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Centri sociali anarchici radicali e Askatasuna: 47 anni di carcere richiesti. Basta violenza, illegalità e attacchi allo Stato!
Oggi 29-10-26, 10:06
La durissima requisitoria della Procura generale di Torino riaccende i riflettori sull'estremismo antagonista. Diciotto condanne richieste, l'ipotesi di un'organizzazione strutturata e una domanda che la politica non può più ignorare: fino a quando lo Stato dovrà tollerare la violenza mascherata da protesta sociale? Torino, 29 ottobre 2026 C'è un limite oltre il quale il dissenso politico smette di essere espressione democratica e diventa una sfida alla legalità. Un limite che nessuna ideologia, nessuna bandiera e nessuna presunta battaglia sociale possono giustificare. La vicenda giudiziaria che coinvolge alcuni militanti dell'ex centro sociale Askatasuna di Torino riporta prepotentemente alla ribalta una questione che l'Italia affronta da decenni: la presenza di frange radicali dell'antagonismo anarchico. dietro la retorica della lotta politica, arrivano a considerare la violenza uno strumento di contrapposizione alle istituzioni. La Procura generale di Torino ha chiesto, nel processo d'appello, diciotto condanne per un totale di circa 47 anni di carcere. I procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Manuela Pedrotta hanno inoltre chiesto il riconoscimento del reato di associazione per delinquere nei confronti di sedici imputati, ipotesi esclusa dai giudici di primo grado. Numeri che fanno riflettere. Accuse che, se confermate, descriverebbero una realtà ben lontana dall'immagine romantica che qualcuno attribuisce ai centri sociali come semplice luogo di aggregazione dei giovani. Secondo la ricostruzione della Procura generale, all'interno di Askatasuna avrebbe operato una struttura organizzata, con figure di riferimento, ruoli definiti e una catena di comando. L'accusa sostiene che una frangia del centro avrebbe pianificato e preparato azioni illegali, comprese manifestazioni violente contro i cantieri dell'Alta velocità in Valle di Susa, utilizzando anche attività lecite come copertura. Gli imputati respingono questa ricostruzione, che resta sottoposta al giudizio della Corte d'appello. Se queste contestazioni saranno dimostrate, non si potrà più parlare soltanto di contestazione politica. Si dovrà parlare di responsabilità penali precise e di veri e propri delinquenti. Perché chi organizza aggressioni, pianifica devastazioni, lancia pietre o ordigni contro le forze dell'ordine non esercita un diritto democratico: commette atti che la legge deve perseguire. La protesta è un diritto costituzionale. La violenza no. E chi pretende di confondere le due cose dimostra un disprezzo profondo per le regole della convivenza civile. Per troppo tempo, attorno ad alcune realtà dell'estremismo antagonista, si è sviluppata una narrazione indulgente. Occupazioni abusive presentate come esperienze alternative. Scontri di piazza raccontati come inevitabili tensioni sociali. Aggressioni alle forze dell'ordine minimizzate come reazioni alla presenza dello Stato. Ma uno Stato democratico non può accettare che l'illegalità diventi un'abitudine. Il problema nasce quando una struttura di aggregazione diventa, anche solo per una sua componente, uno strumento per preparare azioni criminali. Non esistono delinquenti di serie A e delinquenti di serie B. Non esistono reati giustificabili perché commessi sotto una bandiera politica. Chi infrange la legge deve risponderne, sia che si dichiari anarchico, antagonista, rivoluzionario o appartenente a qualsiasi altra corrente ideologica. Uno degli aspetti più intollerabili della violenza di piazza è l'aggressione sistematica a chi indossa una divisa. Poliziotti, carabinieri e finanzieri vengono spesso mandati a garantire l'ordine pubblico in situazioni difficili, trovandosi a fronteggiare lanci di oggetti, aggressioni e tentativi di sfondamento dei cordoni di sicurezza. Dietro quelle divise ci sono persone. Padri, madri, figli, lavoratori che rappresentano le istituzioni e meritano rispetto. Non è accettabile che vengano trasformati in bersagli da colpire in nome di una presunta rivoluzione. Aggredire un agente non significa combattere il potere. Significa attaccare una persona e violare la legge. E chi giustifica queste aggressioni con motivazioni politiche contribuisce a creare un clima pericoloso, nel quale la violenza rischia di essere percepita come uno strumento legittimo di partecipazione. Le istituzioni devono essere ferme, garantendo al tempo stesso che ogni intervento delle forze dell'ordine sia proporzionato e rispettoso dei diritti costituzionali. C'è poi un tema che non può essere ignorato: la responsabilità politica. Per anni, in diverse città italiane, le istituzioni si sono confrontate con occupazioni abusive, tensioni sociali e realtà antagoniste difficili da gestire. Il caso Askatasuna, il cui immobile è stato sgomberato alla fine del 2025 dopo quasi trent'anni di occupazione, impone una riflessione sulla capacità delle amministrazioni di far rispettare le regole. La politica deve avere il coraggio di tracciare una linea netta. Non si può condannare la violenza soltanto quando arriva dalla parte ideologica avversaria. Non si possono invocare legalità e sicurezza per alcuni e cercare attenuanti politiche per altri. Non si può continuare a trattare ogni occupazione illegale come una questione da rinviare indefinitamente. Chi rappresenta i cittadini ha il dovere di difendere il principio di legalità, senza favoritismi e senza zone franche. La democrazia non può diventare ostaggio di chi pretende diritti per sé e rifiuta i doveri verso la collettività. La richiesta della Procura generale è di estrema rilevanza. In primo grado, nel marzo 2025, erano state pronunciate diciotto condanne per singoli reati, ma non era stata riconosciuta l'associazione per delinquere. L'originaria ipotesi di associazione sovversiva era già stata esclusa durante le indagini preliminari. Ora l'accusa chiede ai giudici d'appello di rivalutare l'esistenza di una struttura criminale organizzata. È giusto ricordare che le richieste di pena non sono condanne definitive e che ogni imputato ha diritto alla presunzione di innocenza. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare le garanzie processuali come pretesto per non affrontare il problema della violenza politica. La giustizia deve fare il proprio corso, senza pressioni e senza interferenze. E se le accuse saranno confermate, le responsabilità dovranno essere sanzionate con il rigore previsto dalla legge. Perché la libertà di pensiero non può trasformarsi in una licenza di aggredire, intimidire e devastare. L'Italia ha conosciuto stagioni drammatiche di estremismo politico. Proprio per questo dovrebbe aver imparato una lezione fondamentale: quando la violenza viene tollerata, minimizzata o giustificata ideologicamente, il rischio è che si rafforzi e si diffonda. Non serve criminalizzare il dissenso. Serve impedire che il dissenso venga utilizzato come copertura per i reati. Non serve limitare le libertà costituzionali. Serve difenderle da chi pretende di sostituire il confronto democratico con la forza. Non serve uno Stato autoritario. Serve uno Stato autorevole, capace di far rispettare le leggi e proteggere i cittadini. Le istituzioni devono dimostrare che non esistono territori sottratti alle regole, occupazioni automaticamente legittimate dal passare degli anni o organizzazioni autorizzate a sfidare l'ordine pubblico con metodi violenti. Chi vuole cambiare la società può farlo attraverso le idee, la partecipazione democratica e il confronto politico. Chi sceglie la violenza deve assumersene tutte le conseguenze. Il caso Askatasuna rappresenta molto più di una vicenda giudiziaria torinese. È il simbolo di un problema nazionale: il rapporto tra estremismo politico, occupazioni illegali, violenza di piazza e capacità dello Stato di garantire il rispetto delle regole. Le richieste della Procura generale non autorizzano condanne anticipate, ma richiedono attenzione e serietà. Chi è innocente deve essere assolto. Chi viene riconosciuto colpevole deve rispondere delle proprie azioni. Senza privilegi ideologici. Senza indulgenze politiche. Senza giustificazioni di comodo. Perché la legge non può essere inflessibile con il cittadino che commette una violazione ordinaria e diventare improvvisamente negoziabile quando davanti alla giustizia compare chi rivendica una battaglia politica radicale. Lo Stato deve garantire il diritto di manifestare, ma deve anche difendere con determinazione chi lavora, chi rispetta le regole, chi indossa una divisa e chi non vuole vedere le proprie città trasformate in campi di battaglia. La vicenda giudiziaria di Askatasuna dovrà concludersi nelle aule di tribunale, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali. Ma la risposta politica e istituzionale alla violenza non può attendere. E soprattutto, uno Stato democratico che vuole essere rispettato deve essere il primo a far rispettare la legge. Sempre. Da tutti. Senza eccezioni.
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