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Conte torna a scuola. Ma dovrebbe restarci
Oggi 15-09-26, 10:34
Sono le trappole della comunicazione politica ridotta a comunicazione tout court, come se davvero il secondo termine fosse un aggettivo ancillare, e non il cuore della materia. Ce la immaginiamo, la riunione dello staff del leader pentastellato Giuseppe Conte, molti allievi di quel Marshall McLuhan di Ceglie Messapica che è (stato) Rocco Casalino, tutti comprensibilmente in affanno. C’è l’offensiva purista di Beppe Grillo (vietato sottovalutare), c’è il campo largo a brandelli anzitutto per la russofilia conclamata del principale, fioccano agenzie sulle primarie, ovvero sul nulla. Urge una sparigliata, un colpo di reni. Un occhio all’agenda, pronti: c’è questa visita alla scuola primaria Giovanni XXIII di Isernia, ristrutturata con fondi Pnrr (di cui il governo Conte era il beneficiario, non l’ideatore, ma transeat). È perfetta, possiamo perfino immaginare un video alla lavagna, da Avvocato a Precettore del Popolo, venghino signori venghino. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49135632]] C’è il lievissimo dettaglio che così travasiamo la propaganda direttamente sui banchi, e non sono nemmeno a rotelle, catapultiamo la strumentalità dello storytelling dritta in un luogo che non dovrebbe appartenere all’orizzonte dello strumentalizzabile, la scuola (elementare, o al massimo media), ma l’entusiasmo per il reel a portata di polpastrello prevale. Anche perché salta su il più sveglio della compagnia: aspettate, potremmo imbastire la contrapposizione perfetta, puro populismo social in pochette contro l’orda barbarica e guerrafondaia delle destre. No al riarmo (così, in assoluto, sia esso nazionale, europeo, in sede Nato, per la difesa a Est, per la difesa a Sud, per dirigere il traffico), sì a scuole più sicure. Mele e pere, tutto e niente, vai Avvocato-Precettore, è roba tua, una supercazzola semplice come uno slogan a misura di gessetto, sei in piena comfort zone. L’OCCASIONE È un calcio di rigore. Giuseppi lo tira quasi in surplace, afferra il gessetto, calca sulla lavagna e scandisce le parole. “No al riarmo, si a scuole più sicure”. Si gira di scatto, indossa la collaudata maschera da piacione di governo a favor di telecamera, l’aria di chi in un video di un minuto mesce geopolitica e didattica, Ucraina e Pnrr, guerra e pace. E non si accorge di aver perso per strada la grammatica elementare, non si avvede di quel drammatico “si” senza accento lasciato impresso sulla lavagna, come un improbabile professore in un film a episodi della commedia all’italiana di serie B, come una spalla qualsiasi del conterraneo Lino Banfi. L’avverbio-base per esprimere qualsiasi affermazione, almeno a idioma italico vigente, il primo mattone del discorso parlato e scritto per qualunque alunno, anche il più recalcitrante, impietosamente sfregiato, amputato dell’accento, trasformato in diretta Instagram in un’altra parola, o al massimo in una nota musicale. L’errore sottolineato due volte in rosso già nei primi mesi di scuola primaria, scolpito in una classe di una scuola primaria, da un leader politico che ostenta la sacralità dell’istituto scolastico contro i profani istinti dell’industria bellica. Come avviene per tutte le pensate social (troppo) brillanti, l’inciampo ortografico si ritorce immediatamente contro l’autore, tra utenti che si danno di gomito sull’ex premier “somaro” e commenti negativi a cascata. Non aiuta nemmeno il testo che sulle pagine contiane accompagna il video con strafalcione: “Guardate qui, si può voltare pagina”. Sì (con l’accento), forse si può andare quantomeno a pagina 2 del libro d’italiano. E la confezione diventa un (involontario) capolavoro: “guardate qui” in corrispondenza dell’ortografia violata in bella vista, “si può voltare pagina” con il pronome personale riflessivo scritto giusto, senza accento, ovvero uguale all’avverbio affermativo scritto sbagliato, solo molto più in grande. È un quadro perfetto, quasi espressionista, nel suo restituire un’idea così plastica di non credibilità, di affanno improvvisato, di copiatura mal riuscita dal compagno di banco (appunto). Da lì, tutto quel che ne segue precipita nell’irrilevanza, se non nel comico involontario. “Abbiamo portato quei soldi per difendere un modello di welfare”. È dura sermoneggiare sul modello di welfare, se hai problemi di scrittura elementare, se non sei a tuo agio col monosillabo più utilizzato nella comunicazione in lingua italiana. E a fine giornata, nello staff intento a meditare sulla prossima genialata, si affaccia un dubbio lancinante: forse, era meglio parlare di primarie.
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