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Cultura e Spettacolo
Gli errori del liberalismo, le speranze dei suoi eredi
Oggi 01-10-26, 12:16
Uno spettro si aggira per l’Occidente. Non è più il comunismo di marxiana memoria, ma una dottrina politica che gli studiosi non esitano a chiamare post-liberalismo. Come sempre accade in questi casi, con il termine si indica sia una corrente specifica, sempre più influente, del pensiero politico, sia una koiné, un’atmosfera, un’aria di famiglia fra le idee e la prassi di studiosi e politici. Post-liberali sono, senza dubbio, insieme a tanti altri pensatori, il filosofo americano Patrick Deneen, autore del celebre Perché il liberalismo ha fallito (2018); ma anche il politologo britannico Adrian Pabst di cui è appena uscito in italiano Pensare l’era post-liberale (Vita e pensiero). I post-liberali partono da una critica della società liberale, che secondo loro è fallita nel momento in cui, con l’avvento, da lei stessa favorito, della globalizzazione e di una società multiculturale, sono venuti meno alcuni miti che si sono accompagnati al suo sviluppo e che ne hanno costituito la base ideale. Il primo consisteva nella fiducia nella “superiorità” del modello occidentale, fondato sulla democrazia e l’economia di mercato, così evidente, a detta dei liberali classici, che sarebbe bastato farne conoscere i benefici agli altri popoli e ad altre civiltà per aspettarsene una rapida assimilazione. Sullo sfondo di questa idea, c’era una concezione progressista della storia: le altre civiltà erano solo in uno stadio meno avanzato di progresso, lo stesso che noi avevamo vissuto e superato in tempi lontani. Nella versione liberista, questo dogma suonava suppergiù così: aprite al mercato le società e la libertà e la democrazia ne scaturiranno come conseguenza. I casi della Russia e, soprattutto, della Cina, hanno sconfessato questa credenza. Ugualmente è crollata la convinzione, espressa da Bastiat in pieno Ottocento, che due stati democratici non si sarebbero mai fatta la guerra. Dalla loro impietosa analisi, i teorici post-liberali hanno individuato in due errati presupposti la tara che, fin dal primo momento, avrebbe segnato il liberalismo classico: l’idea che il liberalismo non abbia bisogno di una morale comune e condivisa, ad esso precedente, per affermarsi; una concezione astratta, individualistica, dell’essere umano. Il primo punto di vista è stato espresso con il massimo della chiarezza dal grande giurista tedesco Böckenförde con il “paradosso”: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire». Molti post-liberali, fra cui lo stesso Böckenförde, ritengono che questi presupposti li possa fornire solo il cristianesimo, con la sua etica solida perché fondata sui valori trascendenti predicati da Gesù. Per quanto concerne l’idea di individuo, sarebbe un errore pensare che i post-liberali ritengano necessario affermare una concezione comunitaristica o organicistica della società. La comunità, a ben vedere, è solo un individuo più grande e chi la oppone all’individualità gioca, in qualche modo, sullo stesso terreno. Si tratta, più a fondo, di riconoscere che l’individuo non è un atomo, separato e separabile dagli altri, ma vive in una rete di relazioni che lo determinano e costituiscono in buona parte del suo essere. L’individualismo astratto non può che portare invece ad una bulimia di pretese arbitrarie, che vengono chiamati “diritti” ma che sono in pratica desideri o capricci. Si perde così l’idea del “dovere”, che deve sempre accompagnarsi a quella dei diritti, se non si vuole disintegrare la società e dividerla in “minoranze” e gruppi di pressione culturale. In questo preciso punto, il post-liberalismo si pone come il più implacabile critico del pensiero liberal, della cultura woke. La domanda che sorge spontanea, alla fine di questa rapida disamina, può essere così formulata: i post-liberali intendono garantire la libertà in modo più pieno e con più aderenza al mondo attuale segnato dal cosiddetto “conflitto di civiltà”; oppure strizzano l’occhio alle varie “democrature”, o “democrazie imperfette”, se non addirittura ai regimi autoritari, di cui è pieno il mondo? Ovviamente, la risposta è difficile, e dipende molto anche dalla curvatura del pensiero nei diversi esponenti di quest’area culturale. A mio avviso, sulla pars destruens della loro analisi si può concordare, ma è pur vero che il loro bersaglio non può essere considerato il liberalismo tout court, considerato come una dottrina statica, un insieme di ricette, valide sempre e comunque, in ogni ambiente storico. La domanda da farsi, molto più impegnativa, è, di volta in volta, un’altra: quali sono le politiche che, in un determinato contesto, garantiscono meglio gli spazi di libertà a cui l’uomo aspira. I post-liberali, detto altrimenti, sbagliano nell’identificare il liberalismo, da una parte, con il modello giusnaturalistico del Seicento, oggi non più spendibile; e, dall’altra, col pensiero liberal, che liberale non può essere considerato perché, con la sua volontà di imporre un pensiero unico e “corretto”, gli spazi di libertà li sopprime e non li apre.
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