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La Sharia è già in Italia: a Padova apre i battenti il primo tribunale islamico
Oggi 08-10-26, 09:18
Prima ancora che sia raggiunta la chimerica intesa fra l’islam e la Repubblica italiana, i musulmani si sono già dotati di un tribunale coranico. A Padova, anzi a Montegrotto Terme, da dove l’avvocato Omar Vanin ha registrato il sito web della Camera Arbitrale Islamica Italiana. D’ora in poi, a partire dal Veneto ma in teoria la giurisdizione coranica potrebbe estendersi a tutta la Penisola, chi abbandona la religione di Maometto per convertirsi al cristianesimo è passibile della pena di morte come apostata. Ipoteticamente, è uno scenario già descritto dal romanzo “Sottomissione” di Michel Houellebecq: una società parallela, dove la legge morale si sovrappone al diritto positivo, si affianca a quella precedente e gradualmente la fagocita. Come quelli che entrano in punta di piedi e poi calpestano quelli altrui. Un proverbio napoletano mette in guardia da certa gente che ha trasuto ‘e sicco e s’è miss ‘e chiatto. Lo dichiarano apertamente: il verdetto raggiunto dalla loro corte sciaraitica «avrà poi lo stesso effetto di una sentenza resa dall’Autorità giudiziaria italiana». E pensare che, a quasi un secolo dal Concordato, per sciogliere un matrimonio dichiarato nullo dalla Sacra Rota, è necessario un divorzio sancito dal tribunale civile, anzi normalmente è richiesto come condizione preliminare. PALLA AL MINISTERO Invece i fedeli di Allah, sebbene attualmente siano una minoranza, pretendono di farsi giustizia da soli. Per loro la “legge di Dio” prevale sui codici scritti dagli uomini.Tanto che alcuni postulano addirittura una superiorità della comunità dei “credenti”, la Ummah, rispetto alla popolazione “infedele”, anche se maggioritaria. E la sfidano. Se ne fosse informato, il Guardasigilli non potrebbe passarvi sopra senza prendere provvedimenti. Perciò interviene il parlamentare della Lega, Gianluca Cantalamessa, con un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al collega dell’Interno, Matteo Piantedosi, in cui ricorda che «un organismo che si presenta come “la via della giustizia islamica in Italia”, inneggiando alla Sharia, non può essere compatibile con le leggi, gli usi e i costumi del nostro Paese e costituisce un vero pericolo per la sicurezza». Poi il leader leghista, Matteo Salvini, alza la paletta dello «stop all’islam politico» perché «esistono, e tutti devono rispettare, solo le leggi italiane». Se ne dovrà interessare anche la Procura di Roma, sul cui tavolo ieri mattina è giunto l’esposto con il quale Souad Sbai, presidente di Acmid, l’Associazione delle donne marocchine in Italia, chiede accertamenti sull’attività dei sedicenti e autoproclamati giudici. Una verifica necessaria per portare alla luce eventuali «condotte lesive di diritti fondamentali o altri fatti penalmente rilevanti». Il rischio è, avverte Sbai, che «il richiamo alla Sharia possa tradursi, nella concreta applicazione delle procedure, in una compressione dell’uguaglianza, dell’autodeterminazione individuale e del diritto di accesso alla giustizia, ovvero nella pretesa di subordinare diritti costituzionalmente garantiti a regole religiose incompatibili con l’ordinamento italiano». IL CURRICULUM Vi è da aggiungere che il promotore dell’iniziativa vanta un curriculum accademico culminato in un dottorato di ricerca in diritto internazionale privato e una pubblicazione su “Ripudio islamico, principio del contraddittorio e ordine pubblico italiano”, cioè sulla pratica tribale che consente di mandare al diavolo le mogli con una triplice frasetta. Dopodiché alle donne non resta che andarsene in silenzio. Forse alcuni si convertirebbero per potersi giovare della norma in questione, magari in un regime di poligamia, preconizzava Houellebecq. Perché notoriamente un musulmano può sposare una “miscredente”. Ma le donne non godono dello stesso diritto. E si può solo immaginare, sempre nel campo delle controversie familiari, quante spose bambine sarebbero costrette alle nozze forzate con il cugino pakistano che non hanno mai visto, solo perché il clan lo ha scelto per loro. O quanti adulteri sarebbero condannati alla fustigazione sulla pubblica piazza. È uno scontro di civiltà, che vede da un lato un ordinamento crudele come quello iraniano, che tuttavia alcuni Paesi islamici, in testa il Regno del Marocco, stanno faticosamente modificando, per consentire alle figlie la parità con i fratelli in tema di eredità. Dall’altro c’è il diritto naturale, su cui si fondano i sistemi occidentali, che non discrimina i cittadini in base al sesso e alla religione, perché considera tutti gli uomini uguali.
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