s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
Il welfare parla straniero: il 78% degli assegni di maternità non vanno alle italiane
Oggi 22-09-26, 12:55
La situazione di Milano è disastrosa: su 1366 assegni di maternità, 1075 vanno a donne straniere e appena 291 a italiane. Parliamo di circa 2000 euro destinati a chi ha un ISEE basso e rispetta determinati requisiti. Un dato che apre una discussione enorme su welfare e immigrazione. I problemi sono almeno due. Il primo è il nostro sistema di welfare. Abbiamo costruito uno Stato assistenzialista fatto di bonus, assegni e agevolazioni che, sommati tra loro, in alcuni casi riducono molto la differenza tra lavorare e non lavorare. Il punto è capire se abbiamo creato un sistema che, invece di aiutare una persona a uscire da una situazione di difficoltà, rischia di renderla conveniente e premia la nullafacenza. Il secondo problema è l'immigrazione. Dato che in Italia tra i nuovi nati, quelli con cittadinanza straniera sono circa il 14% del totale, com'è possibile che a Milano venga dato il 78% dei bonus maternità a madri straniere? Qui non si parla più di sovra-rappresentazione, la differenza è abissale. Una spiegazione semplice è che molte famiglie straniere rientrano più facilmente nelle fasce di reddito che permettono di accedere a questi aiuti. Ed è proprio questo che dovrebbe farci fare una domanda: se facciamo entrare persone che per anni avranno bisogno in misura maggiore del welfare, qual è il vantaggio netto per il Paese? Ci viene spesso detto che i lavoratori immigrati producono circa 164 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa l'8,8% del PIL. Bene. Ma gli stranieri sono appunto circa il 9% della popolazione, la percentuale di produttività è quasi la stessa degli italiani. E soprattutto non possiamo guardare soltanto quanto producono: dobbiamo guardare anche tasse pagate, contributi, sanità, scuola, casa e sussidi ricevuti. La questione rimane: che tipo di immigrazione vogliamo e a quali condizioni? Per anni ci è stato detto che l'immigrazione era necessaria per pagarci le pensioni e sostenere un Paese che invecchia. Ma se una parte consistente dei nuovi arrivati resta nelle fasce più povere e accede molto al welfare, è diventato palese che il modello non abbia senso così com'è. E a questo punto non basta nemmeno tirare fuori ogni volta il colonialismo o il dovere morale di accogliere. Sono discorsi che possono avere il loro spazio, ma non cancellano una domanda molto concreta: quanti ingressi possiamo sostenere, quali persone vogliamo far entrare e cosa facciamo con chi non riesce a integrarsi e sostentarsi economicamente? Il tema dei rimpatri non può essere evitato per sempre. Che soluzioni ci sono? Un esempio interessante è la Danimarca. Il sistema danese lega molto di più il livello dell'assistenza al tempo passato nel Paese e al lavoro svolto. Per accedere alle fasce più alte dell'assistenza sociale, in generale bisogna aver vissuto legalmente nel Regno di Danimarca per almeno 9 degli ultimi 10 anni e, per chi arriva dall'estero, aver lavorato per circa due anni e mezzo negli ultimi dieci. Chi non soddisfa questi requisiti può ricevere al massimo la fascia minima ed essere sottoposto a un obbligo lavorativo. Per il governo Danese non puoi arrivare oggi e avere automaticamente accesso allo stesso livello di assistenza di chi vive e lavora nel Paese da anni o addirittura degli autoctoni. È un modello che è necessario discutere anche in Italia, perché le risorse non sono infinite. E se vogliamo continuare ad avere un welfare forte, dobbiamo anche decidere chi può accedervi, dopo quanto tempo e a quali condizioni.
CONTINUA A LEGGERE
10
0
0
