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Politica
Il Maggio francese e gli scimmiottatori italiani
Oggi 08-10-26, 09:10
Caro signor Carioti, dopo aver importato slogan e battaglie dalla Francia, la sinistra italiana e i suoi “collettivi studenteschi” vogliono ora imitare le occupazioni delle scuole. Al grido di «Facciamo come in Francia» lanciano la «mobilitazione permanente». Mi colpisce ancora di più vedere certi insegnanti schierarsi con chi blocca le lezioni e occupa gli istituti. In questo modo trasmettono ai loro studenti il peggiore degli insegnamenti: se non ti piace quello che fanno un governo e un parlamento liberamente eletto, hai il diritto di occupare la scuola e di impedire di studiare a chi vorrebbe farlo. Spero che chi di dovere intervenga. Maria Mauri - email Cara signora Mauri, l’imitazione dei cugini d’Oltralpe è un vizio antico e comincia nel Sessantotto (Fabrizio De André, Canzone del Maggio: «E se vi siete detti / non sta succedendo niente / le fabbriche riapriranno / arresteranno qualche studente / convinti che fosse un gioco / a cui avremmo giocato poco / provate pure a credervi assolti / siete lo stesso coinvolti»). Stiamo parlando di un mito di fondazione della sinistra italiana, insomma. Da allora la società è cambiata: le grandi masse mobilitate non ci sono più, i superstiti di quelle proteste girano col pannolone. Resta la scimmiottatura, la parodia patetica dei padri e dei nonni. Ai ragazzi, entro certi limiti, questo si può perdonare. Ai docenti che li assecondano e magari li aizzano, no. Un insegnante ha il dovere di spiegare che una legge si contesta con il voto e con le idee, non usando la forza del branco, come si fa per impedire a chi vuole andare a scuola di frequentarla. Altrimenti la lezione che arriva da quelle cattedre è che la violenza vale più del diritto. Come avrà letto su Libero, il ministro Valditara ha mandato gli ispettori al liceo Amaldi di Novi Ligure, dove un corteo per Gaza è stato convocato tramite il registro elettronico: è l’unica risposta giusta che può arrivare da «chi di dovere». Chi vuole protestare è libero di farlo, ma l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti (i dirigenti e i professori) devono restarne fuori. Se entrano nella zuffa politica è giusto che ne rispondano personalmente.
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