni costo. Ci svegliamo un giorno perplessi e quello dopo speranzosi. E’ la naturale tempesta emotiva di questo marzo 2020 fatto di vulnerabilità, fragilità, paura. Ma nonostante ciò, l’Italia ha reagito aggrappandosi con tutta se stessa alla creatività, alla musica, alla solidarietà, al senso di comunità. Oltre che al lievito di birra. Capite bene perché il successo di una ricetta può avere un’importanza straordinaria in un momento così delicato.E’ anche questo un modo di reagire. Promettere a sé stessi di impegnarsi a fare il pane da soli, vederlo lievitare e poi diventare croccante è il nostro pensiero positivo. Un semplice, profumato e gustoso “happy thinking”. Come può esserlo immaginare di mangiare un gelato al parco appena possibile (anche se con la mascherina addosso sarà dura poterlo fare). In Inghilterra la situazione è un po’ diversa e la giornalista Barbara Serra, in un suo articolo su questo stesso blog, dice che a rassicurare gli inglesi in questo terribile momento è la Regina Elisabetta che lancia un segno di speranza quando cita la canzone di Vera Lynn del 1939, “We’ll meet again” (Ci rivedremo ancora). Ascoltarla fa bene anche a noi. Magari mentre prepariamo qualcosa di buono e impariamo a diventare noi stessi a partire da casa nostra. La domanda la conosciamo già: “Chi saremo la prossima primavera?”.
Scudo non necessario e non richiesto
Oggi 07-04-20, 15:21

Scudo non necessario e non richiesto

Tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento hanno presentato emendamenti per esonerare retroattivamente dalle conseguenze penali, civili, amministrative e contabili (cioè da tutte quelle possibili) manager, amministratori e dirigenti delle strutture sanitarie pubbliche e private dalle conseguenze degli atti da essi compiuti (o non compiuti) nel corso di tutto il periodo dell’emergenza Coronavirus.In altre parole, gli stessi che in alcuni casi hanno mandato allo sbaraglio gli operatori sanitari privi di presidi di protezione e delle istruzioni necessarie a proteggere se stessi e gli altri dai pericoli di contagio, avrebbero accomunato in tal modo, responsabilità completamente diverse: quelle gestionali di chi è effettivamente colpevole per non essersi attivato in tempo per acquisire le risorse necessarie e per fornire le istruzioni da seguire, e quelle professionali di chi ha combattuto sul campo, peraltro a mani nude.L’aver accomunato queste due diverse categorie non è un caso, ma un preciso espediente per sfruttare a vantaggio dei responsabili politici e amministrativi l’enorme popolarità che i medici in prima linea in questa battaglia hanno meritatamente acquisito e contrabbandare un generalizzato esonero da responsabilità come un premio per gli sforzi compiuti da questi ultimi.Ebbene, medici ed infermieri non hanno alcun bisogno di tali presunti regali, ma anzi in tutta Italia i loro ordini professionali hanno vigorosamente contestato questo “scudo”, giudicandolo crudele e offensivo ed evidenziando che in questo modo si premiavano proprio gli eventuali responsabili delle decine di persone tra medici e infermieri deceduti in questi giorni (ad oggi oltre 80 Medici e 25 Infermieri).Del resto, è evidente a tutti che già ora, a prescindere da ogni nuova norma, le particolari condizioni con cui gli operatori sanitari hanno dovuto fare i conti (turni massacranti, limitatezza se non assenza di presidi di protezione individuale, scarsi posti nelle terapie intensive, scarsa conoscenza della nuova infezione, assenza di percorsi dedicati ai pazienti sospetti Covid, ecc.) farebbe comunque valutare con minor rigore la loro colpa professionale, poiché non è umanamente esigibile che un sanitario che abbia svolto 12 ore di turno in una struttura più simile ad un girone dell’inferno che ad un ospedale, possa conservare in ogni momento la stessa lucidità e non potendosi ritenere responsabile chi, per esaurimento dei posti in Terapia Intensiva (TI) abbia dovuto compiere scelte tragiche tra chi ammettere in TI, sulla base del criterio che si interviene su chi ha più concrete possibilità di salvarsi.In tutti questi casi e in molti altri, in cui la realtà dell’emergenza non consentiva di operare in condizioni normali, gli operatori sanitari, è bene chiarire, non potrebbero comunque essere ritenuti responsabili, già sulla base della legislazione vigente. Semmai, per aiutare gli operatori sanitari nei casi in cui possano venire coinvolti in azioni di responsabilità strumentali, potrebbe essere utile prevedere l’obbligo, delle amministrazioni di appartenenza, di sostenere le spese legali necessarie a difendere il personale, salva eventuale rivalsa allorchè emergessero effettive negligenze.Ma prima di tutto occorre che il personale sanitario: 1) sia dotato di dispositivi di protezione realmente efficaci a difendere se stessi e gli altri; 2) sia sottoposto sistematicamente a test per verificarne laeventuale positività ed evitare così che gli ospedali diventino focolai di diffusione del virus. I medici e gli infermieri, come detto, nella gran parte dei casi, non hanno bisogno di alcuno scudo, avendo a difenderli la propria professionalità ed essi stessi hanno tutto il diritto di perseguire i responsabili, coloro che li hanno lasciati soli e senza strumenti, i quali invece resterebbero impuniti da queste aberranti proposte di scudo.Il rispetto che si deve a dei professionisti che hanno pagato anche con il supremo sacrificio l’adempimento del proprio dovere, rende inaccettabile una norma che costituirebbe un premio proprio per chi, invece, il proprio dovere lo ha colpevolmente ignorato.
Il Regno Unito scopre la cassa integrazione
Oggi 07-04-20, 15:19

Il Regno Unito scopre la cassa integrazione

“Furlough”: è questo il termine che nel Regno Unito abbiamo imparato a conoscere nelle ultime settimane. È la “cassa integrazione” britannica, o per lo meno quanto di più simile si sia mai visto, in un paese il cui il sistema di welfare, benché ricco di (non sempre altrettanto ricchi) benefici, non ha mai previsto nulla di simile a ciò che c’è in Italia.Di recente, tra messaggi di amici e mail di lavoro, sono sempre più frequenti espressioni come “we’ve been furloughed”, oppure “some of them have been put on furlough”.Il termine ha origine nel vocabolario militare, verso fine del 1800, quando ai militari venivano concessi dei permessi speciali, licenze (“furlough” appunto) per tornare a casa per brevi periodi di tempo, restando però sempre sotto l’egida dell’esercito. Negli USA poi, col tempo, il significato si è ampliato e ha preso una certa frequenza, finendo a descrivere una situazione di pausa lavorativa di membri delle istituzioni federali a causa di crisi, principalmente politiche ed economiche.E così un paio di settimane fa questo termine è entrato prepotentemente nel dizionario inglese (non sarà il solo lascito di questo virus). Infatti il “furlough” è l’architrave del “Coronavirus Job Retention Scheme”, il bazooka da oltre 300 miliardi di sterline sfoderato dal governo Johnson per evitare il collasso dell’economia (dove servizi e business come pub e ristoranti costituiscono una buona parte) ed evitare di aggiungere un ulteriore colpo a quello, predetto da molti, inferto dalla Brexit.Rishi Sunak, il cancelliere inglese, ha annunciato un paio di settimane fa che i datori di lavoro, praticamente di tutti i tipi di società, avrebbero potuto mettere “on furlough” i propri dipendenti e lo stato avrebbe pagato l’80% (lordo) del loro stipendio, fino a un massimo di 2500 sterline al mese.Questo può avvenire solamente previo un accordo tra datore e dipendenti (difficilmente questi ultimi direbbero di no, con il rischio di non avere più uno stipendio né un lavoro) e, se volesse, il restante 20% potrebbe essere aggiunto dal datore di lavoro.Certo, ci sono alcune regole che guidano questo schema: c’è un minimo di tre settimane; il dipendente messo “on furlogh” non può lavorare per la propria azienda durante queste settimane o mesi; può però fare il volontario per organizzazioni di beneficenza o, secondo alcuni, fare dei lavoretti (dopo aver ottenuto l’assenso del datore di lavoro) che possibilmente non confliggano con i suoi originari orari di lavoro; ovviamente chi è in congedo per maternità o paternità continuerà a stare nella stessa situazione economica che il suo contratto prevede.Questo schema ha anche alcuni lati oscuri: è (retro)attivo dal primo marzo per tre mesi per adesso, con possibilità di estensione da parte del governo, ma i primi pagamenti elargiti dallo stato dovrebbero arrivare verso la seconda metà di aprile. Inoltre – il vero tema che ha causato problemi – è valido solo per chi aveva un contratto sotto il sistema fiscale PAYE (quello comune alla stragrande maggioranza delle persone) entro il 28 febbraio. E perciò, chiunque abbia avuto la sfortuna di aver iniziato un nuovo lavoro a marzo 2020, è stato tagliato fuori da questo schema.Ci sono già tante enormi società che ne hanno beneficiato, da club calcistici come Newcastle e Tottenham a compagnie aeree come Virgin e British Airways (è stato stimato che quest’ultima applicherà questo schema all’80% dei propri impiegati).C’è un altro tema che questo provvedimento al momento dell’annuncio non aveva affrontato, attirando su di sé enormi critiche: i “self-employed”, i liberi professionisti, coloro che fondamentalmente sono datori di lavoro di sé stessi. Ma pochi giorni dopo, il cancelliere Sunak ha annunciato uno schema praticamente identico per questa categoria di persone, sebbene disponibile da giugno, con un pagamento iniziale retroattivo di tre mesi e basato su una media ponderata dei fatturati, se disponibile, degli ultimi tre anni.E così, senza volerlo e a causa di una pandemia, il Regno Unito è finito a creare, per lo meno temporaneamente, un impianto economico quasi socialista, per certi versi da fare invidia alle peggiori paure di coloro che hanno votato contro l’ormai ex leader dei laburisti Jeremy Corbyn, non curandosi dei diversi impegni da parte dei due principali partiti politici nei confronti dell’NHS, il sistema sanitario nazionale. E sempre in attesa di quei 350 milioni a settimana di cui proprio l’NHS avrebbe beneficiato in caso di uscita dall’UE, come sbandierato sui pullman da Boris e dai Brexiters.
"Senza la distanza di sicurezza, indossare la mascherina sarà solo per buona educazione"
Oggi 07-04-20, 14:55

"Senza la distanza di sicurezza, indossare la mascherina sarà solo per buona educazione"

“Se non saremo in grado di tenere una distanza di sicurezza, la mascherina da oggi in poi sarà semplicemente un gesto di buona educazione come negli anni ’20 era buona educazione non sputare per terra per evitare la tubercolosi”: è quanto ha affermato Pierluigi Lopalco,responsabile coordinamento regionale emergenze epidemiologiche Puglia, in collegamento con Agorà su Rai3.L’epidemiologo ha cercato di chiarire alcuni dubbi sull’uso della protezione per naso e bocca:“In generale, quando ci si avvicina ad una persona bisogna indossare la mascherina a meno che non sia un convivente: la mascherina dobbiamo imparare ad utilizzarla. Se mi trovo in una strada che può essere affollata, la mascherina va portata. Se io non posso rispettare la distanza di sicurezza, devo indossare la mascherina; se poi sono in un ambiente confinato, ancora di più: un mio vicino di scrivania anche se a più di un metro potrebbe respirare mie droplets perché ci troviamo in una stanza chiusa”. E in estate a luglio? “L’effetto della mascherina sull’abbronzatura ve lo potete immaginare...”.Per Lopalco, è ancora difficile parlare di riapertura perché “la coda di un’epidemia così vasta potrebbe essere anche lunga, quindi non parliamo di giorni ma di settimane”. “I dati sono confortanti nel senso che la curva epidemica sta decrescendo - ha aggiunto -, il numero dei morti lo dobbiamo commentare come sempre con grande tristezza, però c’è da dire che i decessi non sono altro che il risultato di infezioni avvenute diverse settimane fa”.La ripartenza deve essere pensata considerando tutta la popolazione a rischio contagio: “In questo momento - continua Lopalco -, se noi facciamo un test sierologico a tutti gli italiani, la stragrande maggioranza, oltre il 90%, sono negativi agli anticorpi. Quindi la quota di persone che possono infettarsi è enorme in tutta Italia fatta eccezione per quelle zone dove il virus ha circolato molto attivamente”.Meglio, dunque, evitare luoghi in cui la folla possa radunarsi come scuole e chiese: “Se oggi succede un pasticcio - conclude - ce ne accorgeremo tra 1-2 settimane e poi dobbiamo ricominciare tutto da capo. Proprio ora dobbiamo essere attenti a quello che facciamo”.Leggi anche... Fase 2 ovvero distanziamento sociale: al lavoro, per strada, sui mezzi pubblici
Giornata mondiale della salute: 94 i medici morti per Covid-19. Il 52% degli infermieri è stato contagiato
Oggi 07-04-20, 14:50

Giornata mondiale della salute: 94 i medici morti per Covid-19. Il 52% degli infermieri è stato contagiato

Altri sette medici hanno perso la vita a causa del coronavirus.Il totale dei camici bianchi rimasti vittima del Covid-19 sale così a 94, nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale della salute. A dare la notizia degli ulteriori decessi la federazione degli ordini dei medici (Fnomceo), che da settimane sul suo portale, listato a lutto, riporta l’elenco dei colleghi morti.In totale, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità aggiornati al 6 aprile, sono 12.681 gli operatori sanitari contagiati in Italia.La giornata mondiale della salute quest’anno è dedicata agli infermieri. Ed è proprio la loro la categoria più colpita dall’epidemia. Più della metà degli infermieri, infatti, ha contratto il Covid-19.Da quando il virus è arrivato in Italia, 26 di loro sono morti e 6.549 sono stati contagiati. Ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso. I dati sono stati resi noti dalla Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi). Sono cifre che spaventano ancora di più se si fanno le proporzioni con il numero totale dei positivi degli ultimi giorni. Fnopi sottolinea, infatti, che nel giro di 48 ore il numero dei casi tra gli infermieri è pari a un terzo dei contagiati totali nello stesso lasso di tempo. E indica che è la categoria sanitaria che conta il maggior numero di positivi: il 52% di tutti gli operatori.Alla luce di questi numeri preoccupanti, i rappresentanti degli infermieri chiedono che si faccia più attenzione a loro.Tonino Aceti, portavoce di Fnopi,fa un appello affinché vengano garantiti tamponi e dispositivi individuali di protezione: “Gli infermieri restano più a lungo accanto al paziente, e fanno turni anche di 12 ore ciascuno, che rendono molto più elevate le possibilità di contagio. Stanno pagando un prezzo altissimo”.Dal canto suo, la presidente di Fnopi Barbara Mangiacavalli spiega: “Il nostro fine è assistere i pazienti, individuarne le necessità ed essergli vicini, incidere nel processo organizzativo e decisionale del sistema e dare risposte mirate alle contingenze economiche e ai bisogni che emergono dall’attuale scenario demografico ed epidemiologico”. “Ci rendiamo conto - aggiunge - della difficoltà di reperire personale e nessuno più degli infermieri ha coscienza della gravità e dell’emergenza in cui ci troviamo ed è per questo che, anche con la risposta di quasi 10 mila professionisti alla call della Protezione civile per una task force di 500 infermieri da destinare alle aree più colpite, abbiamo dimostrato sempre la volontarietà della nostra azione, della disponibilità e del nostro intervento. E conclude sottolineando: “Un primo contingente di 81 infermieri è già partito, destinato in Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Trento e Valle d’Aosta, ma le carenze vanno risolte a monte e non è possibile doverle rincorrere durante un’emergenza così”.Dall’Oms arriva l’allarme: nel mondo mancano 6 milioni di infermieri.Urgono, secondo l’organizzazione mondiale della sanità, investimenti per la loro formazione e assunzione. Per l’organizzazione mondiale della sanità è inoltre indispensabile“migliorare le condizioni di lavoro, salari equi e rispetto dei diritti alla salute e alla sicurezza sul lavoro”.“La pandemia di Covid-19 sottolinea l’urgente necessità di rafforzare la forza lavoro sanitaria globale”, si legge nel rapportoThe State of the World’s Nursing 2020. “Oggi ci sono poco meno di 28 milioni di infermieri in tutto il mondo. Tra il 2013 e il 2018, il numero di infermieri è aumentato di 4,7 milioni. Ma questo lascia ancora oggi un deficit globale di 5,9 milioni, soprattutto in Africa e Asia. Numeri che peggioreranno in futuro, se si considera che uno su 6 dovrebbe andare in pensione entro 10 anni. Per evitare rischi per i servizi sanitari, si stima che i paesi che soffrono di carenza dovrebbero aumentare il numero totale di laureati infermieri in media dell′8% all’anno”. Denaro ben speso, sottolinea l’Oms, visto che “ogni centesimo investito nell’assistenza infermieristica aumenta il benessere di persone e famiglie in modi tangibili che tutti possono vedere”.In occasione della Giornata mondiale della Salute il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto un pensiero al personale sanitario.“I Servizi Sanitari Nazionali costituiscono capisaldi essenziali delle comunità. La qualità della vita e gli stessi diritti fondamentali della persona sono strettamente legati alle capacità e all’universalità del servizio alla salute. Ma le strutture da sole non basterebbero senza l’umanità e la responsabilità di chi vi opera: per questo il ringraziamento di oggi deve tradursi in un sostegno lungimirante e duraturo da parte delle nostre comunità”, ha scritto il capo dello Stato. Poi il riferimento alla pandemia in corso:“La Giornata Mondiale della Salute ricorre quest’anno mentre l’intero pianeta è chiamato ad affrontare una pericolosa pandemia, causata da un virus ancora per molti aspetti sconosciuto e assai temibile soprattutto per la popolazione più anziana e le persone deboli, già affette da pregresse patologie”.La Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri ha fatto sue le parole di Mattarella: “La Fnomceo - si legge in una nota - si unisce al ringraziamento che il Presidente della Repubblica ha voluto rivolgere, in occasione della Giornata Mondiale della Salute, a tutti gli operatori sanitari impegnati nella lotta contro il Covid-19. Agli infermieri e alle ostetriche, cui la Giornata di quest’anno, la settantesima, è dedicata. Ai nostri medici, gli ospedalieri, i medici di medicina generale, della continuità assistenziale, del 118, i liberi professionisti, i medici dell’INPS, dipendenti e convenzionati esterni, ai medici competenti, ai medici specialisti ambulatoriali, ai dipendenti della sanità privata, a tutti gli altri medici e agli Odontoiatri. Ai farmacisti, che assicurano la dispensazione delle terapie in ospedale e sul territorio, ai tecnici sanitari, ai tecnici di laboratorio, ai chimici, ai biologi. A loro, e a tutti gli altri operatori sanitari e sociali, va il nostro grazie, per l’abnegazione, la generosità con cui hanno profuso e continuano a profondere il loro impegno e le loro forze, sino al sacrificio estremo”.
Guido Bertolaso dimesso dal San Raffaele, ringrazia medici e infermieri
Oggi 07-04-20, 14:44

Guido Bertolaso dimesso dal San Raffaele, ringrazia medici e infermieri

Guido Bertolaso è stato dimesso dall’Ospedale San Raffaele di Milano, nel quale era ricoverato a causa degli effetti della covid-19. Il consigliere della Regione Lombardia lo ha annunciato con un post su Facebook: “Oggi sono stato dimesso dall’Ospedale San Raffaele. Ringrazio tutti i medici e gli infermieri, orgoglio del nostro Paese. Uomini e donne che combattono in prima linea contro il Covid-19 pagando troppo spesso in prima persona con contaminazione e a volte purtroppo anche con la vita”“Grazie per tutti i numerosi messaggi di affetto che mi avete inviato in questi giorni” - continua l’ex capo della Protezione Civile - “Ora forza, c’è ancora tanto da fare. L’Italia ha bisogno dell’aiuto di tutti”.
Carlo Petrini: "Il 25 aprile piazza virtuale per festeggiare il 75° anno dalla Liberazione"
Oggi 07-04-20, 14:41

Carlo Petrini: "Il 25 aprile piazza virtuale per festeggiare il 75° anno dalla Liberazione"

Una grande raccolta fondi per garantire un tetto e un pasto ai più bisognosi e un evento virtuale - #iorestolibero - per celebrare tutti insieme la Liberazione. È il 25 aprile all’epoca del coronavirus lanciato da Carlo Petrini, che ha raccolto attorno a questa iniziativa 1.500 tra artisti, intellettuali, sportivi, uomini di chiesa e laici, movimenti, associazioni, sindacati. “Non si può far passare una data così importante senza qualcosa di coinvolgente”, spiega Petrini.“Abbiamo bisogno più che mai di celebrare la nostra libertà”, si legge in un appello sottoscritto da tutti i 1.500 promotori dell’iniziativa. “In un momento in cui siamo costretti all’isolamento - si legge ancora - per combattere un nemico invisibile, in cui la distanza sociale ci rende un po’ più soli, possiamo e dobbiamo stringerci e sostenerci”.Da oggi è attiva la piattaformawww.25aprile2020.it, con l’elenco dei firmatari e tutte le informazioni sull’iniziativa. La manifestazione virtuale alle 11 in punto del 25 aprile; dopo l’Inno di Mameli, interverranno la presidente nazionale dell’Anpi, Carla Federica Nespolo, la staffetta partigiana Maria Lisa Cinciari Rodano, e Sara Diena, studentessa di Libera.“Sarà un 25 aprile di liberazione, forse il più grande dal Dopoguerra”, promettono gli organizzatori dell’iniziativa. La raccolta fondi a favore della Caritas Italiana e della Croce Rossa. La destinazione sarà verificata da un comitato di garanti composto da Tito Boeri, Giancarlo Caselli, Enrico Giovannini, Morena Piccinini e Gustavo Zagrebelsky.
L'unico consiglio Oms sulla Fase 2 è "prudenza"
Oggi 07-04-20, 14:00

L'unico consiglio Oms sulla Fase 2 è "prudenza"

L’Oms se ne lava le mani. Non fornirà linee guida agli Stati su come allentare le misure di contenimento del coronavirus, ma si raccomanda sulla necessità di non revocarle troppo presto. “Una delle cose più importanti è non rimuovere le restrizioni troppo presto per evitare una nuova ondata” ha detto il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità,Christian Lindmeier, spiegando che ”è come quando siamo malati. Se ti alzi dal letto e ti rimetti in moto troppo presto rischi una ricaduta e di avere complicazioni”.Arrivano invece le linee guida per le mascherine. Anche in questo caso, la parola d’ordine è cautela.“L’uso esteso di mascherine da parte di persone sane nell’ambiente della comunità non è supportato da prove e comporta incertezze e rischi” afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Questa misura da sola non è sufficiente a fornire un livello adeguato di protezione: sia nel caso si usino o meno le mascherine, occorre rispettare al massimo le regole di dell’igiene delle mani e di distanziamento fisico”, si legge nel documento.“Non esistono al momento evidenze secondo cui indossare una mascherina (sia medica che di altro tipo) da parte di tutta la comunità possa impedire la trasmissione di infezione da virus respiratori, incluso Covid-19″. Inoltre, il rischio di un uso generalizzato èquello di creare “un falso senso di sicurezza, e un il rischio di trascurare altri elementi essenziali, come appunto l’igiene delle mani, l’evitare di toccare viso e occhi e il distanziamento fisico”, cioè le misure più efficaci per il contenimento. Solo “gli studi sierologici determineranno la vera entità delle infezioni asintomatiche” L’Oms, sulla fornitura delle mascherine, ribadisce che va data la priorità al personale medico: “Le mascherine devono essere riservate agli operatori sanitari e l’uso estensivo potrebbe creare carenze di questi dispositivi per chi ne ha più bisogno”.
In casa non ha connessione, 12enne mette il banco in mezzo alla natura per seguire le lezioni
Oggi 07-04-20, 13:56

In casa non ha connessione, 12enne mette il banco in mezzo alla natura per seguire le lezioni

In casa non c’è la connessione, il piccolo alunno piazza il banco in mezzo alla natura. È la storia di Giulio, dodicenne di Scansano (Grosseto) che, pur di seguire le lezioni online, si è “accampato” ad un chilometro da casa. A riportarlo è il quotidiano Il Tirreno.Giulio frequenta la prima media a Marsiliana, all’istituto comprensivo Pietro Aldi di Manciano. La sua scuola ha da subito adottato la didattica a distanza per sopperire alla chiusura delle scuole per combattere l’emergenza coronavirus. Per lui però le difficoltà sono state subito tantissime. Per un problema alla linea telefonica lo studente non aveva la possibilità di nessuna connessione.Per il piccolo studente, nessuna possibilità di collegarsi da casa quindi. A parlare delle difficoltà è la madre di Giulio:“Per chiamare dobbiamo spostarci da casa. Nella nostra abitazione anche il segnale della telefonia mobile non è granché”.Per qualche settimana, il dodicenne non è riuscito a seguire le lezioni, poi la decisione.Spostandosi da casa, a circa un chilometro, col suo cellulare e col tablet ha la possibilità di seguire le lezioni collegando il tablet al suo smartphone. Ieri mattina per Giulio è stata la prima lezione. Mentre i suoi compagni erano collegati dalle loro case, lui era immerso nella natura.
Spari e caccia ai fuggitivi nella zona rossa di Fondi: due uomini forzano posto di blocco
Oggi 07-04-20, 13:42

Spari e caccia ai fuggitivi nella zona rossa di Fondi: due uomini forzano posto di blocco

Spari e caccia all’uomo nella zona rossa di Fondi, in provincia di Latina. Un pick-up con a bordo due uomini avrebbe forzato un posto di blocco, che stava effettuando controlli per le misure anti-coronavirus.Teatro dei fatti la strada regionale Flacca, attorno alle 6.30 del 7 aprile. La dinamica viene riportata dalla stampa locale:Secondo le prime ricostruzioni, nella manovra finalizzata ad allontanarsi dal posto di controllo lungo l’ex statale, nei pressi di Sant’Anastasia, all’altezza della Q8, l’autista ha tentato di investire due agenti della Polizia, uno dei quali rimasto leggermente ferito. Ci sono stati anche un paio di colpi di arma da fuoco, esplosi proprio da uno dei poliziotti in questione all’altezza degli pneumatici del pickup, nel tentativo di fermarlo.Il mezzo, risultato rubato giorni fa in Campania, è stato ritrovato poco dopo, abbandonato nei pressi di un’ex discoteca. Ricerche a tappeto per i due fuggitivi da parte delle forze dell’ordine. Sia via terra che con l’ausilio di un elicottero.Leggi anche... "Avverto intorno odio e caccia alluntore". Voci dalla zona rossa di Fondi
Alessandro Cattelan: “L’aperitivo con Sala e #milanononsiferma? Un errore: abbiamo sottovalutato situazione all'inizio"
Oggi 07-04-20, 13:09

Alessandro Cattelan: “L’aperitivo con Sala e #milanononsiferma? Un errore: abbiamo sottovalutato situazione all'inizio"

L’aperitivo con il sindaco di Milano Beppe Sala e la foto insieme postata su Instagram con l’hashtag #MilanoNonSiFerma? “È stato un errore. All’inizio abbiamo sottovalutato in molti questa situazione. Chi mi conosce e mi segue sa come sono e anche bene: dico quello che penso e non sono uno che va in tv a fare il compitino. L’aperitivo, ripeto, è stato un errore, prendo e porto a casa. Capisco la frustrazione delle persone, la paura ci cambia la prospettiva delle cose”.In videochiamata - noi a Roma e lui a Milano - parliamo con Alessandro Cattelan che stasera torna in tv con il suo fortunato programma prodotto da Fremantle “EPCC (E poi c’è Cattelan)” nella sua prima versione “Live” prevista tutti i martedì alle 21.15 su Sky Uno (canale 108, digitale terrestre canale 455) e in streaming su Now Tv.“Il sindaco – ci spiega - mi ha chiamato, mi ha chiesto di incontrarlo ed essendo una persona che stimo, sono andato. Ho usato anche io quell’hashtag come Fedez, la Ferragni e tanti altri. Era il 27 febbraio ed era ovviamente da intendersi nel suo significato più positivo: serviva non solo per difendere i diritti dei milanesi, ma soprattutto a non abbandonare tutte quelle persone che in un momento stavano rischiando di perdere un’attività. La salute viene prima di tutto, ma c’è anche questo fattore della perdita economica che non è una cosa da poco. Alla fine bisognerà raccogliere i cocci composti dalla disperazione di tantissimi che saranno senza lavoro e trovare una maniera per sostenerli”.“In quei giorni – continua - c’erano anche molti medici che ci dicevano di non preoccuparci. Ci hanno rassicurato e tanti ci hanno creduto, io per primo. Per come si è sviluppato poi il virus, ovviamente, oggi quell’hashtag e quell’aperitivo non hanno senso. Siamo tutti nella merda, nessuno escluso. Nessuno oggi lancia un messaggio per un proprio interesse, ma lo fa per tutti. L’unica cosa che dobbiamo fare è avere pazienza ed evitare però di puntare il dito gli uni contro gli altri, un gioco tipicamente italico, uno di quelli che se ci fossero alle Olimpiadi, saremmo i primi a vincere”.Aperitivo a parte e dimenticato, come sta vivendo il suo lockdown?“Lo vivo tra alti e bassi, come tutti. Sono uno che di indole guarda al domani meglio che all’oggi, con ottimismo e speranza. Sono a casa con mia moglie e le mie due figlie e all’inizio l’ho vissuto bene. I primi tempi erano piacevoli, perché lavoro molto, sono spesso fuori e quindi ho cercato di vedere la cosa come una piccola vacanza, come una maniera per godermi di più mia moglie e le mie due figlie, per prendermi più tempo per me e fare cose che non riesco a fare mai. Poi, però, tutto è cambiato e con il passare dei giorni ho deciso di riorganizzarmi, di continuare comunque a lavorare e a prepararmi in vista del programma che era già stato pensato e organizzato prima dell’emergenza Coronavirus. Non smetto mai di osservare il mondo dai giornali, dalla tv e dai social, leggo molto”.Cosa?“Libri e non solo. Mi piace documentarmi e sto leggendo anche diversi articoli in cui persone molto competenti si domandano come sarà il dopo quando - si spera – si tornerà alla normalità. Ho le mie idee e mi faccio le mie domande. È difficile commentare il nostro Paese, figuriamoci tutti gli altri, dalle posizioni di Boris Jhonson a quelle della Svezia. Una cosa sull’Italia, però, mi ha colpito molto e cioè l’aver scoperto che adesso più che mai, anche da noi si riesce a parlare della morte. Siamo ancora stupiti da quel concetto, ci destabilizza, ma comunque sta diventando sempre meno un tabù. È la vera sorpresa dell’uomo moderno”.Nel suo programma, le sorprese non mancheranno: in cosa si differenzierà EPCC Live rispetto alle altre edizioni?“Intanto in quella parola, “Live”, perché la diretta ha dei benefici e delle possibilità che non avevamo mai potuto utilizzare prima. Da tutto puoi tirare fuori qualcosa: noi stiamo lavorando per far uscire il massimo da questa situazione assurda, cercando di regalare al pubblico la giusta dose di appoggio, leggerezza e vicinanza”.Visto il momento, come vi siete organizzati con gli ospiti in studio e con tutti gli altri che ci lavorano?“Ci siamo dati delle regole. Verrà in studio solo chi è indispensabile. A tutti verranno fatti i controlli di salute per non mettere a repentaglio quella di nessuno e rispettate le distanze di sicurezza. Non ci sarà ovviamente il pubblico, ma visto che questo è un programma che fa fatica senza pubblico, abbiamo deciso di chiamarne uno virtuale composto dai ragazzi delle quinte del liceo Parini di Milano che saranno in collegamento”.Ci sarà solo lei in studio?“No, ogni puntata ci saranno anche degli ospiti, ma sono tutti locali per evitare lunghi e inutili spostamenti. Sono tutti milanesi o che comunque vivono qui a Milano, perché andremo in diretta dal Teatro di via Belli”.Chi saranno i primi due?Linus ed Elodie, ovviamente nel rispetto delle distanze di sicurezza. Linus, perché - oltre ad essere il simbolo incontrastato di Radio Deejay - con lo smart working e le dirette da casa è stato il primo a garantire la continuità dei suoi programmi e con essa la continuità di lavoro ai suoi dipendenti. Elodie perché ha una storia personale che ha uno spessore morale altissimo, necessario per sapersi comportare al meglio in questo momento. La puntata si aprirà con l’astronauta Paolo Nespoli che dopo le sue missioni nello spazio che lo hanno tenuto in orbita per oltre 313 giorni, se ne intende davvero di ritorni alla vita normale. Ci saranno i fedelissimi e immancabili Street Clerks e Marco Villa e poi un gioco con nove personaggi famosi collegati via webcam dalle proprie abitazioni che si sottoporranno alle mie domande tra cui Martin Castrogiovanni, Leo Gassmann, Shade, Jo Squillo e molti altri”.Prima ancora di questa diretta, nei giorni scorsi ci ha abituati ad altre dirette, ma su Instagram, ad esempio l’ultima con Sorrentino, del Piero e Robbie Williams. Secondo lei, potranno passare dall’essere lo svago di qualche minuto a una forma di palinsesto? La tv del futuro può essere quella?“Penso che sia ingeneroso giudicarle. Si pensi a quelle che fa Jovanotti dallo studio di casa sua o a quelle di Fiorello. Bisogna apprezzarne lo spirito e la motivazione è importante. Certo, da tecnico posso dire che si vede che non ci sono autori e scaletta. Sono chiacchiere tra amici. Da qui a dire che possono essere trasformate in un palinsesto tv, è ancora presto”.Di cosa mancano?“Tutte le dirette su Instagram hanno bisogno ancora di una certa estetica, ma in ogni caso, l’attitudine è bellissima e trovo giusto e stimolante andare a vederle, commentarle, improvvisare”.Hanno raggiunto comunque livelli impensabili fino a poco tempo fa.“Certamente, ma sono proprio quei risultati a dimostrare che la tv durerà ancora per un po’”.
Gli effetti del Covid-19 sulla pelle
Oggi 07-04-20, 13:05

Gli effetti del Covid-19 sulla pelle

(Questo post è a cura di Luigi Valenzano, Dermatologo)È passato poco più di un mese da quando la “bomba Coronavirus” si è abbattuta sul nostro pianeta facendoci piombare di colpo nell’imprevista “era pandemica del COVID-19” di cui non conosciamo il perché, il come, il da dove, il quando e, men che meno, il dopo. In un attimo il nostro mondo è cambiato e le persone sono tutte variabilmente stupite, disorientate, addolorate, depresse per il sovvertimento totale del proprio modo di vivere, in particolare per la permanenza coatta in casa, l’abbandono del lavoro e lo stravolgimento di tutte le abitudini. E alcune persino terrorizzate per il timore di una possibile morte personale o di qualche congiunto, specie se fragile e anziano.Il controllo della pandemia ha imposto una vita sedentaria (“arresto domiciliare”), antiigienica, spesso noiosa e avvilente, un’alimentazione monotona e per molti scorretta, una mobilità ridotta al minimo ed ancor più l’adozione o la ripresa di abitudini insane, contribuendo così al rallentamento del metabolismo con un consequenziale aggravamento di malattie preesistenti o concomitanti. Lo straordinario sovvertimento della qualità della vita e l’alterazione dei ritmi circadiani hanno sollecitato molte persone, in particolare le più sensibili o neurolabili, a ricorrere a farmaci e droghe ulteriormente dannosi.Ancor più l’uso e l’abuso di mezzi di comunicazione e la protratta esposizione a radiazioni, anche nocive, hanno determinato o aggravato il malessere fisico e psichico. Ed in particolare sul piano psico-emotivo si è imposta una temibile rimodulazione dei rapporti interpersonali, sentimentali, sessuali. Soprattutto la coabitazione forzata ha esasperato quei rapporti familiari già difficili, specie quelli coniugali, e incrementato comportamenti aggressivi e irrazionali fino ad arrivare alla tanto deprecabile “violenza di coppia”.E persino, da parte di soggetti poco raccomandabili, si è scatenata una spasmodica ricerca dell’agente del contagio (“caccia all’untore”), della responsabilità delle Istituzioni (“la colpa è sempre dell’altro”), la crescente diffusione di strampalate informazioni (“fake news”) e il dilagare di vergognosi raggiri e truffe (“sciacallaggio”).Una così ampia, complessa e aberrante situazione non poteva non coinvolgere in toto il nostro organismo ed in particolare la cute o pelle, in quanto organo di senso e di confine e “specchio dell’anima”, come diceva Marco Tullio Cicerone (“sicut et in cute, sicut ut in cute”).L’aspetto dermatologico del problema è stato oggetto di recenti e importanti pubblicazioni scientifiche cinesi riguardanti le implicazioni della nostra Specialità nel management dell’attuale pandemia (Zheng Y, Lai W., Dermatology staff participate in fight against Covid-19 in China., J. Eur. Acad. Dermatol. Venereol., 23/03/2020).I rapporti fra COVID-19 e la cute sono molteplici e fondamentalmente possono essere sia diretti che indiretti. Diretti perché il virus penetra nel nostro organismo attraverso cute e mucose, particolarmente esposte e oggetto di provvedimenti preventivi e terapeutici. Indiretti perché genericamente tutte le alterazioni del nostro corpo e dell’ambiente si proiettano sulla pelle (“terminale del nostro mondo interno ed esterno”).Già nel determinismo del contagio l’integrità della cute e delle mucose esposte svolge un ruolo cruciale. Da qui il razionale dell’imperativo categorico di scienziati e Istituzioni di tutto il mondo concordi nel raccomandare la massima igiene ambientale e corporale: lavare spesso e bene le mani, indossare indumenti protettivi, mascherine e guanti nell’osservanza di un adeguato distanziamento sociale fra le persone ed un isolamento il più possibile rigoroso e continuo (“quarantena”).Problematica attuale ed impellente è l’individuazione degli agenti del contagio (positivi asintomatici, focolai etc.) e non di meno la protezione del personale sanitario. Questo, possibile veicolo involontario di trasmissione, più degli altri opera in prima linea nel contrasto alla pandemia e quindi è particolarmente esposto e colpito e comunque sottoposto a turni estenuanti senza efficaci strumenti protettivi (Yan Y. et al., Consensus of Chinese experts on protection of skin and mucous membrane barrier for healthcare workers fighting against coronavirus disease 2019, Dermatol. Ther., 13/03/2020).Sono eloquenti le immagini, purtroppo quotidiane nei media, di volti affaticati, arrossati, edematosi, disfatti e stravolti o peggio con diverse strie e graffi da compressione forzata e mani secche, disidratate, arrossate e squamose, a causa di troppo prolungati contatti con i presidi protettivi e ripetute detersioni con saponi e disinfettanti.A questo proposito, un’ampia e approfondita ricerca cinese condotta su oltre 200.000 operatori sanitari addetti al COVID-19 ha potuto evidenziare un’assai elevata frequenza di diversi disturbi e lesioni della cute. Il 97% dei soggetti operanti in prima linea presentavano lesioni eczematose delle mani per le ripetute o scorrette detersioni o altri danni cutanei per il contatto troppo prolungato con dispositivi di protezione quali indumenti, guanti, maschere, occhiali, visiere etc.Le alterazioni cutanee (97%) interessavano particolarmente il ponte nasale (83,1%), la fronte, le guance e le mani. I sintomi più frequenti (70,3%) erano prurito, bruciore, secchezza, desquamazione e senso di oppressione. Risultavano più elevati quando i dispositivi venivano mantenuti in situ per oltre sei ore, come pure se l’igiene delle mani era ripetuta più di dieci volte al giorno o se i guanti venivano indossati continuativamente per tutto l’orario di lavoro. Dimostravano così che la durata dell’uso era in tutti i casi un fattore di rischio assai importante (Lan J. et al., Skin damage among healthcare workers managing coronavirus disease-2019, J. Am. Acad. Dermatol., 18/03/2020).Altro problema incombente è il controllo e la prevenzione delle infezioni nosocomiali nelle strutture universitarie o ospedaliere, anche dermatologiche, e soprattutto nelle residenze per anziani che si sono dimostrate in molti casi pericolosi focolai di propagazione del contagio (Tao J. et al., Emergency management for preventing and controlling nosocomial infection of 2019 novel coronavirus: implications for the dermatology department, Br. J. Dermatol., 5/03/2020).Ironia della sorte, come testimonianza emblematica, fra i primi Sanitari colpiti in Italia è stato segnalato proprio un Dermatologo-Immunologo strutturato e poi ricoverato nel Policlinico di Milano. Il Collega ha riferito che nel corso della malattia, ora fortunatamente risolta, ha osservato un insolito esantema del tronco con microvescicole varicelliformi e modificazioni del gusto e dell’olfatto (Gianotti R., Primo possibile caso di eruzione cutanea associato a Covid 19).La Clinica dermatologica napoletana ha pubblicato un articolo in cui vengono puntualizzati i diversi aspetti e rapporti fra la malattia e il dermatologo, specie in ambito ospedaliero. Come in Cina, ove ben il 77% di sanitari infettati operavano in reparti non esclusivamente infettivologici, anche nel nostro Paese il settore dermatologico risulta alquanto esposto a un elevato rischio di contagio, anche nosocomiale. Ciò perché in Italia istituzionalmente i reparti di Dermatologia non dispongono di ambienti e strutture adeguati e non sono dotati di dispositivi di protezione individuali nei confronti di epidemie infettive.E d’altro canto, poiché le lesioni cutanee e i relativi trattamenti preventivi e terapeutici sono potenzialmente coinvolti nella trasmissione del Coronavirus, i pazienti dermopatici possono anch’essi diffondere facilmente il contagio. Per queste considerazioni, è stato messo a punto un piano di emergenza per la prevenzione e il controllo delle infezioni da Coronavirus nei reparti di Dermatologia che debbono essere considerati a rischio medio-alto.Per i pazienti dermopatici è previsto un idoneo triage e il controllo di eventuali infezioni al momento dell’accesso in ospedale e negli ambulatori. Sono obbligatori dispositivi di protezione individuale e l’accurata igiene delle mani sia per gli operatori sanitari che per i pazienti, già nella fase di triage. Il consulto dermatologico online e la teledermatologia consentono di ridurre il numero dei pazienti afferenti alle strutture dermatologiche.Nonostante tutte queste precauzioni, il rischio che possano essere ricoverati nei reparti dermatologici soggetti positivi asintomatici resta una temibile evenienza, come anche altri AA hanno confermato. Questa eventualità può essere ridotta con un’opportuna comunicazione e condivisione con gli Infettivologi. I Dermatologi debbono il più possibile e mediante tutti mezzi di comunicazione (teleconsulto), valutare immagini di lesioni cutanee dei pazienti in isolamento, riducendo in tal modo le consulenze presso il letto del paziente (Fabbrocini G., Cacciapuoti S., Emergency management for preventing and controlling nosocomial infection of 2019 novel coronavirus: implications for the dermatology department, SIDeMaST, 17/03/2020).Anche negli USA il Journal of the American Academy of Dermatology ha attirato l’attenzione sulle pratiche dermatologiche come vettori di trasmissione del COVID-19, raccomandando l’immediata interruzione delle consultazioni dermatologiche non differibili (Shawn G. Kwatra et al., Dermatology practices as vectors for COVID-19 transmission: a call for immediate cessation of non-emergent dermatology visits, JAAD, 17/03/2020).L’esperienza medica quotidiana, già nella popolazione in isolamento coatto, registra pruriti, xerosi, eruzioni orticarioidi o eczematiformi, accentuazione di follicoliti e aggravamento delle manifestazioni acneiche etc., verosimilmente rapportabili al disagio ambientale e psichico. Ancor più nei soggetti a vario titolo operanti sul territorio (volontari, lavoratori, Forze dell’Ordine etc.), sono frequenti eritemi, edemi, escoriazioni, dermatiti da contatto irritative o allergiche e lesioni cutaneo-mucose traumatiche da uso protratto di mascherine, occhiali, guanti, indumenti e divise.Certamente più incidenti sono i danni conseguenti alla detergenza ovvero al lavaggio della cute e degli ambienti, pratica da tutti attualmente considerata fondamentale per la prevenzione e il controllo del contagio. Per cui, nell’attesa di tempi migliori e di più specifiche indicazioni comportamentali e terapeutiche, è indispensabile, al fine di prevenire gli eventuali danni a breve o lungo termine, osservare le più corrette norme igienico-sanitarie a partire da una corretta detersione.La detersione cutanea completa ed efficace serve ad eliminare lo sporco idrosolubile (polvere, sudore, cosmetici etc.), liposolubile (sebo, smog etc.) e insolubile (particelle solide da desquamazione cutanea, ovvero cellule morte). Deve perciò essere corretta ed estesa anche alle strutture e agli ambienti (sanificazione) per meglio prevenire l’attecchimento di agenti infettivi esterni.Quando la detersione è scorretta, ad esempio con sostanze e modalità aggressive, altera il mantello idrolipidico cutaneo privando il soggetto di una preziosa difesa nei confronti di infezioni e infestazioni e provoca disidratazione e secchezza, favorendo così la comparsa di varie dermopatie. Ciò può avvenire perché il film idrolipidico, commistione di sudore e sebo perfettamente emulsionati tra loro, svolge un’essenziale funzione protettiva fisico-chimica nei confronti delle aggressioni esterne di qualsiasi tipo e natura.Il complesso idrolipidico filmogeno è indispensabile per l’efficienza delle specifiche caratteristiche di idratazione, acidità (grado di pH), elettricità, plasticità, integrità e resistenza, essenziali per un un’ottimale difesa cutanea. In sintesi una detersione corretta, in tal caso detta “cosmetica”, deve essere efficace e rispettosa delle caratteristiche anatomo-fisiologiche della pelle e possibilmente seguita da un’accurata asciugatura mediante compressione (tamponamento delicato) e non sfregamento irritante e traumatizzante. Sono preferibili detergenti dermocosmetici (saponi, gel, latti, shampoo etc.) di origine animale, vegetale o sintetica, eventualmente associati a seconda dei casi ad antisettici, anti irritanti etc.In caso di escoriazioni, ulcerazioni o ferite traumatiche, debbono essere evitate soluzioni alcoliche irritanti e congestionanti. E si deve ricorrere invece a soluzioni acquose a basso dosaggio di clorexidina al 5/10.000 o di nitrato d’argento al 0,5-1 % per le sue proprietà astringenti o di permanganato di potassio al 1/10.000 per le sue proprietà antisettiche e corruscanti (Salomon D., Biologie de la cicatrisation et traitement des plaies cutanées in Saurat J.H. et al., Dermatologie et infections sexuellement transmissibles, 6° Ed., Elsevier-Masson, 2017).Per la prevenzione e il controllo di patologie infettive cutanee viene da molti AA raccomandato lo iodio povidone (Eggers M., Infectious Disease Management and Control With Povidone Iodine, Infect. Dis. Ther., Dicembre 2019).Tutte queste considerazioni e indicazioni valgono a maggior ragione per il management in “era COVID-19” dei soggetti affetti da patologie dermatologiche preesistenti e/o croniche: dermatite atopica, idrosadenite suppurativa, carcinoma baso e squamocellulare, linfoma primitivo cutaneo, malattie bollose autoimmuni, melanoma e la più diffusa e frequente psoriasi cutanea e/o artropatica (Covid-19 e malattie della pelle: i consigli dei dermatologi italiani per i pazienti,20/03/2020). È proprio un giovane psoriasico di appena quattordici una delle più giovani e recenti vittime del COVID-19, segnalata in Portogallo.La Prof. ssa Ketty Peris, attuale Presidente del SIDeMaST, il Prof. Giampiero Girolomoni e altri valenti Clinici hanno particolarmente approfondito il problema del rapporto fra COVID-19 e malattie cutanee e perciò, sul piano pratico, hanno promosso la pubblicazione di un duplice e dettagliato Vademecum per DERMATOLOGI e PAZIENTI.In conclusione il COVID-19 continua a rappresentare un’enorme sfida incombente e polispecialistica per tutti gli Operatori sanitari (Prof. Giovanni Puglisi “Note epidemiologiche, cliniche e speranze terapeutiche per fronteggiare il Coronavirus”, www.huffingtonpost.it, 18/03/2020).La realtà attuale è che la pandemia sta assumendo sempre di più i contorni di una vera e propria catastrofe planetaria, quella che la sapienza di Papa Francesco chiama efficacemente «vuoto devastante e silenzio assordante».Purtroppo a tutt’oggi di questa calamità è impossibile valutare la portata, prevedere il futuro e men che meno proporre un’adeguata soluzione, ma si deve però riporre la massima fiducia nelle Istituzioni e nel nostro Sistema Sanitario, universalmente molto stimato.Le risposte alle domande sono generali e indicative. Per avere un parere dettagliato consigliamo sempre di sentire il proprio medico di famiglia che conosce il quadro clinico generale del paziente.Chiediamo a chi scrive di specificare nell’oggetto della email lo specialista a cui desidera rivolgersi ma, soprattutto, di avere un po’ di pazienza. La risposta non sarà immediata perché le domande che arrivano ai nostri esperti sono tantissime e non è possibile rispondere a tutte in tempo reale. La redazione si occuperà di dare la priorità alle domande la cui risposta possa essere di interesse generale per tutti gli utenti.
La Natura si riprende il suo posto. E il daino diventa animale domestico per una famiglia di Firenze
Oggi 07-04-20, 12:39

La Natura si riprende il suo posto. E il daino diventa animale domestico per una famiglia di Firenze

"Bob" è un daino, e da giorni va a "trovare" una famiglia che vive alla periferia di Firenze. Con loro, gioca a palla e si fa dare da mangiare - anche se la raccomandazione degli esperti è quella di non dare da mangiare agli animali selvatici. La famiglia ha dichiarato a Reuters che è aumentata la presenza di animali selvatici da quando è iniziata la pandemia. "Lironia della situazione è che adesso il nostro cane Charlie, che è normalmente abituato a cacciare la fauna selvatica, viene inseguito dagli animali della foresta".
“L’auto andava veloce, ma Gaia e Camilla non erano sulle strisce”. La perizia: "Concorso di colpa"
Roma
Oggi 07-04-20, 12:33

“L’auto andava veloce, ma Gaia e Camilla non erano sulle strisce”. La perizia: "Concorso di colpa"

“L’auto andava veloce, ma Gaia e Camilla non erano sulle strisce”. Depositata in Procura la consulenza del perito del pm sull’incidente in cui hanno perso la vita Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann: le ragazze di sedici anni investite in Corso Francia dall’auto di Pietro Genovese nel dicembre 2019. Come riportato da Il Messaggero, la perizia avrebbe stabilito che il ragazzo procedeva a forte velocità ma che, al tempo stesso, le ragazze avrebbero attraversato non sulle strisce pedonali e in un punto in cui erano poco visibili.“L’auto che le ha travolte andava forte, ma Gaia e Camilla non attraversavano sulle strisce. Punta al concorso di colpa la consulenza del perito del pubblico ministero depositata in Procura”.Si potrebbe forse alleggerire la posizione del ventenne, ai domiciliari dal 26 dicembre.La relazione arrivata ai pm conferma la velocità, ma parla anche di concorso di colpa: bisognerà chiarire in quale percentuale, anche sulla base dei calcoli e della perizia sul Suv guidato dal ragazzo, poi risultato positivo all’alcol test.Diverse erano state le versioni dei testimoni sull’accaduto: c’era chi sosteneva che sedicenni avessero attraversato sulle strisce e chi, invece, diceva che avevano scavalcato il guardrail in un tratto buio e dove non era previsto l’attraversamento pedonale”.Come riporta Repubblica, “per studiare bene cosa è accaduto quella tragica notte a pochi giorni dal Natale, il perito nominato dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e dal sostituto Roberto Felici, aveva anche chiesto l’autorizzazione ad alcune prove sul posto. L’undici febbraio scorso, i vigili hanno chiuso corso Francia, di notte, per lasciare ai periti (erano presenti anche quelli delle parti, ossia le famiglie delle vittime e dell’indagato) la possibilità di fare tutte le verifiche in loco, cercando di ricreare la stessa scena”.I risultati della relazione sono ora arrivati a piazzale Clodio, ma gli elementi da analizzare rimangono molti. Repubblica afferma: “Certo, c’è il dato del concorso di colpa. Ma in un processo in cui l’ingegneria e i calcoli matematici la faranno da padroni, un peso avrà anche il rispetto dei limiti di velocità: la consulenza dice che sono stati superati”.Il ventenne, anche nel corso dell’interrogatorio di garanzia, avrebbe riferito al giudice di aver investito le ragazze poco dopo essere ripartito da un semaforo rosso e che, dunque, la velocità del mezzo non poteva essere elevata. La perizia, invece, afferma che l’auto procedeva veloce.
Non scherziamo con le nomine
Oggi 07-04-20, 12:28

Non scherziamo con le nomine

La nomina di Massimo Comparini alla guida di Thales Alenia Space Italia è un importante segno di attenzione per un’azienda strategica per il Paese.È presto per dire se la nomina sia azzeccata; di certo lo spazio è sempre più essenziale per la difesa, la sicurezza e l’economia dei paesi progrediti e l’Italia sembra averlo capito, come testimonia questa nomina sollecita occorsa in un momento di drammatico impegno per il governo.Da questa consapevolezza dovrebbe però discendere un corollario altrettanto importante: la stabilità delle politiche industriali, che non possono cambiare in continuazione o, peggio, essere considerate come secondarie rispetto a interessi politici più o meno occasionali.L’osservazione che può sembrare dura, scaturisce dalla voglia di nomina che si respira negli ambienti romani, che sembra andare oltre la pura scadenza dei mandati degli attuali amministratori e il doveroso esercizio dei poteri assegnati dalla legge. Un conto è infatti garantire (anzi in molti casi, costruire) l’efficace competitività delle aziende strategiche, altro è individuare nomi a prescindere, in base a quell’ottica spartitoria che ha troppo spesso appesantito le ali delle nostre più che legittime aspirazioni nazionali.Con un’espressione in voga qualche anno fa, il problema è innanzitutto di metodo, ed è in termini di metodo che va affrontato senza cedere alla tentazione di trovare prima il nome e poi disegnarvi attorno un criterio su misura.Qual è dunque il criterio giusto, o almeno più opportuno, per nominare vertici e rinnovare consigli delle aziende pubbliche o comunque sotto controllo governativo nei settori della difesa e della sicurezza?La domanda è tanto più cruciale in un momento in cui Ia debolezza economico- finanziaria rende possibile acquisire società e tecnologie strategiche a prezzi modestissimi. In questo senso stabilità, solidità e lungimiranza sono tre pilastri base per difendere le nostre competenze, costruite sulla base di investimenti pubblici (cioè soldi di tutti noi) dalle scorribande di amici veri o presunti, di vecchia data o nuovi di zecca.Le scelte non possono quindi essere fatte sulla base di innamoramenti spesso neanche troppo attenti o di mode neanche troppo velate, ma devono valutare cosa il candidato apporterebbe alla strategia generale.Altro punto cruciale, forse il più cruciale, è la competenza.Benché entro certi limiti la managerialità sia una competenza trasversale, è però innegabile che aerospazio, sicurezza e difesa presentino un’abbondanza di aspetti specifici non facili da padroneggiare.All’insegnamento in Leonardo lo stesso Alessandro Profumo, la cui grandissima esperienza era stata maturata in tutt’altro settore, annunciò pubblicamente che si sarebbe riservato i primi sei mesi di mandato per conoscere l’azienda e preparare un nuovo piano industriale.Nell’attuale congiuntura economica è improbabile che il futuro amministratore delegato possa concedersi il lusso di dedicare i primi sei mesi all’imparare cosa fare. Troppo grave è la situazione che il coronavirus lascia in eredità, troppo forti i cambiamenti nel settore, - dalle concentrazioni nel l’industria Usa al fondo europeo di ricerca -, troppo incerte le situazioni per fare affidamento su un quadro geopolitico stabile. È preferibile insomma che fin dal primo giorno il futuro vertice abbia le idee chiare ed un’agenda ricca di contatti di altissimo livello.Collegata alla competenza è la provenienza.Il cercare dentro o fuori le aziende, con annesso timore di “Papa nero”, è spesso vissuto come puro elemento di identità. In realtà la questione è più complessa e deve bilanciare elementi diversi tra loro come valorizzazione delle professionalità interne e apertura alle novità. Si può però affermare con una certa tranquillità che la provenienza esterna non è in se garanzia di bontà. Al contrario, dopo due tornate di vertici esterni si può dire che la vera novità sarebbe forse premiare il merito interno.Sempre che, per motivi tutt’altro che evidenti, si voglia comunque procedere a un avvicendamento dei vertici in un momento in cui saggezza suggerirebbe una pausa più o meno lunga di riflessione, almeno fintantoché non si concluda la partita - quella sì vitale- su cui concentrare in esclusiva l’impegno di governo.
Domenico Arcuri: "Non siamo a pochi passi dalla fine, non commettiamo errori ora"
Oggi 07-04-20, 12:24

Domenico Arcuri: "Non siamo a pochi passi dalla fine, non commettiamo errori ora"

“Non siamo a pochi passi dall’uscita dall’emergenza, non siamo a pochi passi da un’ipotetica ‘ora x’ che ci riporterà alla situazione di prima”. Il commissario straordinario Domenico Arcuri, durante una conferenza stampa dalla sede della Protezione Civile, rinnova l’appello al rigido rispetto delle misure di contenimento del coronavirus: “Nulla di più sbagliato di pensare a un liberi tutti”, ha dichiarato, “non commettiamo errori proprio ora”.Arcuri ha fatto il punto sulle forniture di dispositivi di protezione, dicendo che “il peggio è ormai alle spalle” e ha denunciato le speculazioni sul prezzo delle mascherine: “Una mascherina chirurgica non può essere rivenduta ad un prezzo dieci volte superiore del suo costo. Questa non è libertà di mercato ma speculazione insopportabile”.
Bruno Contrada risarcito per ingiusta detenzione. "Ho un piede nella fossa, che me ne faccio dei soldi?"
Oggi 07-04-20, 12:19

Bruno Contrada risarcito per ingiusta detenzione. "Ho un piede nella fossa, che me ne faccio dei soldi?"

La Corte d’Appello di Palermo ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione presentata da Bruno Contrada, ex numero due del Sisde, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. A Contrada, difeso dall’avvocato Stefano Giordano, sono stati liquidati 670mila euro. La condanna dell’ex poliziotto venne giudicata illegittima dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalla Cassazione.“Ho 88 anni passati e un piede nella fossa, che me ne devo fare dei soldi?”, dice all’AGI lo stesso Contrada dopo avere avuto notizia dell’accoglimento dell’istanza di risarcimento.“I danni che io, la mia famiglia, la mia storia personale, abbiamo subito sono irreparabili e non c’è risarcimento che valga. Io campo con 10 euro al giorno.Stare chiuso per il coronavirus non mi pesa: sono stato recluso 8 anni”, ricorda l’ex dirigente generale della polizia di Stato.Contrada, 88 anni e mezzo, ancora lucidissimo e con una grande memoria, è stato arrestato nel Natale 1992 e ha trascorso 4 anni e mezzo in carcere e 3 anni e mezzo ai domiciliari. Due anni gli sono stati condonati per buona condotta. “Il denaro - dice - non può risarcire i danni che ho subito in 28 anni. Quando nel 2017 la Cassazione ha recepito la sentenza della corte europea per i diritti dell’uomo, confortata dalla decisione della grande Camera di Strasburgo dove 17 giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’Italia ho provato un momento di gratificazione. L’Europa riconosceva la mia sventura umana e giudiziaria. Ma io provavo sofferenza solo a leggere i documenti di quella causa che cominciavano ’Bruno Contrada contro l’Italia”.“Ho vissuto - continua - fin da piccolo col valore altissimo della Patria, l’Italia, e dello Stato. Solo per questo avrei diritto a un risarcimento solo perché hanno distrutto le certezze e i valori in cui ho creduto una vita”. “Per me - prosegue - indossare la divisa da ufficiale dei bersaglieri a 22 anni, e poi quella della Polizia di Stato fino a diventare dirigente generale, era tutto. Anche in carcere applicavo quei valori comportandomi bene e rendendomi utile con i consigli e l’esempio per i compagni di detenzione”.
400 miliardi è un conto salato che richiede garanzie per chi paga: i contribuenti
Oggi 07-04-20, 12:01

400 miliardi è un conto salato che richiede garanzie per chi paga: i contribuenti

Certamente è apprezzabile che il governo immetta ingenti risorse per sostenere la ripresa dopo una crisi, anche economica, più o meno senza precedenti. Si tratta di risorse che pagheremo di tasca nostra. D’altronde, non paiono esserci significative alternative all’aumento del già pesantissimo debito che grava su tutti noi, sui nostri figli e le generazioni a venire, delle quali dovremmo occuparci un po’ di più di quanto quelle dei nostri padri abbiano fatto con le nostre.Ma ci sono importanti alternative rispetto all’utilizzo delle risorse così drenate e al loro pagamento.Da quest’ultimo punto di vista dobbiamo trovare modalità di finanziamento che gravino soprattutto sui grandi patrimoni e sui redditi più elevati, andando nella direzione opposta a quella della “flat tax”, per recuperare una maggiore progressività, come prevede l’art. 53 della Costituzione e come il nostro sistema prevedeva almeno fino alla fine degli anni Settanta.Almeno altrettanto importante, però, è sapere come queste (nostre) risorse verranno spese, non solo in generale, ma anche in particolare. A chi vanno? Come? E perché?Infatti, da questo punto di vista, forti preoccupazioni ci vengono dal passato, che ci racconta di ruberie e speculazioni ai danni, per esempio, dei poveri terremotati e di tutti noi che abbiamo sostenuto le spese. Ma, mentre su questo nessuno sembra avere molta voglia di richiamare l’attenzione, sentiamo ripetere ossessivamente le solite dichiarazioni a favore della velocità, della semplificazione delle regole e addirittura – tanto per cambiare – della necessità di riformare la Costituzione.Partendo dalla fine, occorre ribadire che la Costituzione non c’entra nulla con la burocrazia. A meno che non si ritenga un inutile impaccio anche il rispetto del principio di legalità, senza il quale, però, retrocediamo a prima dello Stato di diritto. Per questo, sentire tirare in ballo per l’ennesima volta la riforma della Costituzione, oltre a essere stucchevole, dà il senso sconfortante dell’incompetenza di molti anche tra coloro che potrebbero avere un ruolo importante nell’assumere o orientare importanti decisioni.Una semplificazione di alcune procedure previste da leggi e regolamenti può certamente essere utile (o necessaria), ma senza far venir meno le garanzie che il tutto si svolga secondo regole precise di concorrenza leale e di trasparenza. In assenza di queste, il rischio è che le risorse vadano ad amici di amici, ai più bravi a scivolare nei corridoi dei palazzi romani, a chi frequenta più conventicole di vario genere, e che scopriremo tra qualche anno avere preso soprattutto per sé.In questo senso, una particolare importanza hanno le procedure di appalto, su cui già si starà concentrando l’attenzione di alcuni, a cui quei 400 miliardi avranno fatto brillare gli occhi assai più motivatamente rispetto a coloro che forse ne otterranno qualche briciola per il sostentamento. Le continue invocazioni alla semplificazione, con aumento delle possibilità di ricorrere a procedure negoziate senza bando, le ipotesi di limitazione dei ricorsi degli operatori esclusi (con evidente violazione della Costituzione), e quelle per cui le violazioni rimangano a carico della sola Pubblica amministrazione (riconoscendo al più un risarcimento danni per chi è stato illegittimamente escluso) non vanno nella giusta direzione.Viceversa si potrebbe, per esempio, intervenire a semplificare il sistema delle certificazioni, potenziare l’accorpamento delle stazioni appaltanti (per svolgere meglio le procedure) ma parcellizzare maggiormente gli appalti (forse con qualche piccolo costo in più dal punto di vista delle economie di scala ma favorendo la concorrenza e diminuendo le spinte alla corruzione), per fare solo alcuni pochi esempi.Più in generale occorre non solo non rinunciare alla trasparenza e a procedure selettive aperte, ma anzi potenziare questi strumenti. Su questo ci giochiamo la credibilità anche a livello di Unione europea, che certamente ci lascia molto perplessi rispetto ad alcune resistenze all’erogazione di finanziamenti, ma che non lo fa (soltanto) per punto preso.Lo fa (anche) perché sa cosa troppo spesso è stato fatto, nel nostro Paese, con il denaro pubblico. Ed è soltanto recuperando credibilità, con fatti concreti, che potremo contare su maggiori erogazioni anche in futuro e soprattutto giovarci del debito, che, pur inevitabile, non sarà stato fatto invano.
Non sappiamo più "stare" in silenzio
Oggi 07-04-20, 11:59

Non sappiamo più "stare" in silenzio

In questi giorni drammatici, come mai prima d’ora, noi psicoterapeuti siamo chiamati ad aiutare, a sostenere e a incoraggiare tutte quelle persone che si sentono “sperdute” nella condizione della “reclusione” o ancor peggio della malattia o drammaticamente del lutto familiare.Siamo chiamati a cercare soluzioni ad un tumulto inaspettato, a un evento traumatico di dimensioni gigantesche che tutto il pianeta sta vivendo. Ognuno di noi con grande impegno cerca di rispondere a questi appelli di aiuto. L’Ordine Nazionale degli Psicologi, la Croce Rossa Italiana, le Associazioni di Volontariato, tutti si sono resi disponibili a prestare la propria opera di supporto e di sollievo.Ci siamo messi in ascolto delle ansie, delle angosce e delle paure umane; aiutiamo a dare voce a tutti gli altri sentimenti, spesso sommersi, di solitudine e di paura del contagio. Ma ciò che non sappiamo fare, perché non abituati, è approfittare di questo grande silenzio che da sempre tanto temiamo.Non sappiamo “stare” in silenzio, il che vuol dire: fare spazio nel nostro cuore e nella nostra mente così occupata a essere “collegata”, ora molto più di prima, con il mondo esterno. Le linee internet sono perennemente occupate per lo smart working, le video conferenze, le riunioni che abbondano sulle piattaforme piu disparate..guai a lasciare il controllo.La maggior parte non telefona più ma utilizza le video chiamate , presi dal’angoscia di non potersi più vedere. Ma il silenzio, che improvvisamente è arrivato, inaspettato, nelle nostre città, nei nostri quartieri e nei nostri palazzi è il primo vero segnale di guarigione che vorrei tanto che si cogliesse e che si apprezzasse. Ci vuole una vera e propria educazione, disciplina e costanza per mettersi in una condizione di ”ascolto” del silenzio. Ci vogliono circa 72 ore di silenzio assoluto prima che la mente si arresti e si abitui a rallentare il ritmo forsennato cui è abituata.“Fare” silenzio vuol dire creare quel salubre vuoto interiore che non è assenza di qualcosa ma maggior spazio in cui prendersi un agio ed un grande riposo da se stessi e dal mondo. Fare silenzio è come fare pulizia nella nostra unica e autentica casa, che ci è dato di abitare, e che è il nostro corpo. Stare in una condizione silenziosa ci permette di accorgerci maggiormente di ciò che ci circonda e di dare più valore a quelle piccole cose che oramai diamo per scontate.Il silenzio spesso ci conduce a un ritmo più lento e a una maggiore attenzione a noi stessi: finalmente abbiamo l’occasione di incontrare la parte più profonda e “silenziosa” di noi. Il Coronavirus é un virus che attacca i polmoni, l’organo della “tristezza” come molti di noi lo hanno definito. I polmoni, il secondo grande motore, dopo il cuore, che ci permette la vita. Nasciamo con il primo vagito, il primo grande respiro polmonare e lasciamo la terra esalando l’ultimo respiro.Allora è dal respiro profondo e lento che dobbiamo ripartire per imparare ad approfittare di questo grande silenzio che oramai ci circonda e imparare a ritrovare in esso una risorsa piuttosto che una condanna. Ma Il silenzio può essere anche roboante, quando invece è assenza di parole per lo sgomento che viviamo nel non poter salutare i nostri cari che perdono la vita in questi giorni drammatici; quando nelle famiglie c’è una grande sofferenza inascoltata e abbandonata; quando le persone sole sono invisibili in questi giorni di restrizioni.Viviamo giorni dolorosi, difficili, sconosciuti a ognuno di noi; le mascherine ci “chiudono” la bocca, la nascondono e lasciano aperto solo uno spiraglio: i nostri occhi, per permetterci di incontrare l’altro. Ed è proprio quello sguardo silenzioso, carico di cura, di cui ci parlano gli infermieri e i medici come unico spiraglio di vicinanza tra loro e i pazienti malati.Ancora una volta le parole sono “negate”, al silenzio si affida il soccorso e allo sguardo la compassione. È necessario per ognuno di noi dedicare, in questo momento, molta più attenzione al respiro per arginare l’ansia e la paura che sopraggiungono nonostante noi. Esse ci portano a un’automatica apnea che genera quel circolo vizioso in cui la mancanza d’aria fa aumentare le ansie e le paure.Dobbiamo iniziare a dedicarci a un respiro profondo e calmo, a volte basta semplicemente quel che definiamo respiro di “sollievo”, quando non si conoscono delle tecniche specifiche. Sì, facciamo tutti, spesso, un bel sospiro di sollievo, portiamo almeno l’attenzione a questo piccolissimo e apparentemente banale compito che invece ci ossigena e ci aiuta un po’ ad allontanare emozioni spiacevoli.Questa non è la soluzione di veri e propri disturbi d’ansia o di attacchi di panico, ma solo un minuscolo invito per cercare di sentire un piccolo sollievo. Il silenzio che ci circonda in questo momento è come una benedizione che ci arriva dal cielo e che ci riporta a noi e al nostro respiro. Direi di approfittarne.
La fondazione benefica di Meghan e Harry si chiamerà Archewell (e la scelta del nome non è casuale)
Oggi 07-04-20, 11:55

La fondazione benefica di Meghan e Harry si chiamerà Archewell (e la scelta del nome non è casuale)

“Archewell”. Ha un nome l’organizzazione caritativa e sociale che i duchi di Sussex si apprestano a lanciare dagli Usa, dove si sono per il momento trasferiti dopo la clamorosa decisione di rinunciare allo status di membri senior della famiglia reale britannica e a gran parte dei doveri dinastici ufficiali in favore d’una vita più indipendente.Il nome della fondazione è stato rivelato dal Daily Telehraph: “Archewell” è crasi fra la parola greca “Archè” (che significa Azione e a cui i duchi rivelano d’essersi ispirati anche nella scelta del nome del piccolo Archie) e quella inglese “Well” (bene). L’obiettivo, come hanno riferito fonti vicine agli stessi Harry e Meghan, è quello di fare “qualcosa che valga la pena”, per se stessi e per gli altri. L’organizzazione, la cui direzione operativa è stata già affidata a Catherine St Laurent, veterana della Bill and Melinda Gates Foundation, nasce sotto la nuova etichetta dopo la rinuncia da parte dei duchi ‘ribelli’ al loro brand registrato a suo tempo, ‘Sussex Royal’, e la chiusura del profilo Instagram omonimo, capace di attirare in pochi mesi oltre 11 milioni di seguaci.Una rinuncia concordata con la regina e il resto dei Windsor, per non creare equivoci vista la scelta della coppia di distaccarsi dalla Royal Family e di non coinvolgere l’aggettivo Royal in possibili progetti commerciali. I dettagli sul programma della fondazione Archewell, il cui lancio è stato rinviato a causa dell’emergenza coronavirus e della volontà dei Sussex di concentrare ogni loro possibile aiuto su questa trincea al momento saranno resi noti “a tempo debito”, riferisce il Telegraph.
La sfida di Pasqua di Meloni: "Chiese aperte? Non capisco Salvini, meglio Messa da remoto"
Oggi 07-04-20, 11:41

La sfida di Pasqua di Meloni: "Chiese aperte? Non capisco Salvini, meglio Messa da remoto"

La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, ai microfoni di Radio24, ha parlato della riapertura delle chiese per le festività pasquali, tema aperto da Matteo Salvini nei giorni scorsi: “Non ho capito l’appello di Salvini. Tenere le chiese aperte in che senso? Fare le messe, non fare le messe? Noi abbiamo depositato degli emendamenti in modo da avere la possibilità di implementare la celebrazione delle messe da remoto. Non penso si possa fare molto di più”, ha dichiarato.″È dura, è dura in particolare quando arrivano festività come la Pasqua ma quello che va fatto devono dircelo gli esperti”, ha ribadito. In generale, sulle riaperture la Meloni chiede prudenza e pianificazione: “la cosa più importante è evitare di vanificare gli sforzi fatti finora, quindi ascoltare il parere degli scienziati, disegnando già da ora la strategia su come andare avanti”.L’emendamento di Fratelli d’Italia al Cura Italia prevede “l’ingresso nei luoghi destinati al culto con modalità idonee ad evitare assembramenti di persone, con obbligo a carico del titolare del luogo di culto di predisporre le condizioni per garantire il rispetto di una distanza di sicurezza interpersonale predeterminata e adeguata a prevenire o ridurre il rischio di contagio”.
È morta Susanna Vianello, figlia di Edoardo e voce radiofonica amica di Fiorello
Oggi 07-04-20, 11:38

È morta Susanna Vianello, figlia di Edoardo e voce radiofonica amica di Fiorello

Se ne va Susanna Vianello, figlia del cantante Edoardo Vianello e di Wilma Goich. “Abbiamo riso tantissimo. Non ti dimenticherò mai”. Con queste parole Fiorello ha ricordato, in un tweet la scomparsa dell’amica, voce radiofonica di Radio Italia Anni 60 stroncata da un tumore: avrebbe compiuto a breve 50 anni.Susanna Vianello è stata ricordata su Twitter anche dal cugino Andrea Vianello: “La mia cugina bella e forte, un tornado di talento e di simpatia, non c’è più. In un mese appena, un tumore cattivo e impietoso l’ha portata via. Avrebbe fatto tra poco appena 50 anni e lascia un figlio di 23. Aveva molto amici, ci mancherà molto”.