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La bufala di Sigfrido. Quando evocava camorra, politica e deep state. E ieri il bis
Oggi 24-08-26, 07:16
Fa una certa impressione riascoltare la puntata di Pulp Podcast del 7 aprile scorso. Quella in cui Fedez ospitò l'uomo del momento, Sigfrido Ranucci. Fresco della vittoria del No al referendum, per cui aveva fatto campagna in prima persona al fianco dei leader della sinistra, ormai idolo incontrastato dell'Anm che mesi prima gli aveva tributato una standing ovation. In quella occasione, Fedez e gli altri partecipanti in studio chiedono al conduttore di Report cosa pensasse ci fosse dietro all'attentato del 25 ottobre 2025, quando ordigno esplosivo esplose davanti alla sua casa di Campo Ascolano a Pomezia (solo a luglio scorso affiorerà il nome del suo amico Valter Lavitola, il quale poi confesserà di essere il mandante). Eppure, Ranucci già a inizio aprile pareva essersi fatto un'idea piuttosto chiara: «Da quello che ho intuito - dice ai microfoni di Pulp Podcast - le indagini stanno andando nella direzione che porterebbe ad ambienti vicino alla camorra e legata alle inchieste che abbiamo fatto». Stimolato a sbottonarsi, aggiunge: «Di più non posso dire perché sono vincolato dal segreto istruttorio. Qualcosa di più però la potremo raccontare nelle prime puntate di Report». Poi, però, regala qualche altra suggestione investigativa: «È possibile che alcuni ambienti in qualche modo si siano cementati intorno a degli interessi che abbiamo toccato». Insomma, Ranucci ne pare proprio persuaso. Da dove provenga questa convinzione non lo spiega. Salvo concedere qualche ultimo particolare. Racconta di una mail anonima ricevuta in redazione poco dopo l'attentato. Mail in cui si citavano alcune «famiglie di camorra che sarebbero state coinvolte». Perché, «con gli ultimi sviluppi dell'indagine qualcosa di più chiaro ce l'abbiamo e diciamo che quello che è successo è compatibile col tentativo di fermare un'inchiesta che aveva dei risvolti incredibili dove c'erano interessi oltre che imprenditoriali ma della camorra di parti della politica e le parti anche di un deep state». La pista della camorra, in effetti, non era un'invenzione solo di Ranucci. Già poco tempo dopo l'attentato, a novembre dello scorso anno, Il Fatto Quotidiano puntava l'attenzione in questa direzione. Come si legge negli atti dell'inchiesta della procura di Roma, in quei mesi era stato proprio Lavitola ad inviare gli articoli di giornale in questione all'amico conduttore di Report: «Emblematica appare l'insistenza del Lavitola a proporre al Ranucci piste investigative legate alla ciminalità organizzata e/o ai servizi segreti mostrandosi preoccupato per la sua incolumità e, di fatto, suggerendo all'amico condotte tese ad aumentare la risonanza dell'atto intimidatorio subito». Attenzione, secondo chi indaga il giornalista, parte offesa nell'inchiesta, era estraneo al progetto di Lavitola. Alla luce delle dichiarazioni di Ranucci nella puntata di Report, viene da domandarsi allora se davvero il conduttore avesse abboccato completamente alle storie di Valterino o se avesse fatto ulteriori suoi approfondimenti o valutazioni per arrivare alla conclusione che dietro alla bomba sotto la sua casa ci fosse la camorra. Ieri Ranucci ha deciso di dare spazio a nuove teorie. Lo ha fatto con un post su Facebook con cui rilancia quanto sostenuto, in sua difesa, dall'ex Usigrai ed ex parlamentare di lungo corso dei Ds Beppe Giulietti, il quale liquida come «spazzatura» le notizie in merito all'inchiesta che riguarda Lavitola diffuse dai «cronisti della destra italiana». Così, Ranucci, citando Giulietti, riporta: «Siamo certi che gli inquirenti troveranno il mandante del mandante, e non lo troveranno tra i bidoni della spazzatura, ma esaminando con attenzione le inchieste sulla strage di Bologna, sul nesso tra mafia servizi deviati, fascisti, sull'assassinio di Piersanti Mattarella, su Falcone e Borsellino. Già allora volevano la testa di Ranucci e di Report, altro che Lavitola. Già che ci siamo il cosiddetto comitato etico potrebbe farci sapere chi ha distrutto Rai3 e chi ha sfumato i fischi alla Meloni a Taranto? Provateci non dovrebbe essere difficile». Non è facile tirare le fila di questo minestrone cucinato da Giulietti, in cui si evoca un grande complotto ordito dalla destra per colpire Ranucci e la sua trasmissione. Ma, soprattutto, colpisce quell'«altro che Lavitola». Come se l'indagine della procura di Roma che ha portato in carcere il faccendiere sia roba di poco conto rispetto alla fantomatica grande congiura.
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