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Cossiga aveva previsto il futuro? Milano e Torino bruciano, l'Italia riscopre l'allarme sul terrorismo rosso
Oggi 19-10-26, 08:22
«Tornerà a insanguinare le strade di questo Paese»: le parole del presidente Francesco Cossiga tornano a fare paura. E oggi, davanti agli scontri nelle città italiane, quell’avvertimento sembra più attuale che mai. Ci sono parole che il tempo non cancella. Parole pronunciate quasi vent’anni fa, quando molti pensavano che certe pagine della storia italiana fossero ormai definitivamente chiuse. Eppure oggi, davanti alle immagini degli scontri di Milano e Torino, alle strade trasformate in campi di battaglia e alle violenze che accompagnano alcune manifestazioni politiche, quelle parole tornano a risuonare con una forza impressionante. Francesco Cossiga, presidente della Repubblica ed ex ministro dell’Interno, aveva lanciato un allarme preciso. Il 23 ottobre 2008, intervistato da Andrea Cangini, dichiarò: “Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese». Parole durissime. Un avvertimento che oggi sembra assumere un significato inquietante, mentre l’Italia assiste a una nuova stagione di tensioni, radicalizzazione politica e scontri di piazza. Cossiga aveva compreso quanto fosse pericoloso sottovalutare i segnali di una possibile escalation della violenza politica. Questa è la forza delle sue parole: ci obbligano a interrogarci su ciò che accade quando il fanatismo ideologico prende il sopravvento sul confronto democratico e la violenza comincia a essere presentata come una forma legittima di lotta. Ed è proprio qui che nasce la domanda: l’Italia ha davvero imparato la lezione degli anni di piombo oppure ha soltanto smesso di parlarne? Milano e Torino riportano al centro una questione che la politica italiana non può più permettersi di liquidare con formule di circostanza: il rapporto tra le frange più radicali dell’antagonismo politico, alcuni ambienti anarchici e le manifestazioni che degenerano in violenza. Quando una piazza si trasforma in uno scenario di scontri, quando vengono lanciati oggetti contro le forze dell’ordine, quando compaiono incendi, barricate e danneggiamenti, non siamo più davanti alla semplice espressione del dissenso. Siamo davanti a un problema serio di ordine pubblico e di tutela della convivenza civile. I centri sociali, gli ambienti anarchici e i gruppi antagonisti non costituiscono realtà tutte uguali. Ma questo non può diventare un motivo per evitare di affrontare con fermezza il problema delle frange che scelgono lo scontro come metodo politico. Quando emergono responsabilità concrete, chi organizza, promuove o sostiene azioni violente deve essere individuato e chiamato a risponderne. Nessuna bandiera, nessuna parola d’ordine e nessuna rivendicazione ideologica possono trasformarsi in uno scudo contro la legge. La protesta è un diritto. La devastazione non lo è. Il dissenso è una libertà costituzionale. Aggredire, incendiare e distruggere significa oltrepassare un confine che nessuna causa politica può cancellare. E bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: una certa parte politica ben precisa. radicale e degli ambienti antagonisti deve fare i conti con il rischio che la tolleranza verso le frange violente finisca per danneggiare le stesse battaglie politiche che dichiara di voler difendere. Chi rivendica giustizia sociale non può chiudere gli occhi davanti a chi distrugge il lavoro degli altri. Chi si dichiara dalla parte dei più deboli non può ignorare il commerciante che subisce danni, il lavoratore che non riesce a tornare a casa o il cittadino che si ritrova nel mezzo degli scontri e rischia la vita. La coerenza politica si misura anche da questo: dalla capacità di condannare la violenza quando proviene dal proprio ambiente, non soltanto quando la commettono gli avversari. Il pericolo non consiste soltanto nei danni materiali provocati durante una giornata di scontri. Il problema più profondo è la normalizzazione della violenza come strumento di lotta politica. Quando la distruzione viene raccontata come una forma di ribellione eroica, quando l’aggressione viene giustificata in nome di un’ideologia e quando le responsabilità individuali vengono minimizzate perché gli autori appartengono a una determinata area politica, si crea un clima pericoloso. È questo il terreno sul quale le istituzioni devono mantenere la massima attenzione. Gli anni di piombo furono una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. L’Italia conobbe organizzazioni terroristiche strutturate, attentati, omicidi e una strategia deliberata di destabilizzazione politica. Le Brigate Rosse e le altre organizzazioni armate lasciarono una ferita profonda nella coscienza nazionale. Gli scontri che abbiamo visto a Milano e a Torino non possono essere automaticamente equiparati a quella stagione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i segnali di radicalizzazione e il rischio che una parte del dibattito politico finisca per considerare accettabile ciò che dovrebbe essere condannato senza ambiguità. Cossiga lanciò il suo allarme proprio quando il Paese discuteva di proteste studentesche e ordine pubblico. Oggi quelle parole tornano a interrogare una classe politica che deve dimostrare di saper distinguere il diritto di manifestare dalla pretesa di imporre le proprie idee attraverso la forza. La storia insegna che le democrazie non devono aspettare il verificarsi delle tragedie per interrogarsi sui segnali di pericolo. La prevenzione non è allarmismo: è responsabilità. I cittadini non possono essere costretti ad assistere impotenti alla distruzione delle proprie città. Chi lavora non deve temere di trovare il proprio negozio devastato. Chi passeggia in centro non deve ritrovarsi nel mezzo di una guerriglia. Chi indossa una divisa non deve diventare un bersaglio per il solo fatto di rappresentare lo Stato. E chi manifesta pacificamente deve poter esercitare il proprio diritto senza essere trascinato nella violenza di altri. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire con determinazione, nel rispetto della legge e delle garanzie costituzionali. Servono prevenzione, identificazione dei responsabili, indagini efficaci e conseguenze concrete per chi commette reati. Non servono slogan muscolari. Serve uno Stato che faccia rispettare le regole. La fermezza non è autoritarismo. È la condizione necessaria affinché la libertà non venga sequestrata da chi confonde la democrazia con il diritto di imporre la propria volontà attraverso la paura. E la responsabilità politica riguarda tutti: governo, opposizioni, organizzatori delle manifestazioni e rappresentanti delle realtà coinvolte. La condanna della violenza deve essere netta, indipendentemente dal colore politico di chi la commette. Non è accettabile pretendere tolleranza per le proprie idee e, nello stesso tempo, negare agli altri il diritto di vivere e lavorare in sicurezza. Non è accettabile invocare la libertà quando si scende in piazza e dimenticarsene quando vengono colpiti i diritti altrui. Uno Stato democratico deve essere abbastanza forte da proteggere i cittadini senza rinunciare alle proprie regole. E deve dimostrare che nessuna appartenenza politica garantisce impunità. Nel 2008 Francesco Cossiga evocava il rischio che il terrorismo tornasse a insanguinare le strade italiane. Oggi quelle parole sembrano una profezia perché richiamano paure che il Paese credeva di essersi lasciato alle spalle. La storia, naturalmente, non si ripete sempre nello stesso modo. Non basta assistere a una giornata di scontri per affermare che il terrorismo degli anni di piombo sia tornato. Ma non occorre neppure aspettare che si ripetano le tragedie del passato per riconoscere la gravità di un allarme. La vera lezione di Cossiga è che il pericolo va affrontato prima che diventi incontrollabile, non quando è ormai troppo tardi. L’Italia non può aspettare che una nuova stagione di violenza produca conseguenze irreparabili prima di interrogarsi sulle proprie responsabilità. Non può permettersi di considerare fisiologiche le devastazioni, inevitabili gli scontri o secondarie le aggressioni. Le città appartengono ai cittadini, non a gruppi che pretendono di trasformarle in territori di conquista politica. Cossiga lanciò l’allarme nel 2008. Oggi Milano e Torino ci ricordano che quell’allarme non può essere archiviato con leggerezza. Voglio esprimere con chiarezza una mia convinzione personale: ho sempre stimato Francesco Cossiga e continuo a stimarlo per la sua determinazione, il suo coraggio e la libertà con cui ha sempre espresso il proprio pensiero. Al di là delle singole posizioni politiche, ho apprezzato in lui la capacità di affrontare argomenti scomodi, di pronunciare parole che potevano suscitare polemiche e di non nascondersi dietro il linguaggio rassicurante del politicamente corretto. Cossiga era un uomo che non aveva paura di esporsi. Diceva ciò che pensava, anche quando le sue dichiarazioni dividevano l’opinione pubblica o mettevano in difficoltà il mondo politico. È proprio questa indipendenza di pensiero che ho sempre considerato un segno di carattere. Oggi, rileggendo le sue parole sul rischio che il terrorismo tornasse a insanguinare le strade italiane, non posso fare a meno di domandarmi se il nostro Paese abbia davvero ascoltato quell’avvertimento. Non credo che si debba aspettare una tragedia per riconoscere la gravità della violenza politica. Credo che occorra parlarne apertamente, senza paura delle polemiche e senza doppi standard. Chi aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Chi distrugge deve assumersene la responsabilità. E chi alimenta ideologicamente la violenza deve avere il coraggio di prendere le distanze, senza cercare giustificazioni. È anche per questo che continuo a stimare Cossiga: perché ricordava all’Italia che le verità più scomode sono spesso quelle che la politica preferirebbe non affrontare. Si può essere d’accordo o in disaccordo con un uomo politico. Ma il coraggio di esprimere liberamente le proprie idee, assumendosene la responsabilità, resta un valore fondamentale in una democrazia. E oggi, più che mai, credo che l’Italia abbia bisogno di persone disposte a parlare con franchezza, senza paura delle polemiche e senza rinunciare alla propria libertà di giudizio. Milano e Torino hanno il diritto di tornare alla normalità. I cittadini hanno il diritto di protestare, le forze dell’ordine il diritto di operare in sicurezza e chi ha subito danni il diritto di ottenere giustizia. Nessuna ideologia può trasformare le strade in territori sottratti alle regole comuni. Nessuna appartenenza può diventare uno scudo contro le responsabilità individuali. Nessuna emergenza può, d’altra parte, giustificare la sospensione delle garanzie fondamentali. La lezione più importante della storia italiana non è che occorra reprimere ogni dissenso. È che bisogna impedire alla violenza politica di diventare normale, indipendentemente da chi la pratica e da quali parole d’ordine la accompagni. La democrazia deve saper ascoltare il dissenso, ma non deve mai inginocchiarsi davanti alla violenza. Uno Stato degno di questo nome non può lasciare che siano i più aggressivi a stabilire le regole della convivenza civile. Perché la storia insegna una verità scomoda: quando la violenza politica smette di scandalizzare, il problema non riguarda più soltanto chi la pratica. Riguarda l’intero Paese. E forse è proprio questo il significato più profondo delle parole di Francesco Cossiga: un avvertimento che continua a interrogarci e che ci ricorda quanto sia fragile la libertà quando si smette di difenderla. Le città appartengono ai cittadini, non a chi riesce a metterle a ferro e fuoco. La libertà appartiene a tutti, non a chi pretende di imporre la propria ideologia con la forza. E la democrazia, se vuole sopravvivere alle proprie tensioni, deve imparare a difendersi prima che la violenza venga considerata inevitabile.
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