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New Jersey, ecco dove si annida la testa di ponte dell'imperialismo arabo radicalizzato
Oggi 31-08-26, 16:47
Sono passati quarant'anni da quando chi scrive viveva a Jersey City, distante mezz'ora d'auto da Paterson, la più grande città del New Jersey. Tipicamente americana, coi pacifici quartieri ortogonali di villette unifamiliari i cui backyard di domenica profumavano di grigliate, è stata uno dei maggiori centri industriali degli Stati Uniti, conosciuta come Silk City, leader nelle produzioni tessili di seta e filati, e anche di ferro e legname. Ma già negli anni '80 la delocalizzazione economica l'aveva portata in rovina, tanto da diventare la quinta città più povera degli Usa. Così conobbe il declino e lo spopolamento, e nel 2020 il 25,2% dei suoi abitanti viveva in povertà. In quei decenni però stava risorgendo demograficamente, ma non nel modo auspicato. Oggi Paterson ha la seconda popolazione musulmana più numerosa degli Stati Uniti in termini percentuali, 30mila islamici su 160mila residenti totali. Qual è il problema? Che fra questi c'è la più grande comunità di sedicenti “palestinesi” degli Usa, ossia di magrebini e mediorientali che affermano in modo totalmente falso e inventato d'essere originari dei territori israelitici e israeliani, hanno ribattezzato la Main Street “Palestine Way”, e ogni mattina compiono l'alzabandiera dell'Olp di Arafat inneggiando al “Palestina libera” e ad Hamas & C. Il sindaco d'origine sirio-libanese Andre Sayegh (أندريه صايغ) ha pensato bene di gemellare la città con Ramallah, sede di quell'Autorità Palestinese che pubblicamente e ufficialmente inneggia all'occupazione di Israele e allo sterminio degli israeliani. «La nostra città è la capitale della Palestina negli Stati Uniti d'America e quarta città più sacra dell'Islam – ha dichiarato Sayegh l'anno scorso durante la cerimonia per l'inizio del Ramadan – e siamo halal al 100%! Benvenuti nella Piccola Palestina!». E così recita pure il cartello affisso all'ingresso della città. Dichiarandosi halal, ossia puri per l'islam, s'intende che non si cede ad alcun compromesso con le leggi, gli usi e le tradizioni locali. Gli arabi di Paterson si vantano di non conoscere l'inglese, «Non ce n'è bisogno perché qui è come vivere in una città araba». E non parlare inglese significa non conoscere e disinteressarsi delle leggi del Paese, poiché le si sostituisce con le proprie. Paterson non è un fenomeno isolato ma, anzi, sempre più comune: Hamtramck e Dearborn sono importanti centri nel Michigan anch'essi controllati dai musulmani, mentre le grandi metropoli da Minneapolis a New York sono in balia di amministrazioni islamiche radicalizzate. Negli Usa si sta verificando il medesimo fenomeno che sta islamizzando l'Europa, con colossali immigrazioni musulmane intenzionate non ad adeguarsi alle norme e agli stili di vita del Paese ospitante, bensì a rivoluzionarlo trasformandolo proprio in quei Paesi devastati e tirannici da cui stanno fuggendo, in primis istituendo sharie e costumi hahal fino a sfociare in teocrazie retrograde. E non vale l'assunto “sì ma stanno vincendo le elezioni locali in modo democratico”: anche il nazismo lo fece. Queste medine americane sono le teste di ponte dell'imperialismo musulmano agevolato dalle sinistre woke che s'illudono di recepirne i voti. Ma che saranno le prime a esserne spazzate via assieme alle nostre povere democrazie repubblicane se non si mette un freno all'islam, che non è una religione bensì una precisa politica antidemocratica.
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