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Il Papa che sta facendo tornare Dio nei pensieri della gente
Ieri 24-08-26, 15:08
Leone XIV non alza la voce, non cerca di conquistare la scena, non trasforma la fede in uno slogan. E forse proprio per questo sta accadendo qualcosa di raro: attorno a lui si ritrovano persone, giovani e famiglie che sembravano lontane dalla Chiesa. Rimini lo ha mostrato con una forza difficile da dimenticare. Ma dietro la folla c’è una storia ancora più grande: quella di un cristianesimo che vuole tornare a parlare al cuore. Ci sono uomini che entrano nella storia facendo rumore. E poi ce ne sono altri che vi entrano quasi in punta di piedi. Leone XIV sembra appartenere alla seconda categoria. Non ha bisogno di gridare per essere ascoltato. Non ha bisogno di trasformare ogni parola in una sentenza. Non ha bisogno neppure di dimostrare di essere importante. Eppure è il Papa. Forse è proprio qui che comincia la parte più sorprendente della sua meravigliosa storia. Perché mentre il mondo corre, giudica, divide, espone tutto e consuma tutto alla velocità di uno schermo, quest’uomo vestito di bianco sta provando a fare qualcosa di enormemente più difficile: convincere l’uomo contemporaneo a fermarsi di nuovo davanti a Dio. Non per paura. Non per abitudine. Non perché “si è sempre fatto così”. Ma perché dentro ciascuno di noi esistono domande che nessuna tecnologia, nessun successo e nessuna ricchezza riescono definitivamente a mettere a tacere. Chi sono? Perché sono qui? Chi mi amerà quando non avrò più nulla da offrire? Cosa rimane quando perdiamo qualcuno che amiamo? E soprattutto: siamo davvero soli? È lì, nel punto più fragile dell’essere umano, che Leone XIV sembra voler riportare la Chiesa e la fede in Dio. Non sopra l’uomo. Accanto all’uomo. Per capire questo Papa, forse bisogna guardare ciò che non fa. Non cerca continuamente se stesso nell’attenzione degli altri. Non sembra voler essere più grande del ruolo che ricopre. E soprattutto non dà l’impressione di considerare la propria persona come il centro della storia. La sua umiltà ha qualcosa di disarmante proprio perché arriva in un’epoca nella quale siamo stati educati purtroppo all’opposto. Ci viene detto di mostrarci. Di vincere. Di essere i primi. Di avere sempre una risposta. Il cristianesimo raccontato da Leone XIV sembra invece partire da un gesto completamente diverso: abbassarsi. Abbassarsi davanti a chi soffre. Ascoltare chi non conta. Avvicinarsi a chi è rimasto indietro. E avere persino il coraggio, quando necessario, di riconoscere la propria piccolezza davanti a qualcosa di immensamente più grande: Dio. È un’immagine antica. Eppure oggi appare quasi rivoluzionaria. Poi è arrivata Rimini. E lì i numeri hanno improvvisamente assunto il volto delle persone. Circa sessantamila presenze ad attenderlo al Meeting. Venticinquemila fedeli alla celebrazione eucaristica al Porto. Ma fermarsi ai numeri significherebbe non aver compreso ciò che è successo. Perché sessantamila persone non sono un numero. Sono sessantamila storie. Ci sarà stato il ragazzo che non entrava in una chiesa da anni. La madre arrivata con i figli. Il nonno che continua a portare nel portafoglio un’immagine sacra consumata dal tempo. Qualcuno avrà pregato ogni giorno. Qualcun altro forse non sapeva più nemmeno se definirsi credente. Qualcuno sarà arrivato per curiosità. Qualcun altro perché aveva bisogno, senza riuscire a confessarlo a nessuno, di sentire nuovamente parlare di speranza. Non possiamo sapere cosa custodisse ciascuno di quei cuori. Ed è proprio per questo che quell’immagine è così potente. Erano lì. In un tempo nel quale per anni abbiamo sentito raccontare la progressiva irrilevanza della fede, erano lì. In un’Europa nella quale molte chiese fanno i conti con banchi vuoti e generazioni cresciute lontane dalla pratica religiosa, erano lì presenti. Giovani compresi. E guardando quella moltitudine viene spontanea una domanda che forse la nostra società aveva smesso troppo presto di porsi: e se l’uomo non avesse affatto smesso di cercare Dio? Forse ha semplicemente smesso di riconoscerlo in certe parole. Forse aspetta qualcuno capace di raccontarglielo nuovamente. Il coraggio di dire ancora: sono cristiano. C’è un’altra battaglia, silenziosa, che Leone XIV sembra avere deciso di affrontare. Restituire dignità proprio alla parola cristiano. Non trasformandola in una bandiera contro qualcuno. Non utilizzandola per dividere il mondo tra buoni e cattivi. Ma ricordando che essere cristiani dovrebbe significare assumersi una responsabilità enorme. Amare quando sarebbe più facile odiare. Perdonare quando dentro di noi vorremmo vendicarci. Accogliere quando sarebbe più comodo voltarsi. Difendere chi non ha voce. Riconoscere dignità persino nell’essere umano che non ci assomiglia. Guardare un povero negli occhi senza sentirsi superiori e porgergli la nostra mano. Continuare a credere nella pace mentre tutti spiegano perché la pace sarebbe impossibile. Questa è una difesa del cristianesimo molto più potente di qualsiasi slogan. Perché una fede difesa soltanto con le parole può diventare ideologia. Una fede difesa con la vita diventa testimonianza. Ed è forse di questo che il cristianesimo aveva disperatamente bisogno. Non basta riempire una piazza Sarebbe facile raccontare Rimini come il trionfo di un Pontefice. Sarebbe anche il modo più superficiale di raccontarla. Perché il successo di Leone XIV non si misurerà dal numero delle persone che riusciranno ad avvicinarsi a lui. Si misurerà, semmai, dal numero di persone che attraverso di lui sentiranno il desiderio di avvicinarsi nuovamente a Cristo e alla chiesa. È questa la differenza. Una piazza piena dura un giorno. Una fotografia può diventare virale e scomparire la mattina successiva. Un applauso finisce. Persino l’emozione di vedere un Papa passa. Ma se una persona, tornando a casa, dopo anni decide di entrare nuovamente in una chiesa vuota, sedersi nell’ultima fila e rimanere qualche minuto in silenzio, allora è successo qualcosa di immensamente più importante. Se un ragazzo ricomincia a domandarsi chi sia Cristo, è successo qualcosa. Se una famiglia riscopre la domenica non soltanto come giorno libero ma come occasione per andare a Messa insieme, è successo qualcosa. Se un uomo che aveva perso la fede trova il coraggio di dire ancora una preghiera, magari senza essere neppure certo che qualcuno la stia ascoltando, è successo qualcosa. Non sappiamo ancora se questi segnali diventeranno una crescita duratura della partecipazione alla vita della Chiesa. Per affermarlo servirà del tempo. Ma esiste qualcosa che viene prima delle statistiche. Il desiderio. E quel desiderio, attorno a Leone XIV, sembra essersi rimesso in movimento. Una Chiesa che torna dagli ultimi. C’è però un’immagine che racconta questo pontificato forse ancora meglio delle grandi folle. A Rimini, accanto ai momenti pubblici, Leone XIV ha incontrato anche malati, persone con disabilità e poveri assistiti dalla Caritas. Ed è lì che la storia cambia completamente prospettiva. Perché il cristianesimo perde il proprio significato nel momento esatto in cui dimentica chi soffre. Si possono avere cattedrali meravigliose. Si possono organizzare eventi immensi. Si possono pronunciare discorsi perfetti. Ma se davanti a una persona sola, malata, povera o dimenticata continuiamo a camminare senza fermarci, abbiamo probabilmente perso il senso del Vangelo. Leone XIV lo ricorda con i gesti prima ancora che con le parole. Una Chiesa in ginocchio davanti a Dio deve essere anche una Chiesa capace di chinarsi davanti all’uomo bisognoso. Qui la sua umiltà diventa forza. Perché chinarsi non significa essere deboli. A volte bisogna essere immensamente forti per abbassarsi. C’è qualcosa di profondamente umano in ciò che sta accadendo. Per decenni abbiamo parlato della crisi della fede attraverso percentuali, statistiche, numero di battesimi, matrimoni religiosi, vocazioni e presenze domenicali. Tutto necessario. Ma un foglio Excel non potrà mai misurare completamente la nostalgia di Dio. Non può misurare quella donna che passa davanti a una chiesa e per qualche ragione rallenta. Non può misurare il ragazzo che di notte, quando nessuno lo vede, prova a pregare. Non può misurare chi ha smesso di credere ma continua a parlare con una persona cara che non c’è più, sperando segretamente che possa ancora ascoltarlo. Non può misurare chi dice di non avere fede e tuttavia, quando la vita gli porta via ogni certezza, alza gli occhi verso il cielo. Forse la porta non era stata chiusa. Era rimasta socchiusa. E Leone XIV sembra avere avuto la delicatezza di non sfondarla. Ha cominciato semplicemente a bussare. Il cristianesimo non è morto. Forse è questa l’immagine che Rimini consegna all’Italia e all’Europa. Il cristianesimo non è un reperto archeologico. Non appartiene soltanto alle fotografie dei nostri nonni. Non è soltanto nelle campane dei piccoli paesi, nelle processioni, nelle cattedrali o nei crocifissi appesi alle pareti. Il cristianesimo vive ogni volta che un essere umano guarda un altro essere umano e decide che la sua vita ha un valore infinito. Vive quando qualcuno perdona. Quando qualcuno serve. Quando qualcuno resta accanto a un malato. Quando un giovane decide che la propria esistenza deve significare qualcosa di più del successo. Quando una persona entra in chiesa e, dopo anni di silenzio, riesce soltanto a pronunciare due parole: “Dio, aiutami.” Forse non serve altro per ricominciare. Ed è qui che Leone XIV sta giocando la partita più importante del suo pontificato. Non riportare semplicemente la Chiesa al centro della società. Ma riportare Cristo al centro della Chiesa e la Chiesa accanto all’uomo. Se riuscirà davvero a farlo, il suo successo non sarà scritto soltanto nei libri di storia. Sarà scritto in luoghi molto più piccoli. Dentro una chiesa di periferia. Su un banco consumato. Accanto a una candela accesa. Nella mano di una madre. Nelle lacrime di un uomo che pensava di non saper più pregare. Negli occhi di un ragazzo che entra senza sapere bene perché e decide di restare. Perché forse le grandi rinascite spirituali non cominciano con le folle. Cominciano da una persona. Da una domanda. Da un silenzio. Da qualcuno che credeva di avere perso Dio e scopre, improvvisamente, che forse era Dio a non avere mai smesso di aspettarlo. E se Leone XIV riuscirà anche soltanto a riaprire quella porta nel cuore di milioni di persone, avrà fatto qualcosa che nessun applauso e nessuna folla potranno mai raccontare fino in fondo: avrà restituito a un tempo disilluso il coraggio di sperare ancora nel Cielo. Ed io sono certo che riuscirà con l’aiuto di Dio a concretizzare tutto questo. Grazie Papa Leone XIV.
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