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Islam e Venezia: la città non si ricatta. Sulla moschea decide la legge, non chi minaccia di fermarla
Oggi 27-08-26, 14:54
Il caso della comunità bengalese islamica a Venezia e le dichiarazioni sulla possibilità di fermare Fincantieri e importanti settori del turismo veneziano impongono una risposta netta: la libertà religiosa è un diritto, ma nessuna comunità può utilizzare la propria forza numerica o economica per condizionare le istituzioni. In Italia decide la legge, non gli ultimatum. Dopo lo stop del Comune di Venezia al progetto del nuovo centro di culto islamico nell’area dell’ex segheria di via Giustizia, Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità” ed esponente della comunità bengalese islamica, ha annunciato la possibilità di una mobilitazione. Manifestare è un diritto. Scioperare nel rispetto della legge è un diritto. Rivolgersi ai giudici è un diritto. Ma quando nel confronto viene evocata la capacità della comunità bengalese islamica di fermare Fincantieri e mettere in difficoltà cucine, ristoranti, alberghi e altri settori del turismo veneziano, il discorso cambia completamente. Venezia non si ricatta. La comunità bengalese islamica ha tutto il diritto di chiedere un luogo di culto e di contestare democraticamente una decisione che considera ingiusta. Ma nessuno può pretendere che il proprio peso nel sistema economico diventi uno strumento per ottenere dalle istituzioni ciò che chiede. Una moschea non si autorizza perché qualcuno sostiene di poter fermare una fabbrica. Non si autorizza perché una comunità può creare difficoltà agli alberghi o ai ristoranti. Si autorizza se esistono le condizioni stabilite dalle leggi italiane. Punto L’Italia garantisce libertà religiosa alla comunità bengalese islamica esattamente come a qualsiasi altra comunità. Proprio per questo pretende da tutti il medesimo rispetto delle istituzioni, delle decisioni amministrative e degli strumenti previsti dallo Stato di diritto. Se il Comune ha sbagliato, saranno i tribunali a stabilirlo. Se una decisione è discriminatoria, la si impugna. Se si vuole protestare, si manifesta pacificamente. Ma nessuno, bengalese, italiano, musulmano, cattolico o appartenente a qualsiasi altra comunità, può pretendere di avere un potere maggiore sulle istituzioni perché ritiene di poter paralizzare un settore dell’economia. Nessun odio. Nessuna discriminazione. Ma neppure paura, soggezione o ricatti. La comunità bengalese islamica può chiedere la moschea, manifestare per ottenerla e utilizzare tutti gli strumenti democratici che la Repubblica mette a disposizione. Ma Venezia non si ricatta. L’Italia non si intimidisce. E sulla moschea, come su qualsiasi altra questione, l’ultima parola non appartiene alla religione islamica, alla forza dei numeri o alla capacità di fermare una città. Appartiene alla legge. Che sia ben chiaro a tutti!
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