s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
Sopralluoghi, soldi e veleni: contraddizioni sull'attentato a Ranucci. Cosa non torna
Oggi 03-09-26, 08:47
C'è un punto, negli atti dell'inchiesta sull'attentato a Sigfrido Ranucci, in cui le due versioni degli indagati principali smettono di sovrapporsi. Antonio Passariello, 53 anni, e suo figlio Pellegrino D'Avino, 27, sono stati interrogati lo stesso giorno – il 27 agosto –, dal pm della Dda di Roma Edoardo De Santis. Uno la mattina, l'altro il pomeriggio. Entrambi ammettono la propria parte nella storia dell'ordigno esploso il 16 ottobre davanti alla casa dell'ex conduttore di Report. Ma su chi sapesse cosa, e su chi avesse in mano che cosa, i due verbali raccontano due storie diverse. Passariello è il padre, l'uomo che ha materialmente piazzato la bomba e l'ha fatta esplodere. Lo ammette senza troppi giri di parole, ma prova a scaricarsi di dosso la consapevolezza di quello che stava maneggiando. "Mio figlio Pellegrino mi diceva che l'ordigno conteneva solo polvere da sparo", mette a verbale, e ribadisce di non conoscere "il funzionamento dell'ordigno". Peccato che il resto del racconto smentisca l'immagine dell'uomo ignaro: prima si procura passamontagna e guanti per non farsi riconoscere, poi nasconde la bomba nel vano ruota di scorta della Fiat 500 a noleggio e il telecomando nel cruscotto. Arrivato a Roma, la posiziona vicino al cancello. Il telecomando, al primo tentativo, non funziona. E qui arriva il passaggio che agli inquirenti non torna: invece di allontanarsi, Passariello si riavvicina. "Giunto, quindi, a non più di circa 5 metri dall'ordigno", racconta, preme di nuovo il pulsante e la bomba esplode. Nel parere con cui si è opposto agli arresti domiciliari, il pm De Santis smonta punto su punto questa versione. Dentro quell'ordigno, ricorda, c'era "gelatina da cava", dinamite per uso industriale ad alto potenziale, difficile da reperire; l'innesco, mai trovato, era compatibile con un detonatore a miccia lenta. Difficile immaginare – è la tesi dell'accusa –, che un uomo capace di avvicinarsi a cinque metri da un simile ordigno senza esitazioni non ne conoscesse la natura. Il figlio, interrogato la mattina, apre un secondo fronte di contraddizioni. Fu Clesio Gomes, racconta D'Avino, ad avvicinarlo per strada a Cicciano con una proposta che il verbale riporta testualmente: "Si deve mettere una botta, niente di che una cosa tranquilla". Gomes avrebbe offerto tremila euro. D'Avino ne avrebbe girati milleduecento al padre e mille a Saverio Mutone, il terzo uomo della spedizione, trattenendo per sé gli ottocento restanti. Sul punto più delicato, però – chi abbia procurato l'esplosivo –, D'Avino si smarca: dice di averlo solo ritirato, il pomeriggio dell'attentato, dietro un muretto vicino alla "Statua del Santo" a Sperone, in un pacco chiuso con nastro da imballaggio. E aggiunge un dettaglio che con la versione del padre non collima: "All'interno della busta non vi erano altri oggetti, in particolare non ho notato alcun telecomando". Passariello, sul telecomando, dice l'esatto contrario: sostiene di averlo ricevuto dal figlio, separatamente dalla bomba, con tanto di istruzioni su come usarlo. Anche sul sopralluogo effettuato dieci giorni prima le versioni divergono: D'Avino racconta di essersi sostituito al padre dopo un suo rifiuto, accompagnando Gomes e Mutone fino a Torvaianica, davanti al civico 91 dell'abitazione poi colpita. Passariello nega invece di essere mai stato interpellato per quel sopralluogo. Sono incongruenze che la procura non archivia come dettagli. Nel suo parere, De Santis scrive di dichiarazioni "artatamente volte ad apparire inconsapevoli della reale potenzialità dell'esplosivo utilizzato", e osserva che le intercettazioni raccontano un quadro opposto: D'Avino come chi ha reperito l'ordigno grazie alle proprie conoscenze, Passariello come soggetto perfettamente in grado di maneggiare esplosivi. Il gip Livio Sabatini, respingendo il 31 agosto la richiesta di arresti domiciliari per Passariello, ha fatto proprie quelle perplessità: le sue dichiarazioni, scrive nell'ordinanza, sono "reticenti" e "contraddette dalle risultanze delle intercettazioni". A tenere in piedi la custodia in carcere, secondo la procura, non c'è solo l'inattendibilità delle due versioni. Ci sono i precedenti penali di Passariello, il suo coinvolgimento – sempre insieme a Mutone –, nell'incendio doloso di un'auto a Roccarainola lo scorso aprile, e un colloquio intercettato nella stessa epoca in cui l'indagato manifestava l'intenzione di "ammazzare" un uomo con cui aveva un contenzioso. Elementi che, per il pm, delineano "una concreta capacità di reiterare condotte della medesima indole" e rendono inadeguata qualsiasi misura diversa dal carcere. Restano due uomini, padre e figlio, che raccontano la stessa notte da due punti di vista opposti. D'accordo sull'essenziale – la bomba è arrivata a Roma, è stata piazzata, è esplosa –, ma in disaccordo su tutto il resto: chi sapeva, chi aveva la bomba, chi aveva il telecomando.
CONTINUA A LEGGERE
2
0
0
Guarda anche
Il Tempo
16:48
Tg Lavoro & Welfare - 3/9/2026
Il Tempo
16:24
