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La maglia n.8 sulla bara al funerale di Sandro Mazzola: "lui era l'Inter"
21-09-2026, 18:15
AGI - A un mese esatto dall'addio alla bandiera rossonera Franco Baresi, Milano, oggi listata a lutto, si ritrova sempre a Sant'Ambrogio per salutare uno dei campioni più amati sulla sponda nerazzurra, Sandro Mazzola, genio e icona della 'Grande Inter'. Il 'Piscinin' e 'Sandrino', figli allevati dalla città, eroi dello stadio San Siro che ha appena compiuto 100 anni. L'età delle centinaia di tifosi questa volta è più alta, Baresi era di una generazione dopo. In tanti, qui, hanno goduto del lusso di vedere dal vivo la Grande Inter in cui splendeva il numero otto. "Gli strinsi la mano nel 1966 prima di una partita dell'Italia contro la Bulgaria. Fatemi il grandissimo regalo di farmi entrare in chiesa" implora agli agenti un anziano tifoso. Sarà poi accontentato. Il saluto dei tifosi nerazzurri I tifosi inizialmente non erano previsti in chiesa ma alla fine - ed erano i più commossi di tutti - hanno potuto salutare da vicino il loro idolo. "Burnich, Facchetti, Picchi, Jair, Mazzola" snocciolano in coro la formazione di quella mitica squadra gli ultrà nerazzurri che dedicano fumogeni, cori e striscioni a Sandro: "Il tuo nome resterà tra le pagine della nostra storia. Il tuo ricordo nel cuore della nostra curva". Tantissime le corone di fiori. Tra queste, tra le prime a essere posate, quelle di Gianni Infantino e della FIFA e del Milan. Gli applausi all'ingresso sono anche per i 'nemici' come il presidente del Milan Paolo Scaroni e l'ex rossonero Daniele Massaro. La maglia numero otto sulla bara Sulla bara, accolta dagli applausi da parte della folla assiepata fuori dalla Basilica, la maglia numero otto dell'Inter posata a indicare un legame che non finirà mai. Entrando in chiesa alcuni illustri interisti hanno ricordato Mazzola. "Lui era l'Inter. Ogni volta che veniva alla 'Pinetina' ci motivava. Quando arrivava lui e lo vedevamo insieme a Giacinto Facchetti era più bello starli a guardare che allenarci" rievoca l'ex stopper Iván Ramiro Córdoba. L'ex portiere nerazzurro Sébastien Frey sottolinea "i suoi valori, il suo attaccamento e senso di appartenenza che fino all'ultimo, finché ha potuto, ha cercato di trasmetterci". "Sono così grato di averlo incontrato nella mia vita - ha aggiunto -. Grazie a lui sono arrivato in Italia, è stato il mio padre spirituale". L'omelia per Sandro Mazzola Durante l'omelia funebre don Carlo Faccendini, abate della Basilica di Sant'Ambrogio, ha sottolineato che le esequie di Mazzola sono "un modo per dire grazie a lui che ha reso onore alla città e ne ha accresciuto il prestigio, come avevamo fatto anche per don Antonio Mazzi e Franco Baresi". "La sua bella umanità, il suo sorriso che traspariva sotto ai suoi baffi era apprezzata da tutti" ha aggiunto l'abate ricordando un'intervista in cui Mazzola aveva raccontato il suo incontro, con fuga dal ritiro a Foggia assieme a Picchi, con Padre Pio e l'abitudine, da allora, di inginocchiarsi e pregare nei momenti difficili". Come quello della malattia che "grazie alla famiglia ha affrontato con serenità e determinazione per arrivare, come diceva di volere, ai tempi supplementari". L'abate ha concluso l'omelia annunciando che col "fischio finale è arrivata l'ora di affidarlo al Signore". Il ricordo di Bergomi e Marotta "È stata una persona per me importante. Ha spinto per il mio esordio con Bersellini e mi ha fatto il primo contratto - ricorda Beppe Bergomi -. Ma quello che voglio sottolineare è che non era mai stato una persona divisiva nonostante fosse la leggenda dell'Inter". Beppe Marotta, che guida l'Inter di questa epoca, ha parlato del tesoro che Mazzola lascia in eredità: "Nell'Inter ci è entrato da bambino e ha scelto di rimanerci per sempre. Aveva capito che l'appartenenza non è una catena ma una forma di libertà. Trasformò il peso della perdita in una promessa, non cercò di essere ombra di suo padre ma degno di lui. Era il volto e il talento della Grande Inter che cambiò il calcio. Prodigio che la logica non sapeva spiegare, mingherlino ma campione. Fu un uomo umile. Nel 2024 - racconta Marotta - aveva più di ottanta anni ma visse la notte del derby da tifoso: 'I primi a portare la stella a Milano e i primi a vincere la seconda. Sento il cuore battere forte, quella maglia ha ancora più valore', mi disse. Ci lascia tre eredità: lealtà alla maglia, coraggio di trasformare dolore in forza e umiltà del campione. Un club non è grande per i trofei ma per ciò che riesce a tramandare. I ragazzi del settore giovanile da Sandro dovranno imparare umiltà, sacrificio, cultura del lavoro. I campioni passano gli esempi restano". La lettera di Massimo Moratti L'abate legge una lettera di Massimo Moratti, seduto in prima fila. "Ciao Sandro, grazie per l'eredità che ci lasci e per il ricordo del tuo stile della determinazione caparbietà. Grazie per i gol bellissimi che ci hanno fatto gioire. Raggiungi i campioni della Grande Inter del cui prestigio godiamo ancora adesso. Troverai la pace dopo una vita tanto intensa e noi non ti scorderemo mai. Per sempre bandiera".
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