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Estero
Iran, incombe la ripresa della guerra a due giorni dalle midterm
Oggi 01-11-26, 04:13
AGI - A meno di 72 ore dalle midterm, crescono i segnali di una ripresa degli attacchi in Iran. Da mesi, Donald Trump continua a ripetere che i bombardamenti sarebbero ripartiti dopo il voto di novembre. E a ridosso delle elezioni, i nuovi attacchi degli Usa contro la Repubblica Islamica diventano sempre più probabili. Le parole di Trump sulla ripresa degli attacchi in Iran a due giorni dalle midterm In primis, è lo stesso presidente americano che da Mar-a-Lago ha spiegato che Washington deve ancora "occuparsi" di uno o due obiettivi, tra cui Pickaxe Mountain, un complesso sotterraneo di tunnel di un sito nucleare segreto vicino a Natanz, fra le montagne a 300 chilometri a sud di Teheran, da tempo nel mirino del tycoon. Sempre da Palm Beach, al suo solito, Trump tuttavia non esclude la possibilità di un accordo: "Vedremo. Loro lo vogliono, ma non sono affidabili. Noi non abbiamo fretta perché abbiamo distrutto la loro marina, l'aeronautica, i sistemi antiaerei, le capacità produttive e persino le loro armi nucleari". Lo stallo nell'amministrazione Usa Una sequela di contraddizioni che si riflettono anche all'interno dell'amministrazione americana. Da una parte - secondo il Washington Post - il vicepresidente J.D. Vance, da sempre il più restio al conflitto, lavora, insieme agli inviati di Trump Steve Whitkoff e Jared Kushner, per raggiungere un'intesa. Dall'altra il segretario alla Difesa Pete Hegseth sembra essere contrario a un'intesa e continua a spingere per una ripresa delle ostilità. In ogni caso, spiegano fonti Usa ai media americani, i prossimi due giorni "saranno cruciali per determinare l'evolversi della situazione". Situazione di stallo confermata dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, che parlando dopo la riunione dei ministri degli Esteri del G20 ad Atlanta, ha dichiarato che Trump non ha ancora deciso se lanciare nuovi attacchi e che preferisce una soluzione diplomatica. Il capo della diplomazia americana ha affermato che i contatti diretti e indiretti con Teheran continuano, ma si è rifiutato di fornire una tempistica per un accordo. "Possiamo raggiungere gli obiettivi militari se lo desideriamo. Lui non ha ancora preso una decisione", ha sottolineato, spiegando che qualsiasi soluzione diplomatica dovrebbe affrontare le principali preoccupazioni di sicurezza di Washington, tra cui impedire all'Iran di acquisire armi nucleari. Le reazioni da Teheran Da Teheran, nessun messaggio lineare. Se la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ordinato ai comandanti militari di preparare una risposta immediata a qualsiasi nuovo attacco, senza restrizioni geografiche, e di ampliare la lista dei potenziali obiettivi statunitensi e israeliani, il solito ministro degli Esteri Abbas Araghchi continua a tenere aperti i canali diplomatici e ha definito positive le parole di Vance nella lettera inviata al segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Mohsen Rezaei, nel tentativo di far ripartire i negoziati. Intanto, sono ripresi i contatti tra Trump e Netanyahu, con il presidente americano che per la prima volta dalle elezioni israeliane ha chiamato il leader del Likud. Il contenuto della chiamata non è stato comunicato, ma appare scontato che uno dei temi sia stato il conflitto con Teheran. Il contatto tra i due è avvenuto pochi giorni dopo l'incontro di Trump con alti comandanti militari statunitensi alla Casa Bianca, un vertice in cui sono state discusse le opzioni per la ripresa di operazioni militari su larga scala nella regione. Entrambi i leader sono sotto pressione: Trump deve affrontare le conseguenze economiche della guerra e l'aumento dei prezzi del carburante, mentre Netanyahu si trova ad affrontare un periodo potenzialmente lungo di negoziati per la formazione del governo dopo il voto di martedì scorso. La situazione in Israele post elezioni Nel frattempo, in Israele la tensione resta altissima. Circa duemila manifestanti hanno sfilato per Tel Aviv per chiedere un governo ebraico-arabo, mentre un centinaio di sostenitori di Netanyahu si sono radunati lì vicino per accusare Ra'am e la Lista Unita, a maggioranza araba, di sostenere il terrorismo. Tutto questo, mentre il leader dell'opposizione israeliana Gadi Eisenkot ha aperto alla possibilità di formare un governo con il sostegno dei partiti arabi, che alle elezioni hanno ottenuto un risultato storico portando a casa 19 seggi e delineandosi come l'ago della bilancia per la nascita dell'esecutivo. Ma l'ex capo di Stato maggiore ha delineato quattro condizioni imprescindibili: il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l'adesione ai valori della Dichiarazione d'indipendenza; l'obbligo per tutti i cittadini, compresi arabi e cristiani, di svolgere il servizio militare, nazionale o civile; e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, le cui capacità militari e di governo nella Striscia di Gaza devono essere distrutte. Quest'ultimo punto molto difficile dal momento in cui, poche settimane prima delle elezioni, il deputato di Ra'am, Yasser Hujirat, ha sostenuto che Hamas non è un'organizzazione terroristica, bensì un ente di benefic
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