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“Siamo tutti Mario Monti”? L'eroe della sinistra, ma parlate per voi. E tanti auguri
Oggi 07-09-26, 08:37
Una mattina mi son svegliato e ho trovato l'invasor. Almeno leggendo Repubblica. In una domenica terminale per la democrazia, il giornale ha disposto i sacchi di sabbia e mobilitato le prime nove pagine contro l'onda non più nera ma nerissima, che periodicamente inghiotte il continente e, ingrata, si ritira prima della chiusura dell'edizione successiva. Stavolta però è vero. Stavolta vedrete. Afd in Germania, incappucciati a Dover, Roberto Vannacci perfino sulle sponde economicamente corrette del lago di Como, chez Cernobbio, dove il fascismo deve avere superato i varchi di Villa d'Este fingendosi private equity. Elly Schlein, sincronizzata col cronografo del Paese se il Paese ne avesse uno fermo al 1945, invita il generale ad andare a Dongo a studiarsi la fine di Mussolini. Se non sapessimo che la segretaria dem è buona e giusta, invitare un avversario a meditare sul luogo di una cattura propedeutica all'esecuzione sommaria potrebbe sembrare poco inclusivo. Dev'essere pedagogia antitotalitaria. In tanta pece, una luce. Semper lü. Mario Monti. A folgorare la confraternita dei presentabili e soprattutto Elisabetta Gualmini, europarlamentare già Pd, passata ad Azione (fedeli alla linea e al mandato, ma non troppo), che ha fatto detonare un tweet kamikaze: "Oggi siamo tutti Mario Monti". Seguono "applausi infiniti e scroscianti" al professore che avrebbe "ridotto in macerie la retorica neofascista del Generale", "Costituzione alla mano", rintuzzando la "presunta superiorità della nostra Italietta e degli Italiani", tra "citazioni alte" come quella "splendida" sul nazionalismo di Camus. Sembrerebbe un account satirico. E invece no: è il profilo autentico della politologa, docente a Bologna. "Siamo tutti Mario Monti" è una formula talmente avventurosa che avrebbe meritato il vaglio preventivo della Consob, sebbene, perlomeno, sia stata diffusa a mercati chiusi. Monti, il politico-non-politico catapultato nel 2011 dal rettorato bocconiano dell'emergenza alla presidenza del Consiglio, nominato senatore a vita e premier pochi giorni dopo, senza dover affrontare l'inconveniente antropologico di un'elezione. La Costituzione: tavola della legge, all'occorrenza tapis roulant. Poi, sottoponendosi eroicamente agli elettori con Scelta Civica, l'epifania tecnocratica subì il processo che in chimica si chiama sublimazione: dal solido della poltrona eteroindotta al gas dell'atmosfera reale. "Siamo tutti Mario Monti". Lo stesso Monti che durante il Covid spiegò che occorrevano "modalità meno democratiche nella somministrazione dell'informazione"? Somministrazione. Libertà di stampa e democrazia a posologia controllata: una compressa dopo i banchetti eurolirici. Tenere lontano dalla portata dei cittadini. Eppure oggi viene agitato come aspersorio resistenziale contro l'eversore di giornata. Poi Camus, arruolato postumo nel servizio d'ordine di Cernobbio. Gualmini cita Monti che cita "Amo troppo il mio paese per essere nazionalista". Peccato che nelle "Lettere a un amico tedesco" lo scrittore francese precisi che la frase non è sua. Pazienza. Più crudele sarebbe leggere davvero Camus e scoprire che non credeva in un'Europa unificata "sotto il peso di un'ideologia o di una religione tecnica che ne dimenticasse le differenze". Ahia. Il Nobel convocato suo malgrado per bacchettare l'Italietta finisce per incrinare il catechismo burocratico dell'Unione Europea. E ancora: "Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no". Dunque no, non siamo tutti Mario Monti. Parlate per voi. E auguri.
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