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HuffPost (noto fino al 2016 come The Huffington Post) è un blog e aggregatore statunitense fondato nel 2005 ed in breve tempo diventato uno dei siti più seguiti del mondo. L'edizione italiana di The Huffington Post ha debuttato il 25 settembre 2012, realizzata in collaborazione tra l'Huffington Post Mediagroup e il Gruppo Editoriale L'Espresso. Dal maggio 2017 anche l'edizione italiana ha modificato la testata in HuffPost, la stessa dell'edizione statunitense.
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Gordon Brown: "Il G20 farà la storia"
Estero
Oggi 28-10-21, 07:51

Gordon Brown: "Il G20 farà la storia"

Un vaccino per i Paesi poveri per inoculare il mondo contro il virus del nazionalismo. E’ questo l’appello di Gordon Brown, ex primo ministro britannico e ambasciatore Oms, a Mario Draghi - che sottolinea di conoscere “da oltre 20 anni ed è un eccezionale statista” forte della “fiducia degli altri membri del G20″ - e agli altri leader. In un’intervista a Repubblica afferma come sia “un’ottima notizia che l’Italia presieda il G20”, una “opportunità per fare storia” perché “possiamo coordinare il flusso dei vaccini” e “creare i mezzi con cui prevenire future pandemie”. Secondo Gordon Brown, il G20 “può fare la differenza” proprio a cominciare dal “coordinare il flusso di vaccini in tutto il mondo” perché se “sei mesi fa, il problema era la produzione di vaccini, ora è l’iniquità della distribuzione”.“L’Africa ha vaccinato solo il 5% della popolazione, mentre Europa e America circa il 70%. Nei Paesi ricchi siamo già alla terza dose, ma nei Paesi in via di sviluppo la gente non ha la possibilità di ricevere il primo vaccino - rileva - Solo il G20 può risolvere questo problema. Perché i Paesi sviluppati hanno un surplus di vaccini inutilizzati. E dovrebbero essere trasportati il più rapidamente possibile nei Paesi più poveri”. Questo fine settimana i 20 “hanno grandi decisioni da prendere su altri temi”, prosegue, ma “ciò che sta bloccando l’attività economica nel mondo” e “impedendo un ritorno alla normalità è il virus”.Per Gordon Brown, preoccupato dal fatto che “l’ideologia dominante dell’epoca sia il nazionalismo”, il G20 può “fare un grande passo avanti” e “se non viene fatto, a perderci siamo tutti” perché “dobbiamo essere consapevoli che quest’era di nazionalismo, che è più aggressiva di quanto non fosse dieci o cinque anni fa, è in realtà una barriera alla crescita”. “Ed è una barriera al commercio - sottolinea - Abbiamo bisogno di maggiore cooperazione tra nazioni se vogliamo evitare alcune delle insidie che ci aspettano nei prossimi mesi”.
Ddl Zan, Paola Turci: "Spettacolo miserabile, quello non è il Paese reale"
Politica
Oggi 28-10-21, 07:12

Ddl Zan, Paola Turci: "Spettacolo miserabile, quello non è il Paese reale"

“Ho trovato gli applausi e gli sfottò delle espressioni miserabili, indegne di un popolo che si definisce democratico e civile. I diritti umani sono di tutti ed è stato davvero penoso assistere a quello spettacolo. Alcuni partiti si definiscono liberali ma mi sa che non lo sono affatto. Anzi siamo sempre più allineati ai paesi europei autoritari. Alla Russia, alla Turchia dove vigono sistemi nei quali non mi riconosco”.Attonita e sdegnata Paola Turci, parla sulla Stampa dello spettacolo parlamentare in Senato ieri sul ddl Zan.La cantante, impegnata da anni sul tema dei diritti della persona, non risparmia nessuno:“C’è un centro sinistra sempre più diviso e sgretolato; questa poteva essere una loro battaglia e hanno fatto ben poco. Il voto segreto penso che ci dica questo e la definizione di partiti liberali non è esatta perché all’interno ci sono troppe anime diverse”.E poi Paola Turci parla del ddl Zan e di come ha risposto il mondo a cui appartiene:“A questo disegno di legge è stata data un’appartenenza politica ma in realtà non è così e ci siamo cascati un po’ tutti. Questa è stata una battaglia di civiltà che non coinvolge solo una parte di noi e questo molti miei colleghi non l’hanno colto e hanno pensato che schierandosi si sarebbero dati un marchio politico. Sui social poi se dici una cosa automaticamente sei schierata, ma tutto viene vissuto in modo superficiale. Persone come Fedez fanno sempre bene ad esporsi e a dire qualcosa e a impegnarsi. Per me l’impegno civile vale la nostra vita”.E poi chiosa, riferendosi all’articolo 3 della Costituzione“Con il voto di oggi si è andati contro la Costituzione ma anche contro la nostra stessa conoscenza. Chi si dichiara contro il disegno di Legge Zan in realtà fa una dichiarazione di ignoranza e si allea con chi pensa che i gay siano diversi e da perseguire. Ricordiamoci che in Italia solo il 17 maggio 1990 l’omosessualità è stata tolta dalle “malattie mentali”. Forse non siamo ancora pronti ad accettare la diversità di genere ma io sin da piccola ho pensato che la diversità fosse un avvicinamento verso la conoscenza. L’omofobia è figlia dell’ignoranza che si combatte solo con l’istruzione. Sin dalle scuole primarie dovremmo insegnare ai bambini che devono essere rispettosi delle diversità vivendo l’inclusione come un comportamento normale. Oggi mia nipote mi ha chiamato per dire che era dispiaciutissima. Le nuove generazioni sono più coerenti rispetto a noi “grandi” e tuttavia penso che l’Italia non sia omofoba ma ci sia una piccola parte che lo è; quello che abbiamo visto oggi non è il Paese reale”.
Ddl Zan, un tifo da stadio disgustoso
Oggi 28-10-21, 06:36

Ddl Zan, un tifo da stadio disgustoso

Si poteva essere più o meno d’accordo con il ddl Zan. Figuriamoci. Si poteva essere più o meno contrari. Legittimo. Ma una cosa è certa: quel tifo da stadio in Senato su una legge che, comunque, riguardava e riguarda il diritti delle persone, di tante persone, è stato disgustoso. Disgustoso e inaccettabile perché quei cori sono, comunque la si pensi, uno schiaffo alle speranze, ai diritti e alle sofferenze di italiani che certo non volevano togliere diritti ad altri italiani.Sono troppi anni che la politica italiana è questo: tifo da stadio, urla scomposte, inutili slogan. Troppi anni che la sguaiatezza plebea ha preso il posto della serietà, dell’equilibrio, della compostezza. E della capacità del compromesso. Un gioco senza fine di estremisti che tambureggiano la loro nullità culturale e intellettuale.Poi si chiedono perché mai nasca l’antipolitica. E poi piagnucolano perché gli italiani non vanno più a votare. E poi si meravigliano del perché gli italiani si innamorano dei Draghi di turno. Ma perché mai bisognerebbe fidarsi di questa politica, perché mai gli italiani dovrebbero scegliere questa gente qua? Perché? No, non c’è risposta. C’è solo la certezza che questa politica non è all’altezza del suo ruolo e del suo compito. Non si vota per chi dimostra ogni giorno la propria incapacità nel ricoprire un ruolo che dovrebbe essere sacro.Il distacco dalla politica nasce proprio da queste scene, nasce dalla profonda delusione nei confronti di una classe dirigente che dovrebbe essere migliore e che invece, ogni giorno di più, si dimostra peggiore. Perché il tifo applicato a cose serie, serissime, è malattia adolescenziale per antonomasia. È cazzeggio gratuito e pericoloso. Ecco, siamo governati da adolescenti allo sbaraglio che accelerano là dove dovrebbero rallentare, che si esaltano là dove dovrebbero ragionare, che si eccitano di fronte al sangue dei gladiatori.E niente, lo spettacolo di ieri in Senato è purtroppo la dimostrazione plastica della voragine, più esistenziale che ideologica, nella quale è caduta la politica italiana.
Censura mai: nemmeno alla letteratura dozzinale, e alle idee che ci ripugnano
Oggi 28-10-21, 06:30

Censura mai: nemmeno alla letteratura dozzinale, e alle idee che ci ripugnano

Ora che la mannaia censoria si sta abbattendo sulla buona letteratura, sul grande cinema, addirittura sui classici dell’arte e del pensiero, cresce, per fortuna, il numero delle persone preoccupate dal dilagare del nuovo oscurantismo. Mi fa piacere, ma sono d’accordo solo in parte, perché il principio della libertà d’espressione non è applicabile solo ai buoni prodotti della cultura ed è facile proclamare la tolleranza soltanto per ciò che sentiamo affine e che ci piace. La sfida è essere volterriani e liberali anche con ciò che non ci piace, anzi ci orripila. “Libertà è poter difendere ciò che non penso”, scriveva un gigante della cultura antitotalitaria come Albert Camus, e nel mio piccolo sono d’accordo con lui. Non bisogna applicare la censura né alla grande arte, ma nemmeno alle idee che ci ripugnano, alla letteratura dozzinale, ai pensieri volgari, al cinema orrendo, ai giornali spregevoli, alle vignette blasfeme, ai testi osceni delle canzoni, alla cultura di pessimo gusto, al linguaggio pacchiano, alle immagini di bassa lega.Non dobbiamo equiparare a reato tutto ciò che consideriamo orribile e grossolano. Per la semplice ragione che nessuno è legittimato ad ergersi a giudice del gusto e del giusto, del corretto e dell’accettabile e a demandare alla polizia e alla magistratura la missione di contrastare ciò contro cui dovremmo invece combattere con argomenti, idee, sarcasmo, passione culturale, antagonismo militante. Chi invoca la censura è anche pigro: si esenta dalla necessità di impegnarsi, delegando allo Stato compiti di pubblica pedagogia (con annesse manette) che non gli competono. Censura, mai: non è più chiaro? E su le maniche.
Draghi doma Salvini sulle pensioni e M5s sul reddito. Scontro sulla concorrenza
Politica
Ieri 27-10-21, 22:50

Draghi doma Salvini sulle pensioni e M5s sul reddito. Scontro sulla concorrenza

Quando Daniele Franco finisce di elencare le misure sulle pensioni, i capi delegazione dei partiti di maggioranza fissano il ministro dell’Economia. Mario Draghi è seduto al centro del tavolo di palazzo Chigi dove si discute della manovra da approvare all’indomani. Si gira verso il fedelissimo ministro: “Spiega tu”. E Franco spiega che non c’è una quota per il 2023.È il segnale che serve per tirare dentro la Lega e per non lasciare ai sindacati l’alibi di dire che il Governo non ha provato a ricomporre la frattura. Non è uno stravolgimento dell’impianto approvato una settimana fa, è un tocco di cacciavite. La linea è salvaguardata: decidere solo per il prossimo anno, con quota 102, significa che intanto si cancella la quota 100 leghista. Poi per il 2023 se ne parlerà, ma ad ora non c’è nulla e questo nulla significa che si torna alla Fornero. Semmai i problemi montano quando si passa a parlare del reddito di cittadinanza. La linea dura sulla stretta spiazza i grillini. Stefano Patuanelli dice sì, ma “con riserva”. Dalle sedie della Lega riparte il ritornello della misura “che costa troppo”. Si discute per venti minuti. Poi è il premier a fermare la maretta: “Passiamo al disegno di legge sulla concorrenza”.Quattro ore e mezza di riunione in cabina di regia sono già un elemento che spiega il clima scivoloso dell’ultimo miglio della manovra. Il risultato finale viene portato a casa, ma Draghi deve passare attraverso le sabbie mobili degli ultimi assestamenti. La soluzione ponte sulle pensioni alla fine fa dire alla Lega che è “un ottimo risultato”. Il perché lo spiega una fonte di primo livello del partito: “Per il 2023 non c’è nulla quindi si può introdurre una flessibilità più ampia”. La tesi regge perché spostare la decisione in avanti tiene i giochi aperti anche se non è detto ovviamente che andranno nella direzione auspicata dal Carroccio. Ma la decisione può arrivare anche con la manovra del prossimo autunno, dopo le elezioni per il Quirinale, insomma un’altra era geologica. E questa casella lasciata vuota è anche un gancio a Cgil, Cisl e Uil per lo stesso motivo. Con una differenza però sostanziale: i desiderata di Salvini sulle pensioni in qualche modo sono stati un po’ compensati, anche con la previsione di un Fondo per l’uscita anticipata di alcune categorie, mentre ai sindacati potrebbe non bastare perché le richieste sono più imponenti e costose. Quando si discute di pensioni, Maurizio Landini è al Tg1 a tenere ancora la linea del “valuteremo”, ma in mano al momento c’è ben poco.Anche il richiamo alla necessità di dialogare con i sindacati fatto dalla delegazione del Pd spiega come potrebbe non bastare l’apertura sul 2023 per ricomporre la frattura. I dem, invece, sono soddisfatti perché le loro richieste - la proroga dell’Ape sociale, con un allargamento della platea, e di Opzione donna - finiscono nella legge di bilancio.Se una settimana fa era la Lega a protestare sulle pensioni, questa volta sono i 5 stelle a reagire quando Draghi e Franco spiegano la stretta sul reddito di cittadinanza. I controlli arriveranno prima dell’erogazione dei soldi, non dopo come avviene oggi. Se la riduzione progressiva del beneficio già dopo il secondo no a una proposta di lavoro era stato messo in conto, quello dei controlli così rigidi genera disorientamento. Tra l’altro il premier e il titolare del Tesoro parlano a braccio, i partecipanti alla riunione non hanno un testo e i grillini temono l’imboscata. Quando i capidelegazione della Lega ritirano fuori il problema del rifinanziamento da 8 miliardi, Patuanelli ferma tutti e tira fuori la carta della riserva. Ma è Draghi a tenere la linea e anzi a insistere molto sul coinvolgimento delle agenzie private per superare il fallimento della rete pubblica dei centri per l’impiego. La riserva grillina non è un no, è una difesa che matura anche perché il premier cancella il cashback, altra bandiera grillina sospesa ma che il Movimento contava di riavviare. Il fatto che Giuseppe Conti esulti sull’estensione del superbonus alle case singole mette ben in evidenza la difficoltà.Il resto della manovra scivola via senza incidenti di percorso, il Pd incassa anche il rinnovo del bonus facciate, anche se ridimensionato, sulle tasse era già noto a tutti che gli 8 miliardi a disposizione per tagliarli finiranno in un Fondo e si deciderà in Parlamento come usarli. La legge di bilancio sarà approvata giovedì, intanto Draghi prima della cabina di regia aggiunge anche un decreto per velocizzare il Recovery all’accelerazione che passa da due Consigli dei ministri in due giorni. C’è forse spazio per il triplete, con il disegno di legge sulla concorrenza. Tocca sempre a Franco illustrare le misure e la Lega esulta subito perché non c’è l’intervento sulle concessioni balneari, ma tutti, Carroccio incluso, lamentano l’assenza di un testo. In ballo ci sono questioni delicate, che toccano interessi e consensi. Uno dopo l’altro, tutti i capi delegazione chiedono il rinvio dell’approvazione. Qualcuno si scalda: “Non si può fare così ogni volta”. Draghi ascolta tutti, poi si congeda: “Ci rifletterò stanotte”. Sul tavolo resta l’irritazione dei partecipanti.
Quota102 per un anno, più controlli su Reddito, cashback addio. La manovra di Draghi
Politica
Ieri 27-10-21, 21:30

Quota102 per un anno, più controlli su Reddito, cashback addio. La manovra di Draghi

Nuova “quota” per le pensioni per un solo anno, stretta sul reddito di cittadinanza, proroga del superbonus anche per le villette ma con un tetto di Isee a 25mila euro. Con una settimana di ritardo sulla tabella di marcia - che prevede l’invio al Parlamento entro il 20 ottobre - prende forma la prima legge di Bilancio targata Draghi-Franco che domani, sciolti gli ultimi nodi nella cabina di regia, arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri. Una manovra espansiva da 23 miliardi, che conferma l’impianto del Dpb trasmesso a Bruxelles e che contiene le risore per la riforma degli ammortizzatori e quelle, sempre solo con un fondo ad hoc, per il primo assaggio di taglio delle tasse, in attesa della riforma vera e propria del sistema che arriverà con la delega fiscale.NEL 2022 IN PENSIONE CON QUOTA 102: Dopo aver esaminato diversi schemi, per l’addio a Quota 100 arriva una soluzione per un solo anno, il 2022, in cui si potrà andare in pensione in anticipo raggiungendo Quota 102 con 64 anni di età e 38 di contributi e un fondo (da 3-400 milioni, per traghettare i più penalizzati dall’innalzamento dei requisiti). Un passaggio minimo (e che secondo i primi calcoli non aprirebbe spazi di flessibilità per moltissime persone) che serve però a sminare le proteste della Lega e l’ira dei sindacati, che ora si aspettano un tavolo di riforma.REDDITO, PIÙ FONDI MA SI CAMBIA: Per la misura bandiera del M5S arriva l’annunciata stretta, con controlli preventivi e un taglio dell’assegno a partire dalla seconda proposta di lavoro rifiutata, con un “decalage” progressivo. Ci sarà comunque un rifinanziamento da 800 milioni per coprire l’incremento della platea.FISCO, SCELTE RINVIATE AL PARLAMENTO: sul taglio delle tasse manca l’intesa e così in manovra per ora nero su bianco ci sarà solo il fondo da 8 miliardi. A chi destinarli (Irpef, cuneo o contributi) sarà una scelta che si compierà in Parlamento durante l’esame nelle Aule di Camera e Senato.SUPERBONUS, TETTO AL REDDITO PER LE VILLETTE: la proroga arriverà e sarà per tutto il 2022 anche per le abitazioni monofamiliari ma con un tetto di Isee per i proprietari fino a 25mila euro e limitato quindi, viene spiegato, alle sole prime case. Per i condomini la proroga sarà al 2023, con successivo decalage. Confermati anche gli altri incentivi per la casa, dall’ecobonus al bonus verde a quello per il rinnovo dei mobili. Il bonus facciate sarà prorogato ma la percentuale scenderà dal 90 al 60% il prossimo anno.STOP AL CASHBACK, 1,5 MLD SUL PIATTO: la misura voluta dal governo Conte è destinata a essere cancellata. Partita il primo gennaio 2021 consentiva di ottenere il rimborso del 10% sull’importo degli acquisti con le carte. Già sospesa fino alla fine dell’anno ora viene archiviata anche nel 2022 mettendo a disposizione 1,5 miliardi.FAMIGLIA E CASA, DAI CONGEDI AGLI ASILI: diventano strutturali i 10 giorni di congedo obbligatorio per i papà, viene prorogato lo sconto per gli under 36 che acquistano la prima casa e arrivano fondi aggiuntivi per asili nido e scuole dell’infanzia.PIÙ FONDI A SANITÀ, RICERCA E TPL: alla sanità , in prima linea nell’emergenza Covid, arriveranno altri 4 miliardi tra Fondo sanitario e fondi per i vaccini e farmaci anti-virus. Altri 400 milioni andranno alla ricerca - che sarà potenziata anche attraverso il Pnrr con il passaggio da 9mila a 20mila dottorati - e sarà rifinanziato anche il trasporto pubblico locale.SPINTA A INVESTIMENTI, 4 MLD A IMPRESE: ci saranno 2 miliardi per le infrastrutture e il Fondo di sviluppo e coesione, mentre altri 4 miliardi sosterranno gli investimenti privati.
Dal 2022 in Norvegia si venderanno solo auto elettriche (di G. Galeazzi)
Economia e Finanza
Ieri 27-10-21, 20:56

Dal 2022 in Norvegia si venderanno solo auto elettriche (di G. Galeazzi)

(di Goffredo Galeazzi)La Norvegia raggiungerà il 100% delle vendite di veicoli elettrici all’inizio del prossimo anno. O meglio, secondo i dati mensili sulle vendite di auto nuove rilasciati dal Consiglio norvegese per le informazioni sul traffico stradale (Ovf), si stima che l’ultimo veicolo con motore a combustione interna dovrebbe lasciare la concessionaria il prossimo aprile. Quasi tre anni prima dell’obiettivo stabilito dal governo norvegese: il 2025 per l’eliminazione completa di vendita di auto nuove a benzina e diesel. Una conferma viene anche da un’analisi pubblicata dalla Federazione automobilistica norvegese (Naf, Norges Automobil Forbund).Nei primi otto mesi del 2021, i veicoli senza alcun tipo di elettrificazione hanno rappresentato meno del 10% delle vendite di auto nuove (9,66%). Si tratta di un calo dal 21% rispetto all’anno precedente e di oltre il 50% rispetto al 2017. In agosto i veicoli completamente elettrici hanno rappresentato il 72% del mercato, mentre ibridi e ibridi plug-in sono stati il 20,4%, lasciando solo il 4,6% per i veicoli a benzina e solo il 3,2% per quelli diesel.Secondo il rappresentante del governo norvegese all’interno della Naf, Thor Egil Braadland, questi numeri indicano la fine della corsa per le auto convenzionali con motore a combustione interna. “Le nuove vendite di auto a benzina e diesel stanno scomparendo in Norvegia”, ha detto Braadland allapubblicazione ufficialedella Naf Motor.“Se la tendenza continua, le vendite termineranno durante la prima metà del 2022. È molto prima di quanto anche i più ottimisti appassionati di auto elettriche pensassero possibile”.Ma non è tutto negativo per i veicoli a combustione interna, sostiene Erik Andresen, Ceo della National Association of Car Importers sempre sulla rivista Motor. “Non credo che le vendite di auto a benzina e diesel vadano completamente a zero”, ha detto Andresen. “Prima verranno sostituite le piccole auto a benzina.Più grande e potente è l’auto, maggiori sono le possibilità che ci siano clienti che richiedono vetture con un motore a benzina o diesel”. In ogni caso, Motor avverte che ci sono alcuni segmenti di mercato, come i furgoni o i veicoli a quattro ruote motrici a benzina, che non hanno un’alternativa elettrica competitiva.Sebbene le vendite di veicoli a benzina sembrino destinate a “estinguersi”, non sarà la fine immediata dei veicoli tradizionali. Per Braadland “sarà ancora possibile avere un’auto a benzina o diesel: ci sarà un buon segmento dell’usato per queste auto”. Affermazione che trova riscontro nel mercato: in Norvegia la vendita di sette auto su otto riguarda vetture usate.I numeri del Naf mostrano infatti che finora nel 2021 dei 357.176 cambi di proprietà solo il 12% ha riguardato i veicoli elettrici. “Circa l′85% delle auto ha ancora un motore a benzina o diesel”, ha detto Braadland.Sulle strade norvegesi rimangono circa 2,4 milioni di veicoli a benzina e diesel.Un passato destinato però a sparire con una certa rapidità. Tra i 50 veicoli più venduti in Norvegia da gennaio ad agosto 2021, 30 sono completamente elettrici, 14 sono ibridi plug-in, 3 sono ibridi e 3 sono diesel. La Tesla Model 3 è in cima alle classifiche di vendita con oltre 7.000 unità, davantiall’ibrido plug-in Toyota Rav4 Prime che è al secondo posto mentre il primo ibrido èToyota Corolla Hybrid, al 16° posto. Il veicolo convenzionale più venduto è la Tiguan della Volkswagen, in calo al 38° posto.Uno dei motivi della popolarità dei veicoli elettrici in Norvegia sono i numerosi incentivi offerti ai consumatori per passare all’elettrico: tariffe ridotte di oltre il 50% per parcheggi a pagamento e strade a pedaggio; tasse molto più basse sui veicoli elettrici (circa il 25% in meno) e tasse molto alte sui veicoli a benzina che finanziano essenzialmente gli sconti sui veicoli elettrici, accesso limitato in alcune città con veicoli a benzina. Oltre a una infrastruttura di ricarica adeguata. Ciò significa che un’auto elettrica generalmente costa meno del suo equivalente a benzina.Una Volkswagen e-Golf, ad esempio, costa circa 800 euro in meno di una Golf tradizionale.
Con questo Parlamento l'elezione per il Quirinale sarà uno show
Politica
Ieri 27-10-21, 19:53

Con questo Parlamento l'elezione per il Quirinale sarà uno show

È Pier Luigi Bersani a dire quel che pensano tutti i leader ma che nessuno ha il coraggio di dire: ”Temo una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale”. Parla per fatto personale, Bersani, ma parla anche a ragion veduta. Perché nel voto sul ddl Zan si sono palesati tutti gli incubi del centrosinistra allargato ai 5 stelle: i gruppi sono fuori controllo. Dal pallottoliere mancano almeno 18 voti, che considerando i 149 stimati inizialmente significa che un 15% di quella compagine è fuori controllo. Dice anche Bersani che ”è tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”. Perché in effetti il problema è tutto da quella parte dell’emisfero politico. Almeno sulla legge Zan il centrodestra ha marciato compattamente, incassando più del preventivato.I giallorossi, così come li avevamo conosciuti ai tempi del secondo governo di Giuseppe Conte, non esistono più. I sospetti di Pd e M5s si addensano tutti su Italia viva, che risponde sdegnata alle accuse. Dice un senatore Dem che “se quelli, che fanno tanto i riformisti, in Sicilia hanno fatto l’accordo con Micciché di cosa stiamo parlando esattamente?”. Se c’era bisogno di una prova che quella compagine non esistesse più eccola servita su un piatto d’argento, nonostante Enrico Letta continui a lavorare sulla sua idea di campo largo, di Ulivo 2.0 con tutti dentro. Una che a Palazzo ne ha viste tante come Emma Bonino lancia un segnale al Nazareno: “Letta valuti bene chi si sceglie come alleato”.Mentre si consuma la sconfitta, Giuseppe Conte è a Palazzo Madama per incontrare i parlamentari di alcune Commissioni. Il primo pensiero va lì: “Ma sono stati quelli di Italia viva? Ora li dobbiamo attaccare”. I suoi non si fanno pregare, il bersaglio è fin troppo facile. Ma non si possono nascondere i fatti: anche se tutti i renziani presenti avessero votato a favore della tagliola che ha affossato lo Zan, mancherebbero all’appello altri 8 voti. Non una valanga, ma nemmeno pochi se proiettati sui giochi quirinalizi.E non basta nemmeno il capro espiatorio di Italia Viva per esaurire tutti gli strascichi di un voto che lascerà più di una cicatrice sul campo. Sentite Gianluca Castaldi, che per i 5 stelle è stato sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento: ” L’hanno affossato Italia viva e una decina del Pd”. Castaldi proprio un passante non è, il clima di diffidenza tra quelli che prima del governo insieme sono stati arci nemici si è irrobustito dopo la sconfitta. Dice un senatore pentastellato: “Se pensiamo che basti un pranzo tra Conte e Letta per andare d’amore e d’accordo non abbiamo capito nulla”. A microfoni accesi tutti i 5 stelle sono sicuri: il gruppo ha votato compatto. Appena si spengono nessuno è pronto a mettere la mano sul fuoco che qualche franco tiratore non sia ascrivibile alle loro fila. E d’altronde anche nel Pd sono volati stracci, con la senatrice Valeria Fedeli in lacrime a chiedere che si dimettessero i responsabili di una partita gestita così male e alcuni colleghi che le puntano il dito contro lei e contro i cattolici del partito, di aver ingrossato le fila del centrodestra.“Una bella prova di forza”, si fa bello un senatore leghista, mentre Ignazio La Russa passa in rassegna i colleghi M5s cantilenando “chi troppo vuole nulla stringe”. Le truppe del Carroccio, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia si sono ingrossate nel voto segreto, un dato che non è passato inosservato nella war room del Pd. Al Nazareno sono consapevoli che, a partire dal quarto scrutinio quando basterà la maggioranza assoluta del collegio elettorale, al centrodestra mancherebbero appena una cinquantina di voti per eleggere un proprio uomo al Colle.Matteo Salvini gongola, reputa “sconfitta l’arroganza di Pd e 5 stelle, Giorgia Meloni definisce “patetiche” le accuse di Letta e di Conte. Il segretario Dem aveva tuonato: “Hanno voluto fermare il futuro, hanno voluto riportare l’Italia indietro”. Ecco il capo politico M5s: “Chi gioisce del sabotaggio del ddl Zan dovrà renderne conto al paese”. Non il miglior clima per mettersi tutti insieme intorno al tavolo e scegliere il successore di Sergio Mattarella. Un ministro scrolla le spalle: “C’è un clima strano, diventa ogni giorno più difficile andare avanti”. Rinvigorito dal risultato, Salvini spiega che ha già un po’ di nomi in mente, ma è presto per parlarne. Vuole essere lui a dare le carte. Francesco Boccia attacca Italia viva attraverso il suo capogruppo al Senato: “Salvini e Faraone dicono le stesse cose, spero che provino un po’ di vergogna”. C’è sempre Renzi nel mirino, ma i problemi sono più profondi. “Molti dei nostri guardano al centrodestra, cercano un modo per ricandidarsi”, commenta un senatore M5s. Andrea Marcucci, che del Pd è stato capogruppo a Palazzo Madama, è secco: “Una strategia fallimentare, bisognerà riflettere”. E bisognerà farlo in fretta: al voto sul Quirinale mancano meno di tre mesi.
Bombardieri: "Renzi e Calenda ci criticano, ma hanno precarizzato il lavoro"
Economia e Finanza
Ieri 27-10-21, 18:43

Bombardieri: "Renzi e Calenda ci criticano, ma hanno precarizzato il lavoro"

“La polemica di Fornero, Renzi e Calenda sui sindacati che fanno la guerra ai giovani è frutto di visioni fantasiose.È strano che facciano questa riflessione proprio loro che hanno precarizzato il lavoro”. Il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri non ci sta a incassare il colpo che arriva dal fronte di chi imputa ai sindacati la grande colpa di occuparsi dei pensionati e non dei giovani. “Forse - dice in un’intervista a Huffpost - gli è sfuggito che nella piattaforma che abbiamo presentato a Draghi c’è la pensione di garanzia per i giovani”.Segretario, partiamo dalla rottura con il Governo. La scena di Mario Draghi che si alza e se ne va prima che la riunione finisca parla da sola. A caldo avete parlato di “mobilitazione”. Arriverete a proclamare lo sciopero generale?Nulla è escluso, non abbiamo cancellato il termine sciopero dal nostro vocabolario.Sciopero sì o no?Già sabato, insieme a Cgil e Cisl, valuteremo come muoverci, avviando un percorso di mobilitazione che, ripeto, non esclude neppure lo sciopero.Entriamo nel merito delle questioni. Quella che proponete sulle pensioni è di fatto una controriforma. Dentro c’è di tutto, da quota 41 che costa 9 miliardi all’anno ad altre misure onerose. Insomma servirebbe una manovra solo per le pensioni. Non è una richiesta fuori contesto?Innanzitutto dal punto di vista economico bisogna separare assistenza e previdenza: se noi togliamo la seconda dalla prima allora togliamo quasi tre punti percentuali di Pil alla spesa: scendiamo dal 16% al 13,8%, esattamente in linea con gli altri Paesi europei. Certo, le riforme costano, ma se la questione è la disponibilità economica allora dovremmo chiederci dove andare prendere i soldi.Dove?I margini di spesa sono ridotti a meno che non si decida di tagliare altra spesa pubblica, cioè la sanità o l’istruzione ad esempio, o alzare le tasse. Come si finanzia la vostra piattaforma?C’è il grande bacino dell’evasione fiscale, si può rivedere la tassazione delle multinazionali. Se si vuole i soldi si possono trovare, ma bisogna volerlo.Mi permetta un’obiezione. Si sapeva dal primo giorno in cui Draghi è arrivato a palazzo Chigi che non c’era lo spazio, politico ed economico, per la cancellazione della riforma Fornero. Perché insistere ancora dopo dieci anni?Le grandi crisi sono occasioni per grandi cambiamenti. Dopo la pandemia non c’è nulla di così assestato da non poter essere messo in discussione. E d’altronde ogni volta che facciamo una scelta c’è sempre qualcuno che ci dice che non è il momento giusto.Il sindacato non rischia di restare intrappolato nell’ossessione dell’uscita anticipata? Alla fine quota 100, che permetteva di lasciare prima il mondo del lavoro, non è stata così apprezzata dai lavoratori.Non abbiamo mai sostenuto quota 100, ma in ogni caso è utile ricordare anche che quando parliamo di età media forse dovremmo ricordarci che negli altri Paesi questa età è tra i 63 i 64 anni, non 67. In Italia 67 è l’età media da dieci anni. Sarebbe interessante capire con quali risultati e dove sono finiti i soldi che sono stati risparmiati.Portare l’età per la pensione a 62 o fare quota 41, prendendo in considerazione solo i contributi, non assicura però un ricambio generazionale. Quota 100 ha dimostrato che non basta mandare in pensione prima i lavoratori anziani per far entrare i giovani. Perché con le vostre proposte dovrebbe essere diverso?È vero, non c’è un automatismo ma non c’è perché i 700mila posti di lavoro che si sono creati sono precari, a tempo determinato. Proprio per questo respingiamo le speculazioni di chi ci accusa che siamo contro i giovani e chiediamo di parlare di tutele del lavoro.Cosa chiedete?Il potenziamento del welfare, ma è fondamentale anche la formazione, soprattutto per chi ha il reddito di cittadinanza. Le sembra normale che chi versa per più di vent’anni prende una pensione più bassa di chi ha il reddito di cittadinanza? Al Governo però sfugge una visione d’insieme.Cioè?La società si sta trasformando, dobbiamo mettere in piedi la transizione ecologica e quella digitale. Noi chiediamo di affrontare questa trasformazione con strumenti in grado di garantire queste transizioni. Se non affrontiamo questi temi non creiamo un’occupazione stabile e non andiamo da nessuna parte.Andiamo al concreto. Cosa proponete per i giovani?Nella nostra piattaforma c’è una pensione di garanzia proprio per i giovani.Chi paga i buchi contributivi e in generale l’assegno che prende in considerazione anche i periodi di disoccupazione e di formazione?Serve uno sforzo dello Stato. Il lavoro e le pensioni sono un tema anche di sostenibilità sociale, oltre che economica.È un peccato grave dirlo? Se non interveniamo ora, dovremmo farlo dopo. Intanto però i poveri aumentano e siamo arrivati a circa 5 milioni. Chi dice che bisogna solo risparmiare non tiene conto della compatibilità di questa considerazione con lo stato sociale: è una visione miope.Renzi, Calenda e molti altri dicono che a essere miopi sono i sindacati.È strano che facciano questa riflessione proprio loro che hanno precarizzato il lavoro con il Jobs Act. Se ci troviamo con il rischio che i giovani vadano in pensione a 70 anni e con pensioni da fame forse è il caso di chiedersi di chi è la colpa. E la colpa è di chi ha reso precario il lavoro.Al di là delle colpe, facciamo un momento di autocritica. Non state tirando troppo la volata ai pensionati e lasciando indietro i giovani?Non capisco perché bisogna mettere le due cose in contrapposizione. Noi vogliamo un percorso comune in cui si dà sicurezza a tutti. Quest’anno abbiamo dato 170 miliardi di aiuti alle imprese senza condizionalità. Giustissimo, bisogna farle ripartire, ma abbiamo dato questi soldi anche a quelle aziende che pagano le tasse nei paradisi fiscali. Possibile che i soldi siano un problema solo quando si parla di lavoro e pensioni?
"Cashback e lotteria degli scontrini sono la strada giusta per limitare il contante"
Economia e Finanza
Ieri 27-10-21, 18:33

"Cashback e lotteria degli scontrini sono la strada giusta per limitare il contante"

“L’uso del contante si ridurrà sempre di più e il futuro dei pagamenti sarà sempre più digitale”. HuffPost ha raccolto le parole di Rita Camporeale, responsabile Ufficio sistemi di pagamento dell’Abi, impegnata dal 3 al 5 novembre con il Salone dei pagamenti. Il salto tecnologico nell’uso di strumenti alternativi al contante è stato fortemente spinto dalla fase pandemica, anche se il nostro Paese rimane, nel panorama europeo, ancora legato all’utilizzo della moneta fisica. Quanto alle strategie del decisore politico per stimolare la tradizione alle carte di credito, “il principio di introdurre incentivi come il cashback o la lotteria degli scontrini, e non obblighi o divieti, è sicuramente premiante”. Poi c’è il tema generazionale: “Il modo in cui si approcciano i nativi digitali rispetto a una popolazione che ha imparato a utilizzare il digitale è profondamente diverso”.Dottoressa Camporeale, ci aiuta ad aprire una finestra sul futuro dei pagamenti digitali? Quest’anno, anche a causa della pandemia, abbiamo vissuto un salto tecnologico nelle abitudini di pagamento degli italiani. Anche se nel confronto europeo il numero di operazioni pro-capite con strumenti alternativi al contante rimane più basso della media, in realtà abbiamo avuto un forte spostamento dall’utilizzo di contante all’utilizzo di strumenti come carte di pagamento o bonifici online. Una tendenza dovuta sì al periodo di chiusure delle attività, ma che permane anche dopo la fine della fase di chiusura. Ovviamente la tendenza andrà osservata sul lungo periodo, ma possiamo dire che il futuro dei pagamenti sarà sempre più digitale, sempre più basato su tecnologie avanzate che consentono un’interazione veloce, ad esempio le carte contactless, e sempre più attraverso i nostri smartphone, quindi il mobile payment sta diventando una strada maestra per il futuro.Cosa ci dobbiamo aspettare? Quanto e quando sostituiranno – finalmente – il contante?Noi non pensiamo che si possa arrivare nel breve periodo, perlomeno in Italia, a una società senza contante, ma sicuramente avremo una società che usa meno contante. All’inizio del periodo pandemico abbiamo visto un aumento della detenzione di contante, abbiamo poi avuto l’esperienza di una sua netta riduzione, che come dicevo permane anche dopo la fine del periodo critico. Non possiamo dire che il contante sarà completamente sostituito, considerando che c’è una fascia di popolazione che ha poca familiarità con gli strumenti digitali e che quindi predilige comunque l’utilizzo del contante. Da una serie di analisi si evince che permane una significativa riduzione del rapporto tra il valore dei prelievi in contanti e quello dei pagamenti effettuati con carta. Alla luce di questo immaginiamo che l’uso del contante si ridurrà sempre di più.Se guardiamo oltralpe troviamo Paesi ove si utilizza già prevalentemente lo strumento di pagamento elettronico e il contante è quasi sparito dalla circolazione…L’Olanda e la Svezia ad esempio. La banca centrale svedese si sta preoccupando che il contante non venga più utilizzato e sta analizzando possibili aggiustamenti.Cosa possiamo dire distintamente dei pagamenti in negozio e quelli online? Come si evolveranno l’uno e l’altro? Sicuramente le banche si stanno adeguando a un rapporto su tutti i canali. Il negozio e l’online nell’esperienza dell’utente sono sempre di più facili sostituti e anche in negozio abbiamo una tendenza, con la tecnologia contactless, di far sfumare l’esperienza del pagamento nella complessiva esperienza dell’acquisto. Come se fosse una fase che non vediamo più, attraverso ad esempio la possibilità di uscire dal negozio inquadrando solo il QR code che contiene i dati del pagamento. L’evoluzione va verso una sostituibilità abbastanza spinta tra il fisico e l’online e, parlando di quest’ultimo, tutto attraverso telefonia mobile. Si possono fare delle considerazioni a proposito dei diversi tipi di clienti dei pagamenti digitali? Questo sarà uno dei temi cardine del Salone dei pagamenti. Quello che posso dire in linea generale è che il modo in cui si approcciano i nativi digitali rispetto a una popolazione che ha imparato a utilizzare il digitale è profondamente diverso. In questo c’è anche una differenza di preferenze rispetto ai vari strumenti, ad esempio in Italia c’è un grande utilizzo di carte prepagate.Come si spiega?Da un lato sono quelle che più facilmente i genitori danno ai figli per tenere sotto controllo la paghetta elettronica, ma dall’altro fanno capire che c’è qualche timore sulla sicurezza nei pagamenti online. Timore che in realtà con le nuove tecnologie, a seguito della seconda direttiva europea sui pagamenti, si va sciogliendo.Che ruolo hanno avuto le azioni di governo in questi ultimi anni per spingere la digitalizzazione? È stato fatto molto, tutto il piano Cashless, che ha introdotto da un lato il credito d’imposta per gli esercenti a fronte dell’accettazione di pagamenti con carta, avviato prima nel settore carburanti e poi esteso a tutti gli esercenti e professionisti, dall’altro la lotteria degli scontrini e il cashback, sicuramente hanno avuto un impatto che si è sommato all’effetto della pandemia. Il dato più significativo è senza dubbio l’abbassamento dell’importo medio di ogni singolo pagamento con carta di pagamento, che vuol dire che i pagamenti di piccolo importo vengono fatti sempre di più con strumenti alternativi al contante. Quindi gli incentivi servono?Sì, anche se ogni misura va valutata sotto vari profili. In linea generale, il principio di introdurre incentivi e non obblighi o divieti è sicuramente premiante. Noi lo stiamo dicendo da anni e credo che l’esperienza ci suggerisca che è la strada giusta da percorrere.
"In pensione a 63 anni col contributivo, e da 67 anni col retributivo"
Economia e Finanza
Ieri 27-10-21, 18:25

"In pensione a 63 anni col contributivo, e da 67 anni col retributivo"

“Sono un genio compreso, purtroppo, e per questo voglio condividere con voi una proposta semplice, equa e sostenibile che potrebbe mettere d’accordo tutti sul tema pensioni. Dal 1996 il sistema pensionistico del nostro paese è di tipo contributivo, ovvero: si va in pensione con i contributi maturati. Prima era di tipo retributivo, in media più generoso, si andava in pensione sulla base delle ultimi retribuzioni percepite a fine carriera, sicuramente più alte (a volte anche artificialmente aumentate a fine carriera). Il problema del sistema pensionistico oggi è rappresentato dal sistema misto: cioè lavoratori con il modello retributivo e quello contributivo, un problema che avremo fino al 2035”. Così Beppe Grillo, in un intervento sul suo blog sul tema pensioni.“La soluzione a questo dilemma c’è, ed è molto semplice, ed è stata proposta anche dall’Inps recentemente: permettiamo ai lavoratori del sistema misto di andare in pensione a 63 anni con la quota contributiva maturata fino ad oggi, e diamo loro al compimento dei 67 anni, l’età ordinaria di vecchiaia, la parte retributiva”, suggerisce il garante M5S. “Una scelta”, prosegue Grillo, “che farebbe felici quelle persone che vogliono flessibilità, che hanno necessità o voglia di andare in pensione prima, perché subiscono mobbing, perché sono stanchi, perché fanno un lavoro pesante e non sono in grado di arrivare a 67 anni. Ma farebbe felice anche la sostenibilità finanziaria: infatti i lavoratori andrebbero in pensione anticipata con quello che hanno maturato. Si combinerebbe dunque umanità e sostenibilità finanziaria. L’anticipo pensionistico infatti non penalizza definitivamente quei lavoratori, perché avranno la parte retributiva, come previsto, a 67 anni”.
"Lo stop al ddl Zan è uno schifo, vergogna". "Evviva, abbiamo fermato la porcata"
Politica
Ieri 27-10-21, 18:12

"Lo stop al ddl Zan è uno schifo, vergogna". "Evviva, abbiamo fermato la porcata"

Sono le 13.40 circa. L’aula del Senato vota a favore della cosiddetta ‘tagliola’, chiesta da Lega e FdI. Salta l’esame degli articoli ed emendamenti del ddl Zan, per cui l’iter si blocca.154 senatori dicono di sì, 131 i contrari e due astenuti. Non passa neanche un minuto e arrivano le prime reazioni degli esponenti delle forze politiche. Sul ddl Zan scoppia il Parlamento. I vari gruppi incolpano gli altri del fallimento del disegno di legge. Ma, all’interno degli stessi gruppi, ci sono esponenti che, contrari alla linea del partito sulla ‘tagliola’ danno le dimissioni. Intanto i membri del Partito Democratico si scambiano accuse reciproche o annunciano di aver sempre “avvisato della gestione fallimentare del progetto”. E poi c’è chi, contento dell’affossamento del ddl, lo definisce una grande “porcata” e dunque, “meglio che non sia passato”. I minuti che seguono l’affossamento del disegno di legge contro l’omotransfobia possono entrare a far parte dei migliori repertori “di colore” della storia della nostra politica. E rappresentano l’inizio di un vero e proprio caos all’interno del Parlamento.Un esempio è il deputato Elio Vito. Subito dopo l’affossamento del disegno di legge annuncia le dimissioni da responsabile del Dipartimento Difesa e sicurezza di Forza Italia con una lettera inviata a Berlusconi e specificando di aver preso la decisione “dopo che è stato annunciato al Senato il nostro voto favorevole al non passaggio agli articoli del ddl Zan”. Poco dopo però Vito ci ripensa: “Non voglio lasciare Forza Italia, per adesso no”. Ma le sorprese sul Ddl Zan sono “vergognose, schifose e ignobili. Che si arrivasse fino a questo non me lo aspettavo”.E non può mancare il leghista Calderoli che in Aula, prima del voto sulla ‘tagliola’, ha sostenuto che fosse meglio fermarsi prima di fare “una porcata”. Insomma, colui che ha inventato il Porcellum che definisce il ddl Zan una “porcata”. E alle obiezioni della presidente Casellati sul linguaggio (“Senatore Calderoli, forse di porcataè meglio non parlare. Lo so che lei l’ha rivendicata come propria, però preferirei che evitasse”), Calderoli ha risposto ironico: “Signor presidente, è una forma di coming out anche questa”. Poi, una volta che il ddl non è passato Calderoli ha dichiarato vittoria. “Evviva, vittoria. Grazie alla mia richiesta di non passaggio all’esame degli articoli e di voto segreto si è posto fine, definitivamente, al ddl Zan, affossato con ben 23 voti di scarto. Quando i professionisti scendono in campo è meglio che i dilettanti restino in panchina” afferma.Tra le note di colore della giornata non si può tralasciare poi ciò che è accaduto al senatore del M5s, Vincenzo Santangelo, richiamato più volte da Casellati perché reo di aver fatto alcuni gesti all’indirizzo della presidente. “Senatore Santangelo lei è un gran maleducato. Non si fanno gesti alla presidenza, lei è ammonito. È censurato, e tra un po’ la allontano dall’Aula, ha detto Casellati. “Non mi costringa a farlo, a impedirle di votare, la smetta con il suo comportamento irrispettoso. Non ammetto che si facciano gesti di questo tipo, lo può fare da altre parti, non qua dentro”. Santangelo alla fine ha votato e ora esprime la sua delusione per l’affossamento del ddl. “Le forze politiche che oggi esultano per avere affossato il disegno di legge Zan, una battaglia di civiltà contro ogni forma di discriminazione e violenza per l’orientamento sessuale, devono assumersene la responsabilità davanti a tutti i cittadini. Come si può gioire per aver sottratto ad altri dei diritti che invece dovrebbero essere garantiti da uno Stato democratico?” scrive subito dopo il voto.Sull’affossamento del Ddl Zan si scomoda addirittura l’ex compagna di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale, da sempre impegnata a difesa dei diritti Lgbt, che critica gli applausi di alcuni senatori all’approvazione della tagliola. “Provo profonda tristezza. La sinistra che fallisce, la destra omofoba e violenta che perde ovunque quando sono gli italiani a decidere ma che, purtroppo, continua a dettare la linea politica. Oggi alcuni senatori sghignazzavano e applaudivano il proprio trionfo, quasi come se fosse una testimonianza di virilità. Li ho trovati imbarazzanti e soprattutto beffardi sulla pelle delle vittime dell’omofobia” dichiara all’Adnkronos.Il leader della lega Salvini afferma che sul ddl Zan è stata “sconfitta l’arroganza di Pd e M5s”. Parole simili a quelle del capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Luca Ciriani, “il voto di oggi, che ha bocciato il pericoloso e liberticida disegno di legge Zan, è la giusta e meritata punizione per l’arroganza della sinistra e il Movimento cinque stelle”. Ma parole simili anche a quelle del capogruppo renziano Davide Faraone che ritiene che “l’arroganza Letta e le divisioni M5s” abbiano “fatto saltare la legge”. E proprio sulle parole di Salvini e Faraone interviene il deputato Pd Francesco Boccia. “Spero solo che di fronte allo specchio e alla propria coscienza provino un po’ di vergogna” afferma il responsabile Regioni e Enti locali della Segreteria nazionale, che mette sullo stesso piano le parole di Salvini e Faraone.A sinistra la senatrice del Pd Simona Malpezzi se la prende con tutta la destra, rea di aver applaudito all’affossamento del disegno di legge.“L’applauso di una parte del Senato conferma che la destra non ha mai voluto approvare una legge contro i crimini di odio e le discriminazioni” commenta. Secondo Malpezzi il voto di oggi “dimostra che in questo Paese non esiste una destra moderna e liberale ma una destra che si schiera, tutta, con Orban e i suoi amici”. Alessia Morani (Pd) accusa su Twitter Salvini e Meloni di “lisciare il pelo agli omofobi”. “Meloni e Salvini che esultano per l’affossamento della legge Zan sono lontani anni luce dal paese reale. Dopo avere lisciato il pelo ai NoVax ora si dedicano agli omofobi. Che vergogna per il nostro paese, ultimo in Europa a non avere una legge contro l’omotransfobia” scrive.Nello stesso centrosinistra è tutti contro tutti.I 154 voti che hanno stoppato il disegno di legge contro l’omotransfobia di fatto hanno aperto uno scontro a tutto campo nel centrosinistra. Difficile risalire ai voti effettivi, dato il voto segreto e l’alto numero di assenti (287 votanti su 315). 154 i senatori favorevoli alla tagliola e 131 i contrari, una differenza di 23 voti. Di questi, 16 - sospettano dalle parti del Pd e del M5s - dovrebbero essere arrivati da IV, anche se il capogruppo renziano a Palazzo Madama, Davide Faraone, ha preventivamente dichiarato voto contrario alla tagliola. Sul banco degli imputati c’è anche il PD, accusato sia da M5S che da Italia Viva. La senatrice grillina Alessandra Maiorino si dice “amareggiata. Abbiamo lasciato la conduzione al PD e questo è l’esito”, mentre il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, accusa i dem di “finta apertura dopo il no al rinvio del voto segreto in Senato: “Significava che le parole di Letta sulla mediazione erano solo spot”. Italia Viva, per bocca di Maria Elena Boschi, inserisce anche il M5s tra i colpevoli: “Sconfitta incredibile per arroganza PD-M5S”, tuona. La senatrice Teresa Bellanova parla di una pessima gestione di Pd e M5s. “I senatori di Italia viva hanno votato in modo compatto il no all’affossamento della legge. Alla rigidità della destra che non voleva alcuna legge si è saldata l’arroganza, la prepotenza e la pessima gestione parlamentare del Partito Democratico e del Movimento cinque stelle, che non hanno saputo garantire neanche i loro voti. Il risultato è profondamente ingiusto: un arretramento sui diritti civili e sulla tutela delle persone” afferma la viceministra alle Infrastrutture e Mobilità sostenibili.Non ci sta il PD, che replica con le parole del padre del ddl ormai affossato. Secondo Alessandro Zan, Italia Viva “ha tradito il patto politico, le responsabilità sono chiare”.Il fallimento del ddl apre una frattura anche all’interno dei dem, dove a caldo la senatrice Valeria Fedeli si lascia andare a uno sfogo in cui chiede le dimissioni della capogruppo e dei vertici in Commissione Giustizia. L’ex ministra del Miur corregge poi il tiro, ma senza rinunciare a chiedere “un chiarimento e un confronto franco”. Fedeli si dice sconvolta dal voto anche perché, secondo lei, lo stesso segretario Enrico Letta “diceva sempre che i numeri c’erano”. “Io credo che ora vada aperta in modo oggettivo e lucido una riflessione seria su tutti i passaggi che ci hanno portato a questa sconfitta, una sconfitta che dobbiamo guardare negli occhi” osserva. Anche il senatore Marcucci si dice “amareggiato per l’esito del voto del Senato” e dice di aver messo in guardia in tutti i modi da “una gestione fallimentare del provvedimento”. Secondo Marcucci “c’è stato un evidente travaso di voti, anche molto consistente, di circa 20”. “Sinceramente non mi aspettavo questo voto, bisognerà fare una riflessione anche su come è stata gestita questa vicenda” riflette, sostenendo che il Pd dovrà interrogarsi a fondo su quanto accaduto. La stessa riflessione la propone anche il senatore Dario Stefàno. “Furbizie regolamentari unite alla spregiudicatezza politica delle destre hanno prodotto un grave danno ai diritti nel nostro Paese. Dovevamo evitare questo epilogo per il ddl Zan. Ora serve una riflessione seria, anche nel Pd, perché sarà tutto comunque più complicato”.
Nel fiume Adige ritrovato un corpo di donna: potrebbe essere la madre che ha ucciso le figlie
Cronaca
Ieri 27-10-21, 18:05

Nel fiume Adige ritrovato un corpo di donna: potrebbe essere la madre che ha ucciso le figlie

Un corpo di donna è stato ritrovato nel fiume Adige. Potrebbe essere quello di Sachithra Nisansala Fernando Mahawaduge Dewendra, la madre delle due sorelle di 11 e 13 anni uccise ieri nella casa accoglienza “Mamma Bambino” a Verona.La 34enne cingalese è ricercata da ieri. Il corpo è stato trovato dai Vigili del fuoco in un’ansa del fiume vicino al Lazzaretto di Porto San Pancrazio. Il ritrovamento è avvenuto a circa 300 metri da dove erano stati rinvenuti gli effetti personali della donna, la borsa e il cellulare.“Piuttosto che dare le bambine a mio marito le ammazzo e mi ammazzo”, è la frase che persone vicine alla donna le hanno sentito spesso ripetere, anche al termine di colloqui con medici che l’avevano sentita più volte per stabilire la sua capacità genitoriale. “Per favore le bambine hanno la febbre, datemi una medicina e poi lasciatele dormire. Oggi non le mando a scuola”. Queste invece le ultime parole, rivolte ad un’assistente sociale, pronunciate ieri mattina dalla madre sospettata.Il sindaco di Verona, Federico Sboarina, ha ricostruito l’accaduto. “La signora ha riferito che le due figlie erano indisposte e ha chiesto un farmaco antinfluenzale. Trascorso un po’ di tempo l’operatrice è entrata in camere e ha visto le bambine a letto che sembravano dormire, la luce accesa nel bagno. Per questo ha pensato che la madre si trovasse all’interno del bagno ed è uscita dalla stanza. Trascorsa una decina di minuti l’operatrice è tornata nella camera, è entrata in bagno e si è resa conto che non c’era nessuno. A quel punto è andata a controllare le due bimbe facendo la terribile scoperta. Erano già prive di vita. La finestra del bagno era aperta e quindi la madre sicuramente si è allontanata da lì”.
Flop Ddl Zan, prove generali di Quirinale
Ieri 27-10-21, 17:50

Flop Ddl Zan, prove generali di Quirinale

Con l’affossamento, per questa legislatura, del progetto di legge Zan, va in scena l’antipasto delle elezioni al Quirinale.Per quanto sulla manovra di bilancio si affaccino alcune ombre, in Parlamento non ci saranno problemi. È invece una procedura a votazione segreta, su un tema che divide e che lascia spettatore il governo Draghi, l’occasione perfetta per consumare le prime manovre tattiche per la battaglia del Quirinale.Il Presidente Mattarella ha detto chiaramente di non ambire alla rielezione e una disponibilità di Mario Draghi chiuderebbe subito la partita. Siccome allo stato non esiste una prospettiva simile, il Quirinale si prospetta come una guerra di nervi con due possibiliking maker. Il centro-destra che, per la prima volta, è in grado di influenzare pesantemente la scelta del successore di Mattarella, se non di determinarlo; ragione per cui Berlusconi sta facendo di tutto per tenerla insieme rispetto alle tendenze centrifughe. E Renzi, che sa bene che avrà una occasione irripetibile per far assurgere Italia Viva a protagonista, nella posizione mediana occupata dal suo consistente gruppo parlamentare (mentre Calenda e la sua Azione sono, come noto, assenti dalla partita). Tralasciando le accuse reciproche su chi ha affossato il ddl Zan, notoriamente oggetto di scarse simpatie anche in ambienti M5s, il messaggio che emerge oggettivamente è chiaro: i numeri sulla carta non tengono, fine legislatura si avvicina e le fibrillazioni aumentano: con il voto segreto può accadere più o meno di tutto.Nelle elezioni del Quirinale, in assenza di una maggioranza autosufficiente in parlamento in seduta comune (quindi comprendente anche le delegazioni regionali) o di un nome che metta d’accordo tutti, si può dare per scontato un consistente ruolo dei franchi tiratori. Ciò vuol dire che chi è posto al crocevia degli schieramenti può giocare un ruolo cruciale. C’è da capire in quale direzione voglia giocarlo. È lì che si determinerà il profilo del candidato.Leggi anche...L'inevitabile esito della linea "Zan o morte" (di A. De Angelis)Ddl Zan, cronaca di una guerriglia (di P. Salvatori)
L'inevitabile esito della linea "Zan o morte"
Politica
Ieri 27-10-21, 17:45

L'inevitabile esito della linea "Zan o morte"

Game over, tanto per chiarire. In termini regolamentari, usando un gergo tecnico, a palazzo Madama si è votato sulla cosiddetta “tagliola”, una sorta di “pregiudiziale”. E l’Aula ha stabilito di non procedere al voto sul ddl Zan, articolo per articolo, emendamento per emendamento. Fermato. In teoria, molto in teoria, è possibile ripresentare il provvedimento tra sei mesi, aprile o maggio che sia. Politicamente parlando, finisce qui.Difficile immaginare che tra sei mesi, eletto il capo dello Stato, con i partiti che hanno la testa alla fine della legislatura, induriti da questo precedente, eccetera eccetera riescano a ripartire dallo stesso testo o da un provvedimento condiviso, in un clima di collaborazione, folgorati sulla via di Damasco dei diritti civili. Dunque, sostanzialmente, siamo di fronte all’affossamento. Forse alla cronaca di una morte annunciata, che si consuma nelle reciproche accuse e recriminazioni.Difficile, in termini generali, che un provvedimento così divisivo, non solo tra gli schieramenti, ma anche dentro gli schieramenti - dai moderati del centrodestra favorevoli a norme in materia, ma meno ideologiche fino alle perplessità di pezzi del mondo della sinistra su alcuni rilevanti aspetti del ddl Zan legge – potesse passare a colpi di maggioranza, senza un accordo largo a monte. E, sui presupposti di una contrapposizione frontale, è accaduto ciò che, in fondo, era prevedibile. E cioè: la destra ha giocato ad affossare la legge. Il Pd non ha mai tentato, seriamente, la linea del dialogo. Poche considerazioni a caldo.La prima: è un’occasione persa, per tutti, soprattutto per il paese, perché le esigenze di consenso hanno prevalso sull’esigenza di una seria discussione sui diritti. Discussione che è stata fatta più dagli influencer e dagli opinion maker che in Parlamento. Anche se non fosse stata bloccata dalla tagliola, il ddl Zan, in questo clima, sarebbe stato un Vietnam, tra emendamenti e voti segreti, nell’ambito di un dibattito poco ordinato, fatto di prove di forza e agguati.Secondo: il problema non ciò che è accaduto oggi, ma “ieri” e “l’altroieri”, quando non si è trovato un modo - eppure un canovaccio possibile sui famosi tre punti controversi poteva esserci - per arrivare in Aula con un accordo, frutto di una discussione di merito più alta del “ritirate la tagliola”, “no, non ritiriamo la tagliola”, che ha avuto come prevedibile conseguenza i franchi tiratori, della cui esistenza erano a conoscenza anche i muri a palazzo Madama, considerati i malumori anche nel Pd e il gioco di Renzi.Terzo, il Pd, che si è sempre approcciato con una linea che suona così. “Comunque vada sarà un successo perché o passa come è, oppure sventoliamo la nostra bandiera dando la colpa ad altri”. Da Salvini a Renzi, che “vogliono solo tirarla per le lunghe”. E ha rinunciato, in nome dell’intransigenza dei principi, alla ricerca faticosa di un compromesso possibile nelle condizioni date, anteponendo la convinzione dell’altrui pregiudizio che rendeva inutile lo sforzo. Linea discutibile, sia pur secondo la prospettiva di far cadere gli altrui alibi.Quarto: proprio la linea “Zan o morte”, di fronte alla morte, ha avuto l’impatto più forte proprio nel Pd che, nel dna, ha una vocazione maggioritaria e plurale. E ora subisce lo stress test di una posizione minoritaria perché il mondo democratico è più ampio dei soli fan di Zan e della Cirinnà. Basta leggere le parole di Valeria Fedeli, senatrice, ex ministro, ex dirigente della Cgil di solida cultura riformista, particolarmente aspre verso la linea seguita, chiedendo addirittura le dimissioni della capogruppo al Senato per come è stata condotta la vicenda, dall’inizio fino a ieri. Quando, di fronte alla cautela espressa da alcuni senatori in relazione ai numeri, si è stabilito di andare avanti, nella convinzione di averli o nell’illusione dei poteri taumaturgici di una sconfitta parlamentare.Ps, che vale per il futuro, a pochi mesi dall’elezione del prossimo capo dello Stato. Qualcuno, come l’ex parlamentare di Articolo 1, Arturo Scotto, vede nel voto di oggi “le prove generali del Quirinale”. Tradotto: un’intesa centrodestra-Renzi. Chissà, forse l’indicazione è un’altra. E cioè che quell’intesa è frutto anche della non ricerca di un’intesa più ampia e dell’arrocco. E però – i numeri dicono che ci sono franchi tiratori anche nel Pd – anche di una tendenza dei parlamentari a non eseguire le decisioni dei partiti. Il che suggerisce maggioranze molto ampie e nomi molto condivisi.
Pensioni e giovani: una soluzione c'è, ma nessuno ne parla
Economia e Finanza
Ieri 27-10-21, 17:41

Pensioni e giovani: una soluzione c'è, ma nessuno ne parla

I giovani di oggi, dai venti ai trent’anni, sono meno di quanti non fossimo noi a quell’età. Hanno mediamente studiato più di noi, ma faticano molto più di noi a trovare lavoro stabile e dignitoso. Guadagnano meno di quanto non guadagnassimo noi, non avranno, se le cose restano così, un sistema pensionistico che li tuteli alla fine della loro incerta “carriera” lavorativa. Molti abbandonano sia la scuola che la ricerca di lavoro, altri, i più competenti, emigrano. Questa la contraddizione principale della società italiana di questi ultimi venti anni (forse non solo italiana) che nessuno sta pensando di sciogliere. La seconda e altrettanto irrisolta contraddizione riguarda gli anziani e la fine dell’attività lavorativa. Diciamo le cose come stanno: nessuno, a meno di non fare lavori davvero gravosi o pericolosi o insalubri, desidera andare in pensione prima di compiere 70 anni. Non per un fatto economico, ma perché concludendo il lavoro, viene meno il ruolo sociale, persino l’identità personale di ciascuno e la nostra società non garantisce prospettive serie di inclusione attiva nella propria comunità. La spinta ad andare in pensione, per la stragrande maggioranza dei casi, dipende dal timore (molto fondato) che le “riforme” del sistema di cui si parla di continuo peggiorino i propri trattamenti previdenziali. Confondere questi due atteggiamenti diffusi e forzosamente sovrapposti è un errore. Gli scalini, gli scaloni, sono rimedi congiunturali che non affrontano anzi confondono il problema e lo trattano dal versante del contenimento dei conti Inps e non da quello dell’espansione dell’area di lavoro e di contribuzione. Quel che servirebbe è la definizione di un percorso certo, flessibile e duraturo di prolungamento volontario, magari part-time dell’attività lavorativa. Non certo un ritorno al sistema retributivo che premierebbe solo i più stabili e garantiti. Le due contraddizioni richiamate (giovani e anziani) hanno un nesso fra loro? Certo che ce l’hanno. Perché il part-time anziano può creare domanda di lavoro giovane e, se ben gestito, consente il trasferimento delle competenze operative del lavoro e dei suoi modelli organizzativi tra “esperti” e “apprendisti”. Competenze che non si acquisiscono nemmeno nei più avanzati corsi di laurea. Sarebbe uno strumento (l’unico efficace) di una politica attiva del lavoro nel privato e nel pubblico. Se, invece di distribuire reddito (di “cittadinanza”?) indipendente dal lavoro, si potessero erogare retribuzioni e contributi previdenziali in modo da non penalizzare gli anziani e costruire un futuro previdenziale ai giovani. Si potrebbe insomma sperimentare una formazione professionale sul lavoro retribuita e contribuita. Per non dire che questo percorso tenderebbe a stabilizzare il lavoro formato anche a carico delle imprese anziché la tecnica usa e getta di oggi.Questi non sono argomenti nuovi. Perché allora nessuno ne parla e Governo, partiti e sindacati litigano sulle scadenze da adottare anziché affrontare con decisione l’ “insostenibilità” del mercato del lavoro e del sistema pensionistico? Difficile da capire.
Allerta Copasir: "Serve legge sul radicalismo online e in carcere"
Politica
Ieri 27-10-21, 17:29

Allerta Copasir: "Serve legge sul radicalismo online e in carcere"

Settantuno persone sono state espulse dall’Italia, solo nel 2021, per rischi legati alla radicalizzazione jihadista. Sono, invece, 144 i foreign fighters monitorati. E, ancora, nelle carceri italiane i contano, secondo i dati del Dap, 313 i detenuti controllati per scongiurare che si radicalizzino. Parte da questi numeri il Copasir per dare la sveglia al Parlamento. L’estremismo islamico, prima che perseguito quando si verificano i reati, va prevenuto. E per farlo serve, alla svelta, una legge: “Il Comitato - si legge nella relazione, approvata ieri,sul contrasto alla radicalizzazione jihadista in Italia - segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista”.Terreni fertili per la nascita degli estremismi, è spiegato nel documento redatto dai deputati Enrico Borghi e Federica Dieni, sono il web e i penitenziari. Per tenere lontana la minaccia della radicalizzazione - e di tutte le sue possibili conseguenze, atti terroristici compresi - bisogna mettere regole chiare e di ampio spettro nero su bianco. Per farlo, però, non si deve necessariamente partire da zero.“Fratelli d’Italia ha ripetutamente sostenuto, spesso in totale solitudine, l’urgenza di contrastare il dilagare dell’integralismo islamista. Bene che finalmente la questione sia ufficialmente entrata tra le emergenze nazionali. Ora il Parlamento proceda al più presto all’approvazione delle proposte di legge da tempo depositate da Fdi su questa importante materia”, ha scritto su Facebook Giorgia Meloni. In verità, però, un proposta di legge per prevenire e contrastare il radicalismo jihadista in Parlamento era nata già da anni, sulla scia dei provvedimenti voluti da Marco Minniti.Nella scorsa legislatura Andrea Manciulli e Stefano Dambruoso, entrambi all’epoca deputati e molto esperti del tema - furono i relatori del decreto antiterrorismo - avevano scritto un progetto di legge che era passato alla Camera. Non riuscì ad avere il sì del Senato, perché la legislatura era volta al termine, ma è stato riproposto identico dopo le elezioni ed ora è al vaglio della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Il provvedimento, si legge nella relazione, ha come principale obiettivo la prevenzione: creare gli strumenti giusti affinché le persone di fede islamica non si radicalizzino e utilizzarli in carcere come a scuola, online come nel mondo del lavoro. In tutti quei settori della società dove, insomma, è possibile che si creino sacche di estremismo.Il testo della precedente legislatura è considerato un punto di partenza che probabilmente dovrà essere ampliato. Quel che è certo è che, dopo l’allerta del Copasir, i lavori per una legge ad hoc sul tema dovrebbero iniziare a correre. Possibilmente, anche se il tema è divisivo e convergere su un testo sarà tutt’altro che facile, con l’adesione di tutte le forze politiche: “È lodevole che il Copasir abbia approvato all’unanimità la necessità di avere una legge sul contrasto alla radicalizzazione islamica perché, come avevamo già scritto, il fenomeno non si combatte se non mettendo insieme la parte della repressione con un importante lavoro di prevenzione. Quest’ultima deve essere rivolta soprattutto alle nuove generazioni, poiché assistiamo a una crescita dell’interesse al jihadismo proprio nei giovani. È importante che ci sia uno spirito di coesione tra le forze politiche del Paese, perché il terrorismo è una materia in cui bisogna farsi trovare uniti”, dice ad Huffpost Andrea Manciulli, attualmente presidente di Europa Atlantica.Per quanto secondo il Copasir una legge sia indifferibile, in Italia il rischio di radicalizzazione islamica è meno alto che altrove, grazie all’accoglienza. “Il lavoro che fanno le associazioni, le parrocchie, ma anche la propensione della religione cattolica ad accogliere, ha consentito di attenuare al massimo il pericolo di radicalizzazione, anche negli ultimi tre anni, quando il flusso di migranti è aumentato. In altri Paesi, pensiamo alla Francia e alla Danimarca, questo non è accaduto ”, ci spiega Stefano Dambruoso. Magistrato di lungo corso, si è occupato di terrorismo prima nelle procure che in Parlamento. “La sola repressione - avverte, richiamando la relazione del Copasir - non sarà sufficiente a superare e sconfiggere il radicalismo jihadista. Bisogna creare progetti e programmi di sviluppo interreligioso e multiculturale. In vari settori della società. Nelle scuole e nelle carceri, dove è necessario avere una dirigenza aggiornata, ad esempio”. Una particolare attenzione va dedicata a internet “sia per quanto riguarda il dark web che la rete ordinaria”, perché i rischi che la radicalizzazione parta dal mondo virtuale sono alti.Per fare tutto questo, però, le buone intenzioni non bastano: “Una legge è necessaria”, ribadisce Dambruoso. La palla, ora, al Parlamento.
L'ombrello di Aukus sul sud-est asiatico. E gli Usa vogliono Taiwan all'Onu
Estero
Ieri 27-10-21, 17:24

L'ombrello di Aukus sul sud-est asiatico. E gli Usa vogliono Taiwan all'Onu

Nuova escalation nella guerra verbale tra Stati Uniti e Cina attorno a Taiwan. L’appello del segretario di Stato americano Antony Blinken ai Paesi membri dell’Onu a sostenere la “robusta e significativa partecipazione di Taiwan nel sistema delle Nazioni Unite” ha fatto infuriare Pechino. Se Washington continuerà a usare “la carta di Taiwan”, andrà incontro a un “effetto dirompente” nelle relazioni bilaterali, è l’avvertimento lanciato dal portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. L’ultimo botta e risposta esaspera la contrapposizione tra Washington e Pechino su Taiwan, con gli Usa che non vogliono rinunciare al loro protettorato de facto e la Cina sempre più nervosa per la crescente rilevanza internazionale di quella che considera una “provincia ribelle”.L’isola non ha un proprio seggio all’Onu dal 1971, dalla Risoluzione 2758, che riconosce la Repubblica popolare cinese come unico governo legittimo della Cina. “La dichiarazione statunitense – lamenta Pechino - viola gravemente il principio di ‘una sola Cina’ e le disposizioni dei tre comunicati congiunti sino-americani, infrangendo tutti gli impegni presi e le norme fondative delle relazioni internazionali e inviando un segnale fortemente sbagliato alle forze per ‘l’indipendenza di Taiwan’”. E ancora: “Taiwan non ha alcun diritto di partecipare all’Onu”, ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo di Pechino per gli Affari con Taipei, Ma Xiaoguang, in quanto le “Nazioni Unite sono una organizzazione governativa internazionale composta da Stati sovrani”.Il riferimento è alle parole del segretario Blinken, secondo cui “la significativa partecipazione di Taiwan al sistema delle Nazioni Unite non è una questione politica, ma pragmatica”. Come esempi, il diplomatico americano ha citato l’esclusione di Taiwan dalle riunioni dell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale, nonostante sia un importante hub di transito, e dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonostante abbia messo in campo una risposta efficace alla pandemia di Covid-19. “L’esclusione di Taiwan mina l’importante lavoro dell’Onu e dei suoi organi collegati, che trarrebbero grandi benefici dai suoi contributi”, ha affermato Blinken. “Ecco perché incoraggiamo tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite a unirsi a noi nel sostenere la partecipazione forte e significativa di Taiwan in tutto il sistema delle Nazioni Unite e nella comunità internazionale”.L’offensiva diplomatica Usa si è intensificata negli ultimi giorni, dopo che il presidente Joe Biden ha assicurato l’impegno americano a “difendere Taiwan” da una eventuale aggressione da parte della Cina. Il Dipartimento di Stato ha comunicato che alti funzionari statunitensi e taiwanesi si sono incontrati virtualmente un paio di giorni fa per discutere dell’espansione della partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite e ad altri gruppi internazionali.Il pressing per far entrare Taiwan al Palazzo di Vetro si accompagna a quello per estendere l’area di influenza del patto Aukus ai Paesi dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico composta da dieci Paesi (Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia). Al vertice dell’Asia orientale organizzato dall’Asean, tutt’ora in corso, partecipano per la prima volta in quattro anni anche gli Stati Uniti, oltre al premier cinese Li Keqiang e al presidente russo Vladimir Putin. “Gli Stati Uniti - ha promesso Biden - si schiereranno con gli alleati del sud-est asiatico nella difesa della libertà dei mari, della democrazia e dei diritti umani”.Al summit partecipa – con profitto - anche l’Australia, l’alleato americano letteralmente più agguerrito nella regione, dopo la firma a metà settembre del patto per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare.Dal vertice Canberra porta a casa l’impegno delle nazioni Asean a stabilire una “partnership strategico globale”, un altro segno dell’ambizione australiana di svolgere un ruolo più importante nella regione. Il patto rafforzerebbe ulteriormente i legami diplomatici e di sicurezza dell’Australia in una regione in rapida crescita che è diventata un campo di battaglia strategico tra Stati Uniti e Cina. Sebbene gli obiettivi strategici concreti della partnership non siano stati immediatamente annunciati, il primo ministro Scott Morrison ha promesso che l’Australia lo “sosterrà con sostanza”. “Questa pietra miliare sottolinea l’impegno dell’Australia per il ruolo centrale dell’Asean nell’Indo-Pacifico e posiziona la nostra partnership per il futuro”, ha affermato in una dichiarazione congiunta con la ministra degli Esteri Marise Payne. “L’Australia sostiene una regione pacifica, stabile, resiliente e prospera, con al centro l’Asean”. Canberra ha anche annunciato che investirà 154 milioni di dollari in progetti nel sud-est asiatico su salute ed energia, sicurezza, antiterrorismo, lotta alla criminalità transnazionale, oltre a centinaia di borse di studio.Anche la Cina – riporta Reuters – si sta dando da fare per mettere a segno un accordo strategico con l’Asean. Il premier Li Keqiang ha incontrato i leader del sud-est asiatico martedì, mentre un vertice speciale con il presidente Xi Jinping è previsto per novembre. Entrambi i blocchi corteggiano un gruppo di Paesi che non ha una visione unanime sul patto Aukus e il suo impatto per la regione. Malesia e Indonesia, in particolare, hanno esplicitato i loro dubbi su un accordo che temono possa alimentare una corsa agli armamenti nell’area.Di corsa agli armamenti parlano anche i media americani, con le dichiarazioni particolarmente rumorose del generale Mark Milley, capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, a Bloomberg. Il presunto missile ipersonico testato la scorsa estate dalla Cina “si avvicina molto” al lancio in orbita dello Sputnik da parte dell’Unione sovietica nel 1957, ha dichiarato il generale in un’intervista all’emittente televisiva. “Abbiamo assistito a un evento molto significativo, ovvero il test di un sistema d’arma ipersonico. È qualcosa di molto preoccupante”, ha affermato l’ufficiale. “Non so se questo evento possa essere accostato al lancio dello Spuntik, ma credo siamo molto vicini. Ha tutta la nostra attenzione”, ha aggiunto Milley. A metà ottobre il quotidiano britannico Financial Times ha dato notizia di due test su missili ipersonici che la Cina avrebbe lanciato nello spazio la scorsa estate e che sarebbero in grado di trasportare testate nucleari. Milley è l’ufficiale statunitense di più alto grado ad aver commentato finora la notizia. Le sue parole - osserva Bloomberg - riflettono la preoccupazione del Pentagono per la competitività degli Stati Uniti in materia di tecnologia ipersonica, già manifestata ieri dall’amministratore delegato del colosso della difesa Raytheon, Gregory Hayes, secondo cui gli Usa sono “indietro di diversi anni” rispetto alla Cina. Pechino ha negato di aver testato missili ipersonici, affermando invece di aver lanciato la scorsa estate un veicolo spaziale.
Ddl Zan, ha vinto l'ipocrisia
Ieri 27-10-21, 17:11

Ddl Zan, ha vinto l'ipocrisia

Ha vinto Zan e la sua ipocrisia sulla sessualità nel rendere complesso un tema legittimo attraverso l’uso della retorica e dei sofismi.Ha vinto il Pd per la sua ipocrisia di aver manipolato come una bandiera uno dei diritti legittimi.Ha vinto Salvini per la sua ipocrisia suffragata da dati oggettivi degli esempi a lui vicini di sessualità da tutelare.Ha vinto Berlusconi per la sua ipocrisia delle incoerenze tra l’essere e il fare.Ha vinto Meloni, una donna prima che essere una cristiana.Ha vinto la Chiesa, l’Unica Santa e Apostolica Romana, perché ancora rimette i peccati in un mondo sempre più laico e che non li riconosce più.Ha vinto il gioco delle parti e ha perso quello dei partiti.Hanno vinto tutti quelli che sono ipocriti perché fanno finta di non capire e non hanno alcuna intenzione di combattere per la libertà.Oggi, abbiamo ostracizzato la diversità.
Franco Grillini: "In 28 anni abbiamo ottenuto le unioni civili e poco altro"
Politica
Ieri 27-10-21, 16:57

Franco Grillini: "In 28 anni abbiamo ottenuto le unioni civili e poco altro"

“L’affossamento del ddl Zan rappresenta un giorno nero per la libertà in Italia”. È quello che pensa Franco Grillini, raggiunto da HuffPost, a proposito del voto in Senato che con 23 voti di scarto ha rimandato il ddl sull’omofobia in Commissione. Grillini, ex parlamentare e storico leader del movimento Lgbt non nasconde la delusione che è tanta. “Ma non sono sorpreso -spiega - perché purtroppo la decisione del Senato era prevedibile”.Perché il voto di oggi sul ddl Zan era prevedibile?È molto semplice. Ogni volta che in Italia abbiamo provato a far passare qualcosa in Parlamento che riguardasse gli omosessuali è sempre scoppiato il finimondo. Ma non si tratta solo di ddl Zan.Ovvero?Con il voto in Senato di oggi abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione dell’incapacità e non volontà dei parlamentari italiani di affrontare una questione annosa, ovvero quella dei diritti individuali e delle libertà. Poi figuriamoci, oggi c’è stata l’ipocrisia anche del voto segreto.Non le sembra che con l’utilizzo del voto segreto si sia voluto trattare un tema così importante che riguarda direttamente i cittadini come una partita politica con cui si elegge il Capo dello Stato?Il voto segreto soprattutto su una questione procedurale è una cosa un po’ vigliacca: perché si può essere favorevoli o contrari ma almeno avere il coraggio di metterci la faccia. Invece abbiamo da una parte la destra compatta, compresa Forza Italia nonostante tanti esponenti che si dicevano favorevoli. Chissà, magari covano l’illusione di portare Berlusconi al Quirinale. Dall’altra invece c’è il solito centrosinistra sfrangiato, con qualche cattodem e pezzi di Italia Viva che hanno approfittato della segretezza per affossare il disegno di legge.Se dovessimo fare un bilancio oggi da quando lei in prima persona ha iniziato le sue battaglie, cosa ha ottenuto la comunità Lgbt?Dal punto di vista normativo, che è il più importante, ben poco. Le leggi si contano sulle dita d’una mano e sono tre. La prima è quella sulle unioni civili ottenuta solo ed esclusivamente a colpi di voti di fiducia. Poi c’è la legge sulla protezione internazionale degli omosessuali che abbiamo approvato quando io ero alla Camera. E infine la norma contro la discriminazione degli omosessuali sui luoghi di lavoro che è stata fatta su imposizione dell’Unione europea.E adesso cosa farete?Continueremo a premere perché il Parlamento se ne occupi anche se c’è questa bizzarra norma del Senato che se una legge viene rimandata in Commissione prima di sei mesi non può essere riportata in aula. Certo che tra sei mesi la legislatura sarà agli sgoccioli e quindi sarà molto difficile riprendere la discussione. Ma noi non molliamo e non cederemo mai su alcuni punti che per noi sono irrinunciabili come l’identità di genere che oltretutto è già presente nella giurisprudenza italiana. Perché è da quando ero presidente dell’Arcigay nel ’93 che lottiamo per questa legge. E poi me lo lasci dire: se guardiamo i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole al ddl Zan a differenza dei propri rappresentanti.C’è qualche manifestazione all’orizzonte?Sicuramente. Ci sarà presto una grande mobilitazione nazionale del movimento che non molla di un millimetro. Ci abbiamo messo tantissimo a ottenere le unioni civili per cui combattevamo dagli anni ’80, figuriamoci se ci fermiamo adesso.Leggi anche...Ddl Zan, cronaca di una guerriglia (di P. Salvatori)
La cancel culture che non piace a twitter: per gli utenti la #CulturaAmericana è molto di più
Ieri 27-10-21, 16:46

La cancel culture che non piace a twitter: per gli utenti la #CulturaAmericana è molto di più

L’hashtag #CulturaAmericana è entrato stamattina nei trending topic di Twitter Italia ed è rimasto in prima posizione per diverse ore. Il motivo? Migliaia di utenti hanno aperto un dibattito sull’arte, sulla musica, e sulla letteratura statunitensi, restituendo una fotografia completa della cultura americana, in cui emerge non soltanto l’ormai trita e ritrita “cancel culture”, ma molto di più.L’iniziativa è partita da Giuliana Sonnati, in arte “Sala Lettura”, una book blogger toscana che nel 2011 ha aperto un blog e una pagina twitter per discutere di arte e letteratura.Il nostro viaggio prosegue negli U.S.A,che pur non vantando la tradizione artistico-culturale della “vecchia Europa”, hanno saputo sviluppare multipli interessi:nel cinema,in generi musicali,in veri capolavori letterari, poesia…~25-29 Ottobre~#CulturaAmericana a #SalaLetturapic.twitter.com/U6EEgUn4Y2— Il Caffè Letterario©️ (@SalaLettura) October 24, 2021Oggi il suo account vanta decine di migliaia di follower. Dai film alla pittura, dalla poesia alla fotografia. Gli utenti hanno risposto citando migliaia di opere, film e poesie che hanno fatto la storia della cultura americana.#CulturaAmericanaJack Nicholsondal film ShiningVedi, certe cose che succedono lasciano tante tracce di quello che è accaduto. Ma sono tracce che non tutti possono vedere, ma solamente quelle persone che hanno la luccicanza, solo loro pic.twitter.com/AFbyE0d1EW— alone73x (@alone73x1) October 27, 2021#CulturaAmericanadal film Revolutionary roadL' altra faccia del sogno americano...- Allora una coppia come voi due da cos'è che deve scappare? -Forse stiamo scappando. Noi scappiamo dal vuoto disperato di tutta la vita qui, giusto? pic.twitter.com/Ri9q8Ip9bU— alone73x (@alone73x1) October 27, 2021"Ero a quel tempo giovane aggiornato e lucido, e sapevo parlare di tutto con nervosa indifferenza" Jack Kerouac #CulturaAmericanapic.twitter.com/YZ6m3N0cRr— Epìsch Porzioni (@EpischPorzioni) October 27, 2021I grandi sognatori non dormono mai. Edgar Allan Poe #CulturaAmericana a #SalaLetturapic.twitter.com/RSsHORp27R— Rossana Francioso (@rossanafrancio1) October 26, 2021“Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango.”Truman Capote, «A sangue freddo».#CulturaAmericana#SalaLettura@SalaLettura— Riccardo Piazza (@Riccardo_Piazza) October 27, 2021Siamo stati fin troppo spesso abituati ad associare la “cultura della cancellazione” all’esperienza oltreoceano: dalle proteste anti-razziste per l’assassinio dell’afroamericano George W. Floyd (e i conseguenti tentativi di rimuovere statue o monumenti considerati simboli della schiavitù o dei regimi coloniali) alle critiche rivolte a Walt Disney per sessismo, antisemitismo e razzismo. E la lista di personalità che hanno abbracciato questo movimento è lunga: l’ultima in ordine di tempo è la cantante e attrice Demi Lovato, che poche settimane fa ha messo in guardia contro l’uso del termine “alieno” per descrivere gli extraterrestri, in quanto tutti coloro che abitano al di fuori del pianeta Terra potrebbero trovarlo offensivo, e poco tempo prima aveva manifestato la volontà di essere chiamata con la terza persona plurale, “loro”.Il dibattito pubblico statunitense, infatti, negli ultimi anni è stato letteralmente invaso dalla cancel culture. Ma se da una parte la “cultura della cancellazione” è considerata da molti un importante strumento di giustizia sociale, attraverso cui “silenziare” chi esprime opinioni giudicate offensive, per molti altri è un fenomeno da debellare.“Si è trasformato nella cancellazione della storia, incoraggiando l’illegalità, ammutolendo i cittadini e violando il libero scambio di idee, pensieri e parole”, hanno detto i politici alla Convention nazionale repubblicana del 2020.
I Facebook Papers dimostrano che la notizia della morte della Bestia è fortemente esagerata
Politica
Ieri 27-10-21, 16:39

I Facebook Papers dimostrano che la notizia della morte della Bestia è fortemente esagerata

Da lunedì, diciassette testate americane, più due europee, Le Monde e Financial Times, stanno pubblicando i documenti interni che l’ex ingegnere di Facebook, Frances Haugen, ha fornito al Congresso degli Stati Uniti d’America, prima della sua testimonianza davanti alla Commissione per la sicurezza. I documenti, dati a settembre al Wall Street Journal, che ha cominciato a raccontarli e analizzarli nell’inchiesta Facebook Files, sono stati ora condivisi da un parlamentare americano anche ad altre testate scelte. E gli approfondimenti pubblicati negli ultimi giorni dimostrano che le informazioni contenute nei “Facebook Papers” sono tante, e alcune molto rilevanti.La prima che colpisce è che non era tutta colpa di Luca Morisi. “Facebook – scrive l’Atlantic, uno dei giornali che è in possesso dei documenti, descrivendo le informazioni che vi sono contenute – ha facilitato la diffusione della disinformazione, del discorso d’odio e della polarizzazione politica”, le accuse che più spesso sono state rivolte, in Italia, all’inventore della macchina social di Matteo Salvini – Luca Morisi, appunto –, l’ideatore delle campagne più aggressive e spregiudicate del capo della Lega. Come ha raccontato su questo giornale Adele Sarno, la caduta di Morisi (finito sotto inchiesta per cessione di stupefacenti e sparito dalla circolazione dopo che la notizia dell’indagine è stata pubblicata, benché ora la sua posizione vada verso l’archiviazione) non ha messo fine alla tecnica con la quale Morisi ha costruito il successo di Salvini, attraverso la Bestia. Essa è stata già ereditata dagli epigoni che lavorano per Giorgia Meloni, e che hanno contribuito alla sua ascesa. E questo perché la Bestia, in realtà, non crea né distrugge niente: semplicemente, utilizza con abilità delle funzioni che sono connaturate al sistema di Facebook (e di altri social network), come raccontano i documenti raccolti dalla Haugen.“Negli anni – scrive il New York Times, un altro dei giornali che sta consultando le carte –, Facebook ha modificato alcune funzioni, ma il meccanismo interno del sistema è rimasto in gran parte invariato”. Le tre infrastrutture chiave del social network (il tasto “mi piace”, la condivisione dei contenuti in tempo reale e la possibilità di creare dei gruppi) sono state messe in discussione in questi anni dai tecnici dell’azienda, poiché ritenuti i responsabili della diffusione virale di teorie cospirative, incoraggiatori dello scontro politico feroce e della mobilitazione dei sentimenti più aggressivi degli utenti, ma, alla fine, nessuna di queste funzioni è stata modificata.Nel 2019, racconta il New York Times, dopo aver studiato i rapporti interni dei funzionari di Facebook, è stato condotto un esperimento per la rimozione del tasto “mi piace”, in una parte dell’Australia. L’obiettivo era valutare quanto sarebbe costato all’azienda toglierlo, in termini di interazioni e presenza degli utenti sulla piattaforma, a fronte della riduzione degli effetti collaterali che si volevano eliminare. Il risultato è che sarebbe costato troppo, perché, senza il tasto “mi piace”, gli utenti commentavano e condividevano sensibilmente di meno i post pubblicati. Perciò Facebook ha deciso di lasciare le cose come stavano. Lo scorso anno, sono state analizzate anche le proprietà del tasto “condividi”. Le ricerche interne hanno dimostrato che il tasto “attrae l’attenzione e incoraggia le interazioni” degli utenti, ma senza controlli “amplifica e diffonde cattivi contenuti e fonti inattendibili”. Tanto che, in uno dei documenti, un ricercatore racconta che nel momento in cui Facebook ragionava sulla necessità di porre dei limiti alla funzione di condivisione ha visto gente che conosceva progressivamente raggiunta e poi sedotta dai post che propagandavano le teorie cospirazioniste del movimento QAnon e quelle complottiste dei gruppi contro il vaccino per il Coronavirus.L’elemento più inquietante che emerge dalla lettura delle migliaia di pagine di questi documenti, secondo Le Monde, è che però “Facebook non capisce più, o capisce male, quello che fanno i propri algoritmi”, come se l’azienda avesse perso il controllo della macchina che ha creato. L’esempio che Le Monde racconta è quello dei filtri contro i post d’odio o contenenti informazioni false creati da Facebook. Perché i filtri funzionano diminuendo la percentuale di diffusione dei post, in base alla pericolosità assegnata del 10, del 20 o anche del 50 per cento. Il punto, però, è che Facebook utilizza un algoritmo per la “classificazione” dei messaggi che compaiono nella schermata delle notizie degli utenti, usando una moltitudine di segnali, dai più semplici (il numero di persone iscritte a una pagina), ai più complessi (l’interesse che gli “amici” di un utente hanno mostrato a un argomento). Più alto è il punteggio, più è probabile che il contenuto appaia nel feed delle notizie. Ma col tempo, e con l’accumulo di sempre nuovi segnali aggiunti dagli ingegneri del social network, il sistema del “punteggio” è impazzito. In uno dei documenti, racconta Le Monde, un analista di Facebook calcola che alcuni contenuti hanno un ​​punteggio che “può superare 1 miliardo”. Un livello così alto da rendere inefficaci i filtri. Poiché anche se lo si nasconde al 50 per cento degli utenti, il numero dell’altro 50 per cento è così alto da aver già creato gli effetti nefasti che si vorrebbero eliminare attraverso i filtri. Un quadro che mostra chiaramente che Luca Morisi, scaltro interprete di questi meccanismi, è sì fuori dai giochi. Ma la notizia della morte della Bestia è fortemente esagerata.Leggi anche...Splendori e miserie della Bestia: come crollano follower e consensi (di A. Sarno)La Bestia è viva (di A. De Angelis)Persone e profitti. I Facebook Paper stanno sgretolando l’impero di Zuckerberg (di L. Bianco)Accettereste un taglio allo stipendio pur di lavorare da casa? (di I. Betti)
Giornalismo d'inchiesta, premio Roberto Morrione a reporter under 30
Ieri 27-10-21, 16:16

Giornalismo d'inchiesta, premio Roberto Morrione a reporter under 30

Da giovedì 28 a sabato 30 ottobre 2021 le giornate di premiazione del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo si svolgeranno in presenza a Torino, al circolo dei lettori e nell’hub di innovazione Ogr Torino, e online. L’evento chiuderà le celebrazioni del decennale della nascita del Premi ed è stato insignito della medaglia del Presidente della repubblica, riconoscimento attribuito ad iniziative ritenute di particolare interesse culturale, scientifico, artistico, sportivo o sociale.Ispirati dal romanzo di Louis- Ferdinand Céline, gli organizzatori hanno scelto come tema “Al termine della notte. La transizione nel xxi secolo”. Le domande alle quali si cercherà una risposta sono: “Siamo finalmente giunti al termine della notte? Quale transizione sta attraversando il nostro secolo? E quale notte sta vivendo il giornalismo investigativo in Italia?”.Chiamati a rispondere 53 speaker: giornalisti, esperti, comunicatori, accademici, rappresentanti della società civile del nostro paese.Le tre giornate sono promosse dall’associazione “Amici di Roberto Morrione” e dalla Rai, con il patrocinio della Camera dei Deputati, la collaborazione della fondazione Circolo dei lettori, di Ogr Torino e dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte.Per la prima volta verranno svelati i temi delle inchieste finaliste realizzate dagli under 30 giunti in finale della decima edizione del Premio e previa registrazione sul sito sarà anche possibile vederle in anteprima e in esclusiva durante le tre giornate di premiazione.Il programmaSi comincia giovedì 28 ottobre alle 20.45 al circolo dei lettori con la serata dedicata a Patrick Zaky e ai diritti umani in Egitto. Dopo i saluti Elena Loewenthal, direttore della Fondazione circolo dei lettori, prenderanno la parola Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance a Rai radio 3 e Washington Post, Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia, Azzurra Meringolo Scarfoglio, giornalista esteri Radio 1 e gr Rai, Cecilia Scolari, rappresentante Station to station. Conduce Iman Sabbah, corrispondente Rai da Parigi. L’evento è organizzato in collaborazione con Amnesty Italia e 6000 sardine.Venerdì 29 ottobre, invece, la giornata si apre con due dirette radiofoniche di Radio Rai: alle 9.05 Mara Filippi Morrione, portavoce del premio, e i finalisti intervengono alla trasmissione “Radio anch’io” di Giorgio Zanchini; alle 10.00 si affronterà il tema della lunga notte del giornalismo investigativo a “Tutta la città ne parla” di rai radio 3 condotta da Pietro del Soldà.Dalle 10:00 alle 13.00 al Circolo dei lettori si tiene l’incontro: “Oltre la città, dopo la pandemia.Riscrivere, rileggere, rimodellare i paradigmi della vita associata” con Alessandra battisti, docente di Tecnologia dell’architettura dell’Università degli Studi la Sapienza di Roma, e Valentina Boschetto Doorly, manager del turismo e futurista. Conduce Stefano Lamorgese, giornalista Report Rai3. Nel pomeriggio, dalle 17.00 alle 19.00, il dibattito “al termine della notte: transizione ecologica, sostenibilità e sfide per l’economia” con Silvana Dalmazzone, docente di Economia dell’ambiente e delle risorse naturali dell’Università di Torino, Elisa Gallo, presidente di Fiab Torino bike pride, Davide Mattiello, netturbino e presidente di Benvenuti in Italia, Roberto Sommella, direttore di Milano finanza. Conduce Eva Giovannini giornalista di Rainews24.“Afghanistan: stanotte guardiamo le stelle” è il titolo della serata che si apre alle 20.45 al Circolo dei lettori con il reading dello scrittore Ali Ehsani e continua con le testimonianze degli inviati a Kabul: Emanuele Giordana, giornalista e presidente dell’associazione afgana, Francesca Mannocchi, giornalista e documentarista, Giampaolo Musumeci, autore e conduttore di “Nessun luogo è lontano” radio 24, e Barbara Schiavulli, direttrice Radio Bullets. Conduce Pietro del Soldà, rai radio 3.Sabato 30 ottobre si apre alle 10.00 con Luca Scuccimarra, docente di Storia delle dottrine politiche dell’Università La Sapienza di Roma, Telmo Pievani, docente Filosofia delle scienze biologiche dell’ateneo di Padova. Conduce Stefano Lamorgese, giornalista Report rai3. I lavori della mattina si chiudono alle 13.00.Dalle 16.00 Alle 17.00 Cecilia strada, responsabile comunicazione di Resq - people saving people, e il giornalista di Avvenire Nello Scavo incontrano i finalisti del Premio nel panel “oltre la notte, testimoni del nostro tempo”. A seguire la presentazione delle cinque inchieste della decima edizione del Premio con i nove finalisti under30 (Anna Berti Suman, Giovanni Culmone, Matteo Garavoglia, Youssef Hassan Holgado, Tobias Hochstöger, Pietro Mecarozzi, David Ognibene, Jacopo Ottenga Barattucci, Arianna Organtini) e i loro tutor (Laura Silvia Battaglia, Francesca Mannocchi, Giampaolo Musumeci, Danilo Procaccianti, Barbara Schiavulli, Francesco Cavalli, Pietro Ferri, Stefano Lamorgese, Giulio Vasaturo). Conduce l’intero pomeriggio Marino Sinibaldi, presidente del centro per il libro e la lettura. Si passa in Ogr Torino per la serata finale di premiazione con l’assegnazione dei riconoscimenti alle inchieste finaliste e ai loro autori, del premio Baffo rosso a Sigfrido Ranucci e del riconoscimento testimone del Premio Roberto Morrione a Cecilia Strada. La serata è condotta da Marino Sinibaldi e sul palco si avvicenderanno: Valerio Aprea, attore, Paola Barretta, ricercatrice Osservatorio di Pavia, Mauro Biani, vignettista, Giovanni Celsi, presidente ass. Amici di Roberto Morrione, Luigi Ciotti, presidente Libera nomi e numeri contro le mafie, Francesco de Vitis, vice direttore radio 1 rai, Mara Filippi Morrione, portavoce dell’associazione amici di Roberto Morrione, Gian Mario Gillio, giornalista di riforma - settimanale delle chiese battiste, metodiste e valdesi, Giuseppe Giulietti, presidente Fnsi e presidente giuria premio Morrione, Stefano Marroni, capo ufficio stampa Rai, Andrea Montanari, direttore rai radio 3, Simona Sala, direttrice radio 1 e gr radio rai, Andrea Vianello, direttore di rainews24. Gli interventi musicali saranno a cura del cantautore Federico Bianco. La serata é trasmessa in diretta nel canale youtube e facebook del Premio Morrione.Crediti per i giornalistiLa maggior parte degli eventi riconosce crediti formativi ai giornalisti che si registreranno attraverso la piattaforma sigef.Modalità di partecipazioneIngresso gratuito sia in presenza che online. Gli incontri - dalla sera di giovedì 28 ottobre al pomeriggio di sabato 30 - si tengono al circolo dei lettori in via Bogino 9. L’ingresso è gratuito ma i posti sono limitati ed è obbligatoria la prenotazione.Per maggiori informazioni.
4 lauree con lode in 3 mesi, l'ultima in biotecnologie: chi è Samuele, studente prodigio
Cronaca
Ieri 27-10-21, 16:13

4 lauree con lode in 3 mesi, l'ultima in biotecnologie: chi è Samuele, studente prodigio

Quarta laurea in meno di tre mesi per Samuele Cannas, giovanissimo talento sardo dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna che ieri ha conseguito, con il massimo dei voti, il titolo di dottore in biotecnologie molecolari, portando a termine, anche questa volta, un percorso accademico impeccabile con una media eccezionale e costante del 30 e lode. Lo rende noto l’Ateneo pisano.Con questo nuovo titolo, che segue le lauree in pianoforte al Conservatorio di Cagliari e quelle in medicina e chirurgia (luglio 2021), in biotecnologie (settembre 2021) e in ingegneria (ottobre 2021), conseguite tutte all’Università di Pisa, Cannas sta per raggiungere il suo obiettivo: a dicembre, dopo il titolo della Scuola Sant’Anna di Pisa, sarà infatti il primo studente in Italia a possedere 6 titoli universitari a soli 25 anni, tutti con lode. Un percorso, spiega una nota dell’Università di Pisa, “che Samuele ha costruito con cura nel corso degli anni per raggiungere il suo nobile scopo nella lotta contro i tumori gastrointestinali e che, dal 2022, lo vedrà proseguire i suoi studi specialistici in chirurgia addominale negli Usa”.Le lauree, osserva Cannas, “sono essenzialmente il mezzo che ho scelto per affrontare un tema complesso, come quello delle patologie chirurgiche intestinali, con un approccio olistico, che ingloba le competenze del chirurgo, del biotecnologo e dell’ingegnere e le amalgama insieme, potenziandole vicendevolmente: spero che tantissimi giovani possano trovare nel mio esempio l’ispirazione per portare avanti studi multidisciplinari non per superare dei record o vanagloria, ma perché questo è il nuovo paradigma con il quale approcciarsi alla medicina del futuro”. Per il rettore dell’Ateneo pisano, Paolo Mancarella, “Samuele è certamente un talento raro ma anche la dimostrazione che con dedizione e passione si possono raggiungere gli obiettivi più ambiziosi”. Il successo dello studente, conclude Sabina Nuti, rettrice della Sant’Anna, ”è merito del suo talento ma anche delle istituzioni pubbliche che hanno saputo valorizzarlo con un adeguato percorso formativo”.Già membro dell’Aspen Institute Italia e insignito del titolo di Alfiere del lavoro dal Capo dello Stato, Cannas ha recentemente ricevuto il premio Socrate 2021 ed è stato anche insignito della Benemerenza del premio Eccellenza Italiana 2021, nato con l’obiettivo di premiare l’Italia del merito e del talento.