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Estero Europa
L'Europa della crescita sconfigga quella dell'austerità
Oggi 04-10-26, 09:18
È proprio nei momenti di maggiore incertezza che si avverte la necessità di un’Europa forte, politica, capace di affrontare le sfide con coraggio e visione, lasciandosi alle spalle dogmi e rigidità ideologiche. Ma è proprio in frangenti come questi che l’Unione europea, nella sua storia recente, ha mostrato uno dei suoi limiti più evidenti che risiede non solo nella capacità di individuare e predisporre tempestivamente le soluzioni necessarie, quanto nel trovare la forza politica per adattare le regole alla realtà. Eppure, le crisi del 2007 e del 2011 dovrebbero ricordarci che interventi tardivi e politiche eccessivamente restrittive possono aggravare le difficoltà economiche anziché risolverle. È proprio alla luce di quella lezione che la richiesta avanzata dal Governo italiano di una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole fiscali europee non è soltanto ragionevole, ma necessaria per evitare che una crisi esogena, generata da fattori internazionali fuori dal controllo dei governi nazionali, produca ulteriori danni a famiglie e imprese, alimenti tensioni sociali e comprometta ulteriormente crescita, occupazione e capacità produttiva. PASSO IN AVANTI Va riconosciuto che i margini di flessibilità ottenuti, pari a 14 miliardi di euro derivanti dall’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per gli investimenti nei settori dell’energia e della difesa, così come le norme contenute nel nuovo Patto di stabilità, rappresentano un passo in avanti rispetto al passato. Proprio queste ultime, con l’abbandono del criterio del deficit strutturale a favore del controllo del tasso di crescita della spesa primaria netta, segnano un passo avanti e riflettono un’impostazione più realistica rispetto alle rigidità che hanno caratterizzato altre stagioni della governance economica europea. Tuttavia, questi strumenti rischiano di rivelarsi insufficienti nell’attuale contesto economico. L’inflazione che oggi colpisce l’Europa, infatti, non deriva da errori di politica economica dei singoli Stati, da una spesa pubblica fuori controllo o da squilibri interni, ma è alimentata da fattori esterni come guerre, tensioni geopolitiche, instabilità internazionale, aumento dei prezzi delle materie prime energetiche e conseguente crescita dei costi di produzione. In questo scenario, la scelta di ancorare la governance fiscale europea a un percorso di crescita della spesa netta espresso in termini nominali rischia di trasformarsi in un boomerang che rischia di comprimere ulteriormente i margini di intervento pubblico proprio mentre sarebbe necessario sostenere famiglie, imprese e investimenti. Poiché il limite è calcolato in euro correnti, infatti, non tiene automaticamente conto di un’inflazione superiore alle previsioni. Se il costo di pensioni, servizi pubblici o trasferimenti aumenta per effetto del rialzo generalizzato dei prezzi, la spesa cresce anche in assenza di nuove decisioni politiche. CORRETTIVO POLITICO In altre parole, un governo può rispettare rigorosamente i propri impegni e trovarsi comunque oltre i livelli di spesa preventivati semplicemente perché l’inflazione corre più velocemente delle stime iniziali. È dunque evidente che, in un contesto simile, questa circostanza rischia di produrre una distorsione che richiede un correttivo politico. Non si tratta di allentare la disciplina di bilancio, ma di distinguere le responsabilità dei governi dalle conseguenze di eventi eccezionali e imprevedibili che già gravano sulla nostra crescita. La richiesta italiana di ampliare gli spazi di flessibilità oltre quelli già riconosciuti va esattamente in questa direzione. Non chiede deroghe, non ammette lassismo, ma reclama strumenti realistici per affrontare una congiuntura straordinaria. Ecco perché auspichiamo che l’Europa non torni a essere prigioniera dei riflessi condizionati dell’austerità. Non può ancora una volta trasformare regole nate per garantire stabilità in ostacoli alla crescita, perché senza crescita non esiste sostenibilità dei conti pubblici, non aumenta l’occupazione, non si riduce il debito e non esiste alcun parametro che possa essere rispettato nel lungo periodo. L’Europa che vogliamo non è quella ossessionata dai decimali, ma quella che guarda alle fabbriche, alla competitività delle imprese, agli investimenti, all’innovazione, alla sicurezza energetica e alla capacità produttiva del continente. È l’Europa che comprende che la crescita non è una variabile subordinata ai vincoli contabili, ma il presupposto indispensabile della sostenibilità economica e sociale. È questa l’Europa di Forza Italia.
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