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I dati ottimi del governo mostrano che la destra “sa fare” ora deve “farlo sapere”
Oggi 03-09-26, 08:54
Domani, 4 settembre, a 1.413 giorni dal giuramento, il governo Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana. In un paese che vanta una durata media di 14 mesi, arrivare a 4 anni è di per sé un risultato straordinario. Ovviamente, stabilità ed efficacia non sono la stessa cosa. Si può governare 5 anni e non fare niente – come prova a sostenere l'opposizione nella sua campagna permanente. Dunque, proviamo a far parlare i numeri. A luglio 2026 l'Italia ha raggiunto 24 milioni e 370 mila occupati. Per citare Giorgia Meloni, mai così tanti "da quando Garibaldi ha unito l'Italia". Il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,2 per cento e ben 16 milioni e 583 mila dipendenti sono a tempo indeterminato: tre massimi storici. Nel maggio scorso la disoccupazione aveva toccato il 5,0 per cento, anche in questo caso il minimo storico della serie. Ricordate il "milione di posti di lavoro" promesso da Berlusconi in 5 anni? Bene dall'ottobre 2022 gli occupati sono aumentati di 1milione e 200 mila in meno di 4 anni. E mentre l'opposizione insiste sul problema del lavoro "precario", abbiamo 1,3 milioni di dipendenti a tempo indeterminato in più e quelli a termine sono diminuiti di oltre mezzo milione. Un altro mantra del centrosinistra è che questo governo non abbia fatto nulla per i salari. Uno Stato può intervenire direttamente sui salari solo quando è datore di lavoro, ossia nel pubblico impiego. Ebbene, il governo ha chiuso 48 contratti in meno di quattro anni. Anche in questo caso, è un record. Dove lo Stato poteva intervenire direttamente, lo ha fatto come nessuno prima. Andiamo ai conti pubblici. Nel 2025 quattro agenzie di rating hanno promosso il debito italiano; per Moody's si è trattato del primo upgrade dal 2002, dopo 23 anni. Il famigerato spread, sopra quota 230 punti all'insediamento, ha toccato nel dicembre 2025 i 67 punti, il minimo dal 2008, prima della crisi finanziaria. E su questi dati, la stabilità conta tantissimo. Così come conta in borsa, dove ad agosto il Ftse Mib ha superato il massimo precedente del marzo 2000, guadagnando circa il 150 per cento dal 21 ottobre 2022. Inoltre, nel 2025 l'export di beni ha raggiunto la cifra record di 643,2 miliardi, e il turismo 481,1 milioni di presenze, picco più alto di sempre, anche in questo caso. Nel 2026 il finanziamento del Servizio sanitario nazionale ha raggiunto 142,9 miliardi, massimo di sempre e 17,7 miliardi in più del 2022. Fare record non significa aver risolto tutti i problemi. Crescita, produttività e salari sono questioni reali, ma non sono certo nate con il governo Meloni, come prova a sostenere l'opposizione. Tra il 1995 e il 2025 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,7 per cento l'anno, circa la metà dell'area euro, e la produttività del lavoro dello 0,3, contro l'1,5 dell'Unione europea. Secondo l'Ocse, nel 2025 i salari reali medi erano ancora sotto il livello del 1990. Da allora si sono succeduti 21 governi, difficile che la colpa sia solo dell'ultimo. Non sono tre malattie diverse, ma tre sintomi della stessa patologia strutturale, che ha diverse cause: la frammentazione del tessuto produttivo, i bassi investimenti in innovazione e competenze, il declino demografico, una burocrazia inefficiente e giustizia lenta, cose che sappiamo da decenni. La differenza è tra intervenire a monte o correggere gli effetti a valle. Il governo ha reso strutturale il taglio del cuneo fiscale, aumentando il reddito netto senza caricare lo stesso costo sulle imprese; ha finanziato Transizione 5.0 e gli incentivi della Zes unica e premiato le assunzioni stabili, oltre agli interventi del Pnrr su infrastrutture e capitale umano. Misure perfettibili, ma rivolte alle cause del problema: più capitale, tecnologia e competenze, meno tasse sul lavoro. Il centrosinistra, capitanato in questa estate da uno scatenato Fratoianni a caccia di idee da copiare nel resto d'Europa, guarda soprattutto a valle: patrimoniale, trasporti pubblici gratis per tutti, istruzione gratis fino all'università, riduzione dell'orario a parità di retribuzione, indicizzazione automatica, ecc. Misure che non producono produttività e crescita – anzi – e sono molto costose, sia per lo Stato che per le imprese. Tutto ciò premesso, secondo diverse rilevazioni, la maggioranza degli italiani ritiene peggiorata l'economia nazionale nell'ultimo anno. Quando la domanda si sposta sulla situazione personale e familiare, i giudizi negativi scendono. Più il giudizio si allontana dall'esperienza diretta, più diventa negativo. Quei punti di distanza sono, quasi alla lettera, un deficit di percezione, cioè di comunicazione e di capacità di dominare l'agenda e la narrazione pubblica. Il cittadino misura l'economia in due modi: 1) in base a ciò che vede, ascolta e legge sui media; 2) al supermercato, sul cedolino e sulla bolletta. I dati aggregati non coincidono con le biografie: un milione di occupati in più cambia la vita di chi ha trovato lavoro, ma resta invisibile a chi lavorava già. Il record è collettivo, ma il bilancio è individuale. Lo stesso scarto si manifesta sulla sicurezza e sull'immigrazione. Nel primo semestre del 2026 i reati registrati sono diminuiti del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Gli omicidi sono calati del 15,3 per cento (minimo decennale), i furti dell'11,4 e le rapine del 12,3. Gli sbarchi si sono ridotti dell'80 per cento rispetto al 2023, mentre i rimpatri sono aumentati del 60 per cento rispetto al 2021. Eppure, secondo Ipsos, soltanto il 52 per cento degli italiani si sente almeno in parte sicuro nella zona in cui vive, contro il 60 per cento di dieci anni fa, e il 46 per cento ritiene peggiorata la sicurezza quotidiana negli ultimi tre anni. Si rileva inoltre che oltre metà degli italiani sovrastima la presenza degli stranieri residenti e più di un terzo pensa che superino il 20 per cento della popolazione, più del doppio del dato reale. Anche qui, il problema percettivo è evidente. In chiave elettorale, economia e sicurezza saranno le due tematiche-chiave. Sull'economia il centrosinistra insisterà su salari e caro-vita. Su sicurezza e immigrazione Futuro Nazionale proverà a contrapporre ogni episodio di cronaca alle medie nazionali. Il primo contesta i record attraverso il portafoglio, il secondo con la paura di uscire di casa. I due fronti richiedono risposte simili. Sull'economia servono effetti visibili su buste paga, ceto medio, energia e gasolio, passando da una rendicontazione "lato ente" a una comunicazione "lato utente". Cioè, da ciò che il governo ha fatto a ciò che il cittadino può verificare come cambiamento concreto. Sulla sicurezza, allo stesso modo, occorre rendere visibile lo Stato nei luoghi critici, raccontare ciò che cambia nelle strade e rivendicare continuamente, dati alla mano, che l'Italia è un paese sicuro. Il deficit di percezione, quindi, si colma facendo arrivare i risultati nei bilanci familiari e rendendo visibile la protezione dello Stato. Meloni ha già vinto la battaglia della stabilità e della credibilità internazionale. Ha dimostrato di "saper fare". Ora deve spingere sul "far sapere". Sono due competenze complementari: la prima produce risultati, la seconda li fa vedere e li trasforma in significato condiviso, fiducia e consenso. Non è una coda di propaganda finale, ma il completamento dell'azione di governo. Perché mai come oggi la comunicazione è parte del processo decisionale. Se una cosa non viene percepita, non esiste (anche se è reale). Alle elezioni il centrosinistra domanderà: se questi record sono veri, perché non ti senti più ricco? Futuro Nazionale dirà: se sbarchi e reati diminuiscono, perché non ti senti più sicuro? Il prossimo passo non sarà in una tabella. Sarà dare una risposta percettiva a entrambe le domande. Per dirla all'americana, "Show, don't tell".
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