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Tra socialismo e neogrillismo. Perché non mi piace il dibattito sugli "extraprofitti"
Oggi 27-08-26, 07:39
A volte, osservava saggiamente Marco Pannella, occorre apparire impopolari per non essere davvero antipopolari. E allora dirò una cosa altamente impopolare, sapendo bene che le compagnie energetiche e le banche non sono oggi simpatiche a molti. Ma l'idea di trascorrere la prossima stagione autunno-inverno a ragionare su come tassarle non ci porterà lontano e non farà bene all'Italia per almeno quattro ragioni. COMPAGNI DI POLTRONE Sinistra Italiana Spa: da partito ad azienda di famiglia Fango sulla foto di Meloni con l'anziano di Amatrice Colosseo "zona rossa" contro l'invasione dei maranza Ecco la nostra prima pagina ⬇ #buongiorno #27agosto #iltempoquotidiano pic.twitter.com/VNtkr6TBz3 — IL TEMPO (@tempoweb) August 27, 2026 1. Il concetto stesso di «extraprofitti» è illiberale. Chi stabilisce, a posteriori, quando un profitto diventa eccessivo? Maduro non c'è più in Venezuela, eppure sembra che adottiamo noi la sua forma mentis. Ogni volta che lo Stato si arroga il diritto di definire cosa sia «troppo», apre la porta all'arbitrio e alla discriminazione settoriale. Anche perché la prima volta l'operazione avverrà contro qualcuno che è ritenuto «cattivo», ma, una volta sdoganato, il principio di un intervento fiscale peggiorativo ex post potrà essere applicato contro chiunque. 2. Ogni tassa aggiuntiva, inevitabilmente, in una forma o nell'altra, viene riscaricata sugli utenti. Le imprese non sono monadi astratte: i costi extra si traducono in prezzi più alti, in minori investimenti, in minori assunzioni. Il consumatore finale, quello che già paga bollette e conti correnti, finisce per finanziare l'ennesima operazione di prelievo. Si chiama effetto di traslazione, e non è un'opinione di scuola liberale: è contabilità elementare. 3. Nel caso di Eni, una tassa selettiva diventa un vantaggio competitivo per le concorrenti straniere, Total in testa. Mentre Parigi e altre capitali europee evitano di penalizzare i propri campioni nazionali, noi rischiamo di danneggiarli. È una forma di autodistruttività economica che l'Italia non può permettersi. Le aziende energetiche italiane operano in un mercato globale: colpirle unilateralmente significa regalare quote di mercato a chi non subisce lo stesso trattamento. 4. Ma soprattutto, perché dobbiamo farci dettare il dibattito da una specie di grillismo fuori stagione? L'Italia non ha bisogno di un discorso economico basato sulla coppia più tasse/più sussidi (spargo balzelli per poi spargere microaiuti) bensì sulla coppia meno tasse/meno sprechi. Solo così si dà respiro e slancio all'economia reale. Non si tratta di inseguire un sondaggio estemporaneo, ma di decidere che Italia vogliamo. Il mondo corre sospinto dalle conquiste dell'intelligenza artificiale. Noi non possiamo restare chiusi nella doppia asfissia di un'Unione europea disegnata dagli architetti della rigidità e dagli ingegneri del declino, e di un dibattito nazionale improntato a una sorta di neo-socialismo economico. Chi vuole davvero proteggere famiglie e imprese non dovrebbe dare la caccia a questi cosiddetti «extraprofitti». Dovrebbe lavorare per alleggerire il carico fiscale, semplificare, attrarre capitali. Il resto è retorica da campagna elettorale permanente, destinata a lasciare il Paese un po' più debole. Qualcuno obietterà: ma Elly Schlein è a favore di questa maggiore tassazione. Appunto: questo è un ulteriore ottimo argomento per essere contrari. È la controprova che serviva.
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