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Jessica Dalla Chiara morta, 2 anni dopo il marito va in carcere: "Come l'ha uccisa e preso i soldi"
Oggi 29-10-26, 20:51
Svolta investigativa sul caso di Jessica Dalla Chiara, l'infermiera deceduta a Veronaa soli 32 anni, due anni fa. La polizia ha notificato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il marito Nadir Rossi, di 35 anni. L'indagato, ex infermiere professionista di un pronto soccorso in un ospedale, deve rispondere di omicidio pluriaggravato della moglie, che lavorava nell'assistenza domiciliare per l'Ulss Scaligera, morta nella loro abitazione di Bussolengo la notte del 24 giugno 2024. All'uomo sono stati contestati anche i reati di tentato omicidio aggravato, distruzione e soppressione di cadavere mediante fraudolenta cremazione, truffa assicurativa e peculato continuato di farmaci. L'indagine della Squadra mobile scaligera è nata da una duplice e tempestiva segnalazione. La prima è pervenuta nel luglio 2024 direttamente dall'Azienda Ospedaliera, dopo gli esami di laboratorio completati post mortem, dai quali era emerso che i gravissimi e ripetuti episodi di ipoglicemia che avevano colpito la giovane donna non erano riconducibili a cause naturali, ma erano stati provocati da somministrazioni non terapeutiche di Insulina dall'esterno. La seconda è legata alle dichiarazioni dei genitori della vittima, che fin da subito avevano manifestato dubbi sulle reali cause del decesso della figlia e sulla frettolosa gestione del corpo, subito cremato, da parte del genero. I riscontri investigativi e medico-legali hanno permesso di ricostruire un rilevante quadro indiziario. Secondo quanto appurato, l'indagato ha sfruttato le proprie specifiche competenze professionali e la totale e incondizionata fiducia della moglie in modo insidioso e reiterato. Un primo tentativo di ucciderla, per i pm, c'è stato nella notte del 22 maggio precedente la morte, quando la donna in casa venne colpita da un arresto cardio-circolatorio causato da un'iniezione di Insulina che le ridusse il tasso glicemico sotto il valore critico, portandola in coma farmacologico e in imminente pericolo di vita, da cui si salvò solo grazie al tempestivo intervento del 118. Poi, durante il ricovero della moglie durato un mese, l'indagato - sfruttando la propria qualifica professionale per accedere indisturbato al reparto anche al di fuori degli orari di visita consentiti - ha somministrato ulteriori dosi letali di Insulina tramite i cateteri venosi a cui la donna era regolarmente collegata, provocando altre tre crisi ipoglicemiche. Infine, tre giorni dalle dimissioni della vittima dall'ospedale, il marito le avrebbe somministrato l'ultima flebo fatale di Insulina a casa. Particolari attività tecniche legate all'analisi forense dei dispositivi informatici sequestrati all'indagato hanno reso il quadro indiziario eccezionalmente grave e solido. Fondamentale anche la cronologia delle ricerche internet effettuate dall'indagato sul proprio smartphone: gli investigatori hanno accertato che l'uomo ne aveva fatte di mirate sui sintomi dell'ipoglicemia grave, sulla diagnosi differenziale dell'iperinsulinismo e sulle metodiche tossicologiche forensi per il rilevamento di overdose da Insulina già a partire dall'aprile del 2024, ovvero diverse settimane prima che la moglie manifestasse i malesseri addebitati. Inoltre, a pochi giorni dal decesso della moglie, la cronologia del browser ha registrato la visualizzazione da parte dell'indagato di un saggio specialistico di medicina legale, incentrato proprio sugli omicidi commessi da personale sanitario attraverso l'uso di farmaci ipoglicemizzanti. Subito dopo la morte della moglie, inoltre, per depistare le indagini, l'uomo ha indotto in errore l'ufficiale dello stato civile di Bussolengo, procedendo così alla distruzione del cadavere e alla tumulazione delle ceneri appena dopo il funerale per impedire lo svolgimento di qualsiasi esame autoptico. Nelle intercettazioni telefoniche e ambientali attivate dagli inquirenti, l'uomo ha anche confidato esplicitamente la propria soddisfazione per questo. Lo screening urinario effettuato sulla vittima l'8 giugno ha inoltre rivelato la presenza di benzodiazepine non prescritte a fini terapeutici: gli inquirenti ritengono che il marito le somministrasse gocce per indurre uno stato di sopore profondo, assicurandosi così la massima libertà d'azione per praticare le infusioni venose di Insulina. Per completare la messinscena, l'uomo ha alterato e manipolato in tre diverse versioni una nota di ultime volontà trovata sul telefono della moglie. Nel testo, attribuito fittiziamente alla donna, quest'ultima ha espresso comprensione e approvazione per la relazione extraconiugale clandestina che il marito intratteneva da mesi con un'altra donna e con la quale progettava una imminente convivenza. L'uomo ha incassato un indennizzo assicurativo sulla vita della moglie, riscosso a due mesi dalla morte della donna. Successivamente l'indagato ha tentato il suicidio nel novembre 2025 all'interno dello spogliatoio maschile del Pronto Soccorso. In quell'occasione, l'uomo si era appropriato indebitamente di 5 fiale di un farmaco a base di fentanyl e 10 fiale di morfina dalla cassaforte del reparto, di cui aveva la custodia, venendo poi rinvenuto esanime dai colleghi con un'ago-cannula ancora inserita nel braccio e lasciando diverse lettere d'addio di natura ricattatoria ed esplicitamente polemiche verso magistratura e l'Azienda Ospedaliera, che successivamente lo ha licenziato. La consulenza tossicologica e medico-legale disposta dal pm ha rivelato che le concentrazioni ematiche di fentanyl e midazolam rilevate nell'uomo sono risultate palesemente inferiori rispetto a quelle attese per l'assunzione letale dei farmaci sottratti.
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