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Elvo Zornitta: "Non ero io Unabomber, ma mi hanno rovinato la vita con una prova falsificata"
Oggi 18-10-26, 14:29
Elvo Zornitta per 22 anni - pedinamenti, perquisizioni, intercettazioni - è stato sospettato di essere Unabomber, il bombarolo che ha terrorizzato il Nord Est tra il 1993 e il 2006 con 33 attentati. Indagato (nel 2004 e nel 2022) e archiviato due volte (nel 2009 e lo scorso maggio), ora che è definitivamente fuori da questa vicenda prova a ripartire. E, rispondendo anche alle domande più scomode, si racconta: le paure, le assurde coincidenze, le paranoie, la tentazione di farla finita. Con un pensiero pure al caso di cronaca che più sta facendo discutere oggi, cioè Garlasco: «In qualunque modo vada a finire, nessuno chiederà mai scusa a Sempio o a Stasi». Ingegner Zornitta, cosa sono quei due oggetti sul tavolo? «Copie delle forbici rosse e del lamierino che potevano incastrarmi, ma invece mi hanno scagionato. L’avvocato Paolo Dell’Agnolo le tiene qui nel suo studio». La famosa prova manomessa per la quale è stato condannato un agente di polizia: aveva utilizzato le forbici che le avevano sequestrato per tagliare il reperto di una bomba inesplosa. E così fregarla. Che effetto le fa vedere questi materiali? «Rabbia, rancore per come si sono evolute le vicende. Immagini una persona che non c’entra niente, che non ha mai creato ordigni né pensato di farlo e che si trova di fronte a un’accusa che non sta né in cielo né in terra. E immagini che poi, dopo 4 mesi di analisi fatte dai suoi periti, la stessa persona arrivi a scoprire che una di queste prove era stata manomessa». Lo scorso 12 maggio, con l’ultimo esame del Dna negativo, lei è uscito definitivamente dalla vicenda. Sta riuscendo a tornare a una vita normale? «Non si superano facilmente 22 anni come questi. Sto cercando di dimenticare, ma restano addosso strascichi anche fisici: ho la voce roca per colpa del reflusso, ho qualche problema cardiaco per lo stress e dormo solo se prendo sonniferi». Che fa ora? «Sono in pensione da cinque anni e mi dedico ai miei numerosi hobby: ultimamente mi sono appassionato anche alla cucina e agli orologi». Vive sempre nella stessa casa? «Non l’ho mai lasciata e non ho mai abbandonato Corva, il paese in cui abito, perché la gente è stata sempre dalla mia parte e andarmene sarebbe stato ingiusto nei loro confronti». Il famoso stanzino nel quale, a casa, si dedicava al “fai-da-te” ce l’ha ancora? «Mia moglie vorrebbe riconvertirlo in un armadio a muro, ma non mollo. Adesso ci tengo gli orologi e studio la loro meccanica». Zornitta, se ripensa a questi 22 anni che sensazione ha? «Di aver buttato via una fetta della mia vita perdendo serenità familiare e credibilità nel lavoro: sono stato licenziato e, dopo aver bussato inutilmente a mille porte, ho dovuto ricominciare come operaio in una piccola azienda». I suoi compaesani le sono stati vicini, ma altrove si è mai trovato in situazioni spiacevoli? «Molto spesso. Per un certo periodo, per esempio, non ho potuto frequentare supermercati: la gente mi guardava con sgomento e una volta, vedendomi rimettere a posto una scatoletta di tonno, una signora è corsa alla cassa indicandomi». Altri episodi fastidiosi? «In un ristorante a Roma, con mia moglie e mia figlia, il gestore mi ha accolto urlando: “Ahò, ce sta’ Unabomber”. Ai Musei Vaticani, invece, avevo l’impressione che i guardiani facessero svuotare le sale quando arrivavo io». I mass media l’hanno perseguitata? «Uno stress continuo, nei sei mesi cruciali del 2006 fuori casa avevo regolarmente troupe televisive e alcune auto mi seguivano mentre andavo al lavoro. Sono stati i giornalisti a dirmi del lamierino: è una delle due date che non dimenticherò mai». Raccontiamo. «Stavo uscendo da messa quando, improvvisamente, si è avvicinato un furgone. Si sono aperte le porte e un reporter mi ha urlato che era stata trovata la prova decisiva contro di me: un segno lasciato da una forbice su un lamierino. In quel momento mi è crollato il mondo addosso». L’altra data? «Quella della prima perquisizione nel maggio 2004. Gli agenti si sono presentati a casa mia alle 6.45, mentre dormivo: due auto, otto persone. Mi hanno lasciato in pigiama fino alle 10 del mattino, permettendomi poi di cambiarmi in bagno, ma davanti a uno di loro». Giornali, tv, pressione mediatica. Sta seguendo ilcaso Garlasco? Andrea Sempio è sospettato - e ora indagato una seconda volta - da anni. Un po’ quanto successo a lei. «È una situazione molto difficile da vivere: ti senti giudicato da tutti». Che consiglio gli darebbe? «La cosa peggiore è dare troppo spazio ai media, bisogna cercare di apparire il meno possibile anche se a un certo punto diventa necessario parlare». Alberto Stasi, invece, ha fatto 10 anni di carcere, ma ora alcune parti dell’indagine scricchiolano e la sua difesa punta alla revisione del processo. «Pensi se non fosse colpevole: gli avrebbero rovinato la vita. Quelle di Sempio e Stasi sono situazioni molto tristi perché, comunque vada a finire, dimostrano che la giustizia è fallace. Non posso saper chi è stato, ma dal punto di vista umano soffro per loro». Zornitta, torniamo a lei. In questi 22 anni quale è stato il momento più difficile? «Nel 2006/2007, prima che i periti trovassero la falsificazione della prova. Avevo pensato di farla finita, ma in una maniera che non apparisse così evidente, tipo un incidente in auto contro un palo. Mi sono confidato con l’avvocato Dell’Agnolo il quale mi ha risposto: “Ok, dimmi cosa devo dire alla tua bambina”. Quella frase mi ha fatto riflettere e ho cambiato idea». Come si chiama sua figlia? «Lucia, ora ha 30 anni e fa la psicologa. Non per caso...». Quali sono state le sue paure o paranoie più ricorrenti in quel periodo? «Un giorno, cercando di montare un condizionatore, ho scoperto che la mia villetta era piena di sensori acustici e telecamere. Gli investigatori mi stavano spiando e qualcuno era entrato in casa di nascosto: da allora ho messo chiavistelli alle finestre e installato un antifurto. Poi le sigarette...». Cioè? «Finito di fumare tenevo i mozziconi in tasca per paura che qualcuno potesse prendermi il Dna di nascosto e utilizzarlo chissà come. Quando hanno riaperto le indagini nel 2022, invece, sono stato il primo a consegnare volontariamente il mio materiale genetico: solo un pazzo lo avrebbe fatto se colpevole». Durante le perquisizioni lei ha sempre mostrato subito tutti gli oggetti che potevano essere considerati sospetti. «Proprio perché non ho mai avuto niente da nascondere». Molte coincidenze però, sono pazzesche. Tipo quando, pochi giorni dopo l’attentato con l’ovetto nel 2000, le hanno trovato a casa un sacchetto con 48 ovetti in plastica dello stesso modello. «Me li aveva appena regalati mia figlia per tenerci le viti. Non li ho nemmeno toccati, li ho conservati solo per consegnati agli inquirenti: li avessi gettati sarebbe stato peggio». Ingegnere, qualche volta però anche lei ci ha messo del suo. Come quando ha nascosto dei sacchi sul tetto del suo capanno. Si è mai pentito? «Ripensandoci sì, ma sul momento ero stufo di quegli oggetti che venivano ritirati fuori ad ogni perquisizione, non volevo più averli tra le mani. Non avendo il coraggio di buttarli, quella mi sembrava l’idea migliore». E le immagini in cui affila le forbici con la carta vetrata? «Erano forbici da cartoleria, non certamente adatte per tagliare lamierini o cose del genere». Quel capanno ce l’ha ancora? «Sì, tengo gli attrezzi agricoli». Elvo Zornitta, prima di essere travolto dal caso Unabomber lei chi era? Facciamo insieme un salto all’indietro. «Sono nato a Auronzo di Cadore, provincia di Belluno, il 25 ottobre 1957. Bambino vivace, mai fermo». Figlio unico? «Un fratello: Galliano, cinque anni più vecchio». Che è rientrato tra gli ultimi indagati. Per quale motivo? «Pensavano potesse essere stato lui ad aiutarmi negli attentati avvenuti quando io ero sotto sorveglianza. Peccato che ci vedevamo solo ogni due o tre mesi». Qualcuno ipotizzava che il vostro movente fosse la vendetta per una menomazione di suo fratello a causa di un incidente. «Ma no, il suo problema è congenito: è nato senza una parte di braccio». Torniamo a lei: scuole? «Scientifico a Belluno, sono stato uno dei due soli studenti diplomati con 60/60esimi.Poi mi sono iscritto a ingegneria a Torino e mi sono laureato con 110». Primi lavori? «A La Spezia, Belluno, qui a Pordenone, Buttrio e infine nell’azienda in cui poi sono stato licenziato». A segnalarla come possibile Unabomber, ai tempi, era stato proprio un suo collega. «Era di un altro ufficio e non lo vedevo dal 1985, quasi 20 anni. Evidentemente mi odiava». Avevate litigato? «Da giovane, sul lavoro, ero un po’ una testa calda e avevamo avuto qualche discussione. Ma non che giustificasse una vendetta di questo tipo». Zornitta, ultime domande veloci. 1) Sua moglie Maria è sempre stata al suo fianco senza mai dubitare di lei. Quando vi siete conosciuti? «A Belluno, passeggiando in piazza. Ci siamo sposati nel 1992 e nel 1996 è nata Lucia». 2) Rapporto con la religione? «Bella domanda. Da giovane ho cercato molto la fede, frequentando anche ambienti cristiani diversi dal cattolicesimo. Adesso, dopo quello che ho passato, resto credente, ma meno legato alla parte formale e alle istituzioni». 3) Qualcuno, sospettando di lei, ipotizzava che le bombe esplose in chiesa fossero legate al fatto che in quel periodo si era ammalato suo fratello. «Quando sta male un parente si va in chiesa a dire una preghiera per chiedere aiuto, non amettere una bomba». 4) Secondo lei quale era il movente di Unabomber? «Se avessero scoperto il suo progetto sapremmo chi è, ma questo aspetto non è mai stato approfondito sufficientemente. Come non è stata indagata a fondo la capacità di fabbricare nitroglicerina e saperla maneggiare». 5) Ingegnere, ma dopo tutti questi anni, a lei, qualcuno ha chiesto scusa? «No e nessuno me lo chiederà». Prima abbiamo parlato di Garlasco: e a Stasi o Sempio, in base a come andrà a finire, qualcuno chiederà scusa? «Mi dispiace per loro, ma sicuramente no». Ultimissima domanda. Unabomber lo troveranno mai? «Ho cambiato molto spesso idea su chi potesse essere questo maniaco, ma dopo tanti anni non ho più speranze che venga individuato: potrebbe essere morto, finito all’ergastolo per altri reati o espatriato».
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