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Fulvio Sodano, il Prefetto con la schiena dritta: la sua vita al servizio dello Stato, uno schiaffo alla mafia
Oggi 27-08-26, 14:53
Ci sono uomini che occupano un’istituzione e uomini che diventano l’Istituzione. Fulvio Sodano apparteneva alla seconda categoria. Prefetto, servitore dello Stato, uomo delle regole e della legalità, Sodano ha lasciato a Trapani una testimonianza che ancora oggi conserva una forza straordinaria: quella di chi comprese che combattere la mafia non significa soltanto arrestare mafiosi, ma sottrarre alla criminalità organizzata il potere economico, restituire alla collettività ciò che le è stato rubato e dimostrare concretamente che lo Stato può essere più forte dell’antistato. La sua storia, il suo coraggio e la sua fermezza rappresentano ancora oggi uno schiaffo alla mafia. Uno schiaffo dato non con le parole, ma attraverso gli atti dello Stato, la difesa della legalità e il rifiuto di piegarsi davanti alle pressioni. Per questo ricordare e rendere omaggio a Fulvio Sodano significa parlare di una qualità tanto semplice da pronunciare quanto difficile da praticare: avere la schiena dritta. Sodano la ebbe. La ebbe quando, alla guida della Prefettura di Trapani, si trovò davanti alla difficile questione dei beni confiscati alla criminalità organizzata e decise che quei beni non potevano rimanere prigionieri dell’immobilismo burocratico o tornare, direttamente o indirettamente, nell’orbita di interessi criminali. Una delle battaglie simbolo del suo impegno fu quella per la Calcestruzzi Ericina, azienda confiscata alla mafia. Sodano comprese qualcosa di fondamentale: salvare quell’impresa significava dimostrare che lo Stato non era capace soltanto di togliere patrimoni alla mafia, ma anche di trasformarli in lavoro, economia pulita e speranza. Era questa la sfida. Ed era questo lo schiaffo alla mafia. Dimostrare che un’impresa poteva vivere senza padrini, senza protezioni criminali e senza inchinarsi al potere mafioso. La mafia doveva perdere due volte: prima attraverso la confisca dei propri patrimoni e poi attraverso la dimostrazione che quegli stessi patrimoni potevano rinascere nella legalità. Sodano lavorò per questo. E non arretrò. Quando la legalità diventa scomoda È facile parlare di legalità quando la legalità non costa nulla. La vera misura di un uomo delle istituzioni arriva quando fare il proprio dovere significa diventare scomodo. Ed è qui che la storia di Fulvio Sodano assume una dimensione ancora più grande. La sua azione a difesa della Calcestruzzi Ericina provocò forti contrasti. Tra le figure con le quali si determinò uno scontro istituzionale vi fu l’allora senatore e sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì. Su questo passaggio è necessario mantenere la massima precisione storica e giudiziaria. D’Alì affrontò successivamente un lungo procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa che, dopo un articolato iter processuale, si concluse nel dicembre 2022 con la condanna definitiva a sei anni di reclusione. Anche la vicenda relativa al trasferimento di Sodano da Trapani ad Agrigento entrò nel materiale esaminato nel procedimento giudiziario. Ma la grandezza di Fulvio Sodano non dipende dal nome di chi gli si oppose. Dipende da ciò che Sodano decise di essere. Un uomo dello Stato. Fino in fondo. La schiena dritta non si proclama. Si dimostra. Oggi utilizziamo spesso l’espressione “servitore dello Stato”. Fulvio Sodano ci ricorda quanto siano impegnative quelle parole. Servire lo Stato significa servire la legge anche quando non conviene. Significa difendere l’interesse pubblico anche quando sarebbe infinitamente più semplice voltarsi dall’altra parte. Significa comprendere che una Prefettura non è soltanto un palazzo, una scrivania, un’automobile di rappresentanza o un titolo davanti al proprio nome. Lo Stato è responsabilità. E qualche volta quella responsabilità significa anche solitudine. Sodano fece della battaglia sui beni confiscati una questione concreta, perché aveva compreso che la mafia non si combatte soltanto nei tribunali. Si combatte nell’economia. Nel lavoro. Nelle aziende. Nella capacità dello Stato di presentarsi davanti a un lavoratore e potergli dire: non hai bisogno della mafia per avere un futuro. Questo è uno degli schiaffi più forti che si possano dare alla criminalità organizzata. Un’azienda confiscata che continua a vivere è una sconfitta della mafia La storia della Calcestruzzi Ericina assume per questo un significato straordinario. Un bene sottratto alla criminalità organizzata che continua a produrre, creare occupazione e vivere nella legalità diventa qualcosa di più di un’impresa. Diventa un simbolo. Ogni mattina in cui quei cancelli si aprono è una risposta alla mafia. Ogni lavoratore che entra sapendo di lavorare in un’azienda libera è una risposta alla mafia. Ogni fattura, ogni stipendio, ogni giornata di produzione realizzata rispettando le regole rappresentano la dimostrazione che la legalità può produrre economia. Ed è anche per questo che la battaglia condotta da Fulvio Sodano conserva ancora oggi un significato enorme. Perché non cercava una vittoria personale. Cercava una vittoria dello Stato. Grazie, Prefetto E allora oggi a Fulvio Sodano non dovrebbe andare soltanto il ricordo. Dovrebbe andare un grazie. Grazie al Prefetto che comprese che confiscare un’azienda alla mafia senza riuscire a farla vivere avrebbe rischiato di trasformare una vittoria giudiziaria dello Stato in una sconfitta sociale. Grazie all’uomo che scelse di non voltarsi dall’altra parte. Grazie al funzionario che interpretò la propria carica non come esercizio del potere, ma come esercizio della responsabilità. Grazie al servitore dello Stato che dimostrò che l’autorevolezza di un’istituzione non dipende dalla forza della voce, ma dalla fermezza delle decisioni. Grazie a Fulvio Sodano perché la schiena dritta non la raccontò: la tenne dritta quando tenerla dritta aveva un prezzo. Ed è questo che distingue un semplice funzionario da un autentico uomo delle istituzioni. Gli incarichi finiscono. Le stanze dei palazzi vengono occupate da altri. Le targhe sulle porte cambiano. Ma l’esempio resta. Fulvio Sodano non c’è più, ma resta ciò che ha rappresentato. Resta l’idea di uno Stato che non abbassa gli occhi. Resta l’idea che un funzionario pubblico possa scegliere la strada più difficile semplicemente perché è quella giusta. Resta una lezione che dovrebbe essere consegnata alle nuove generazioni di servitori dello Stato: la mafia teme soprattutto uno Stato che non si lascia piegare. Perché esistono uomini ai quali la Repubblica consegna temporaneamente una funzione. E poi esistono uomini che, attraverso il modo in cui quella funzione la esercitano, restituiscono qualcosa alla Repubblica. Fulvio Sodano le ha restituito credibilità. Ha dimostrato che lo Stato può avere un volto, una coscienza e soprattutto una schiena che non si piega. Ed è questo, forse, lo schiaffo più forte alla mafia. Dimostrarle che esistono uomini che non si comprano. Uomini che non si intimidiscono. Uomini che non si piegano. Uomini che scelgono semplicemente di fare il proprio dovere. Per questo il nome di Fulvio Sodano merita di essere ricordato. Non soltanto come quello di un Prefetto. Ma come quello di un uomo che ha mostrato come dovrebbe essere servito lo Stato: con coraggio, con onestà, con tenacia e sempre, ostinatamente, con la schiena dritta.
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