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Ue, archiviare Green Deal e Patto di stabilità. Prima lo si fa, meglio è
Oggi 22-09-26, 09:41
Anziché piagnucolare sull'avanzata di AfD (tra parentesi: Alice Weidel ha ottimi accenti liberali e perfino libertari, nulla a che vedere con nazismo e nemmeno destra sociale), a Bruxelles farebbero bene a impostare riflessioni più serie e meno nevrasteniche. Cari parrucconi europei, gentile baronessa von der Leyen, si preparano tempi difficili. Non i vostri, s'intende: quelli della gente che paga le bollette, produce, lavora e ogni tanto pretende ancora di votare. Su Ucraina e Russia nessuno sa se questo sarà l'inverno buono per chiudere le ostilità. Il fronte che dovrebbe togliere il sonno è però un altro: la tenaglia Iran-Houthi, capace di far saltare i costi energetici e di ricordare all'Europa che la geopolitica non si governa a colpi di comunicati e di target climatici. Quando il mare si fa ostile, le slide sul 2050 servono a poco. E allora l'Unione ha due cose da fare. Prima le fa, meglio è. Altrimenti continuerà a recitare la parte della «potenza normativa» mentre il continente perde quote di ricchezza, di industria e di pazienza. Primo: archiviare la follia del Green Deal. Non l'ambiente, che è cosa seria. La «religione». Quella gabbia di divieti, calendari e interdizioni che ha trasformato una politica energetica in un catechismo. Ci ha reso più poveri, più dipendenti e più fragili, senza garantire né aria più pulita né autonomia. Una strategia che punisce chi produce in Europa e premia chi inquina altrove, purché il bilancio morale di Bruxelles resti immacolato. Si dirà: la crisi in Medio Oriente non è colpa del Green Deal. Vero. Ma è colpa del Green Deal se arriviamo vulnerabili a qualsiasi choc energetico, privi di protezioni, con la produzione di idrocarburi di fatto bloccata da anni. E (per sovrammercato) dopo aver distrutto l'automobile in Europa. Secondo: occorre archiviare il Patto di stabilità così com'è. Non per scatenare la festa del debito, ma per smettere di indossare una camicia di forza che impedisce politiche di crescita e rende persino i tagli di tasse un esercizio di contorsionismo. Se l'unico orizzonte è la procedura, non meravigliamoci se l'economia europea resta anemica e se i governi più ragionevoli devono caricarsi sulle spalle fatiche improbe. O si fanno queste due cose in modo rapido e visibile, o la rabbia degli elettori crescerà. E, paradosso nel paradosso, potrebbe danneggiare proprio i governi migliori: quelli che ancora credono al mercato, alla responsabilità e all'Occidente, e che invece vengono legati da regole scritte per un'altra epoca. L'Europa non ha bisogno di nuovi sermoni. Ha bisogno di energia a prezzi umani, di conti che non soffochino chi lavora e di un po' meno di anestesia regolatoria. Il resto, cari parrucconi, è liturgia. Dannosa, non solo inutile.
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