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L'orrore dei bimbi spinti a cambiare sesso
Oggi 02-10-26, 13:31
Un libro deflagrante. Una denuncia civile. Un grido d’allarme appassionato scritto con frasi brevi, dirette, immediate. Ogni parola ha un peso e nessuna è superflua. Pagine importanti che scuotono le coscienze e accendono un faro grosso così sullo scempio che si compie tutti i giorni, silenziosamente, ai danni dei nostri bambini con il benestare della comunità scientifica. S’intitola Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie (Rubbettino), lo ha firmato Alessandra Arachi, giornalista del Corriere della Sera e scrittrice, dopo due anni di inchiesta e studi scrupolosi. Lo ha scritto con rabbia e ostinazione, andando contro le narrazioni trite e ritrite e smontando pezzo dopo pezzo credenze spacciate per scienza. «Mi sono infilata per più di due anni in quel cunicolo buio che è l’universo buio dei bambini che si dicono trans. Faticavo a credere ai miei occhi, alle mie orecchie. Era tutto assurdo, pieno di contraddizioni e falsità. Eppure il farmaco usato per bloccare la pubertà viene distribuito negli ospedali pubblici, con la benedizione dell’Agenzia del farmaco. Si chiama triptorelina, lo stesso principio attivo per sospendere la pubertà nei bambini e per la castrazione chimica negli adulti». Tutto ruota attorno alla somministrazione della triptorelina, utilizzata per bloccare lo sviluppo di bambini e adolescenti con disforia di genere. TERAPIA INVASIVA Una terapia che viene usata per la castrazione chimica degli stupratori e «c’è chi, in nome della democrazia, leva gli scudi contro una pratica barbara, ma se - scrive la Arachi - con lo stesso farmaco si blocca la crescita della pubertà dei bambini, quegli scudi si abbassano e la pratica diventa una terapia del benessere in nome dei diritti transgender». È necessaria una precisazione: questo libro non è un manifesto ideologico. È un pugno nello stomaco perché le coscienze si risveglino, perché medici, istituzioni, politica e mondo dell’informazione si assumano le loro responsabilità. La triptorelina è diventata un business (questo l’autrice non lo scrive perché non è riuscita a dimostrarlo) ma lo deduciamo noi, sulla base di quello che abbiamo capito di queste pagine. Il farmaco viene dato ai bambini che si sentono nati nel corpo sbagliato. Bambini, appunto. La terapia è invasiva e rischiosa, ma viene somministrata negli ospedali perché l’Agenzia del farmaco l’ha messa a carico del Servizio sanitario. Un’iniezione al mese alla bambine per bloccare le mestruazioni e non far crescere il seno. O ai maschietti per impedire la crescita del pene, dei peli della barba e del pomo d’Adamo. Viene assunta per cinque anni con danni anche irreversibili. Non si può tornare indietro, non è come ingranare la retromarcia quando ti accorgi che la strada imboccata è quella sbagliata. Nel libro i danni sono elencati uno per uno. Eppure, questa terapia viene prescritta con una superficialità che impressiona, come se si parlasse di un’aspirina. Ma facciamo un passo indietro. Un bambino a cinque, a otto, ma anche a dodici anni è in grado di decidere chi vuole essere per tutta la vita? Durante l’inchiesta la Arachi è stata redarguita da una psicologa e da una endocrinologa per aver osato chiamare “bambino” un bambino di undici anni. Le è stato detto che era già un adolescente. L’autrice evidenzia come il nostro sistema giudiziario considera un minore sotto i quattordici anni incapace di intendere e volere, ma poi la società lo ritiene in grado di affermare: «Sono trans». Gli diamo la possibilità di decidere del suo futuro. Non si tratta di pochi casi: i piccoli a cui viene diagnosticata la disforia di genere sono sempre più numerosi per via di un contagio sociale, di un contesto che manda continui messaggi in questo senso e ha trasformato la questione di genere in una moda. La stessa Arachi ha seguito sui social i profili di piccoli trans che si presentano come ragazzi felici, trasmettendo l’idea che l’unica soluzione alle loro fragilità e sofferenze sia il cambio del sesso. I genitori si rivolgono ai centri specializzati per minori con disforia di genere (nel 2018 quelli pubblici erano otto, nel frattempo sono diventati diciannove): mamme e papà preoccupati, a volte disperati. A loro viene detto che la triptorelina diminuisce la possibilità che il piccolo tenti il suicidio. E loro, spaventati, si fidano e si affidano. «Ma questa non è la verità», scrive la Arachi. L’Agenzia del Farmaco prevede che prima della somministrazione vengano seguiti percorsi psicoterapici, psichiatrici o psicologici. Non sono obbligatori, ma necessari per avere il rimborso (costano 175 euro a fiala) dal Servizio sanitario. L’autrice si è trovata davanti a professioniste che saltano questo passaggio e approdano velocemente alla somministrazione della triptorelina. STRUMENTI DI TORTURA Pagina dopo pagina vi sembrerà di entrare in un mondo dove ogni logica è saltata. Apprenderete, tra le altre cose, che l’Oms ha vietato l’uso dei bloccanti per la pubertà. Ma ai nostri bambini vengono dati ugualmente. Arachi si è insinuata anche nei social dei ragazzi. Ha scoperto che ci sono influencer che consigliano e vendono “binder”, strumenti contemporanei di tortura per schiacciare il seno delle ragazzine che per molte adolescenti sono diventati oggetti del desiderio. «Bimbi trans» è un viaggio in un mondo dell’orrore che non fa paura a nessuno. Per ora. Arachi si sente una specie di don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento, qualcuno cerca anche di scoraggiarla se non fermarla, ma lei è determinata. Vuole difende il diritto dei bambini ad essere bambini e il diritto dei loro genitori e di tutti noi a non essere presi in giro. Non si esce indenni da questo libro. Leggetelo e fatelo leggere.
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