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L’intelligenza artificiale ci risponde su tutto. Ma chi ci insegna a restare umani?
Oggi 10-10-26, 16:51
Il collega instancabile, il confidente sempre disponibile, l’interlocutore che non guarda l’orologio. L’intelligenza artificiale sta conquistando un posto che va ben oltre il computer dell’ufficio: entra nelle nostre esitazioni, nelle decisioni personali, perfino nelle conversazioni che fatichiamo ad avere con chi ci sta accanto. Le chiediamo di scrivere una mail. Poi, magari, di dirci se lasciare un lavoro, chiudere una relazione, fidarci di qualcuno. Il salto è culturale prima ancora che tecnologico. Delegare la stesura di un documento e affidare a una macchina l’interpretazione della propria vita implicano responsabilità differenti. La domanda più interessante comincia dove finiscono le dimostrazioni delle sue straordinarie prestazioni: mentre l’IA diventa più abile a parlarci, quali capacità vogliamo continuare a esercitare in prima persona? Da questa domanda nasce “Visioni sul futuro – Custodire l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale”, il convegno ideato e promosso da Manuela Pompas, giornalista, scrittrice e direttrice di Karmanews, organizzato insieme a Koscenthia, con il coordinamento organizzativo di Guido Della Volpe. L’appuntamento è sabato 21 novembre 2026 a Palazzo Biandrà, nel centro di Milano, per una giornata di confronto fra divulgazione scientifica, medicina, psicologia e ricerca interiore. «Con il nostro convegno vogliamo buttare un seme per costruire un futuro migliore», spiega Pompas. Una dichiarazione che dà all’incontro una direzione precisa: interrogarsi sul cambiamento per capire come parteciparvi. Mentre discutiamo di ciò che le macchine potranno fare, resta aperta la questione di ciò che ciascuno di noi può cominciare a fare oggi. Che il problema sia attuale lo mostrano anche i dati delle aziende che sviluppano questi sistemi. In una ricerca pubblicata il 30 aprile 2026, Anthropic ha analizzato un campione iniziale di un milione di conversazioni con Claude. Dopo aver selezionato una conversazione per utente, ha rilevato che circa il 6% riguardava richieste di orientamento personale. Salute, carriera, relazioni e finanze concentravano il 76% di queste richieste.Lo studio ha individuato anche un’insidia: l’eccessiva condiscendenza del sistema, la tendenza a confermare la prospettiva dell’utente anziché metterla alla prova. Nelle conversazioni sentimentali e relazionali questo comportamento compariva nel 25% dei casi esaminati. Sono risultati riferiti a un prodotto e a un campione specifici, non una fotografia universale dell’IA. Rendono però concreta una distinzione decisiva: sentirsi dare ragione non equivale a essere aiutati a capire. Anche sul lavoro la fiducia merita di essere dosata. Una ricerca di Microsoft Research, presentata alla conferenza CHI 2025, ha raccolto le esperienze di 319 lavoratori della conoscenza, con 936 esempi di utilizzo dell’IA generativa. Una maggiore fiducia nello strumento risultava associata a un minore esercizio dichiarato del pensiero critico; una maggiore fiducia nelle proprie competenze, al contrario, a un impegno critico più elevato. Lo studio si basa su autovalutazioni e non dimostra che l’IA danneggi automaticamente le capacità cognitive. Suggerisce, tuttavia, che il modo in cui la usiamo conta quanto la sua potenza. Il confine riguarda anche gli affetti. In un esperimento di quattro settimane con 981 partecipanti, ricercatori del MIT Media Lab e di OpenAI hanno osservato che un uso quotidiano più intenso dei chatbot era correlato a maggiore solitudine, dipendenza emotiva e minore socializzazione. Gli effetti variavano secondo modalità d’interazione e comportamenti individuali. La questione è capire quando un sostegno digitale arricchisce la vita e quando comincia a occupare lo spazio delle relazioni. A Milano sarà Pierangelo Garzia, giornalista scientifico e responsabile dell’ufficio stampa dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano, a portare questa discussione verso il suo interrogativo più radicale: i robot avranno una coscienza? Il passaggio dai sistemi conversazionali ai robot capaci di agire nel mondo fisico rende la domanda ancora più impegnativa. Un comportamento convincente, tuttavia, non basta a dimostrare un’esperienza soggettiva. Dire “capisco” e provare comprensione sono due piani che non possiamo sovrapporre per il solo effetto di una buona conversazione. È una difficoltà affrontata anche dalla ricerca internazionale. Un lavoro pubblicato su Trends in Cognitive Sciences, firmato fra gli altri da Patrick Butlin, Yoshua Bengio e David Chalmers, propone di valutare possibili indicatori di coscienza a partire dalle teorie neuroscientifiche, riconoscendo l’incertezza ancora presente nel settore. La sfida è costruire criteri rigorosi, senza scambiare la somiglianza con l’essere umano per una prova definitiva. Il convegno allargherà il confronto oltre i chatbot. Ubaldo Carloni aprirà gli interventi con una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla presenza. Il suo contributo invita a interrogare il nostro rapporto con l’“adesso”: una prospettiva sulla consapevolezza che acquista rilievo in un ambiente digitale costruito per accelerare risposte, aspettative e attenzione. Alberto Ugo Caddeo, medico e psicoterapeuta, affronterà il ruolo della biofisica e il possibile dialogo fra medicina convenzionale, prevenzione e approcci informazionali. Il suo intervento porterà nel dibattito prospettive emergenti che richiedono di distinguere fra meccanismi ipotizzati, risultati clinici ed efficacia dimostrata: livelli di evidenza differenti, da discutere attraverso il confronto e la verifica. Amadeo Furlan, medico e ideatore della metodologia PHC, si concentrerà sulle relazioni fra cervello, emozioni, comportamento e salute. Il contributo dedicato alla neuropsicologia 5.0 offrirà un ulteriore punto di osservazione sui modelli con cui interpretiamo la persona e sul rapporto fra ricerca clinica e innovazione. Nel pomeriggio, lo psichiatra e ipnologo Bruno Renzi, in collegamento online, proporrà la propria riflessione su un nuovo umanesimo fondato sulla coscienza. Il tema è il rischio che l’accelerazione tecnologica riduca la persona alle sue prestazioni, lasciando sullo sfondo responsabilità, interiorità e qualità dei rapporti. Lorenzo Campese, counselor e coach, individua cinque qualità da coltivare: presenza, compassione, discernimento, responsabilità generativa e meraviglia. Una proposta che traduce la discussione in domande quotidiane: sappiamo ascoltare senza preparare subito una risposta? Distinguere una conferma rassicurante da un consiglio fondato? Assumerci le conseguenze di una scelta, anche quando l’abbiamo elaborata con l’aiuto di un algoritmo? [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49341935]] A Manuela Pompas, ideatrice della giornata, spetterà ricondurre il confronto alla dimensione della coscienza e della spiritualità: quale contributo può offrire la trasformazione interiore a una società attraversata da cambiamenti tanto rapidi? La sua proposta mette al centro l’impegno personale, la ricerca di senso e la possibilità di tradurre i valori in comportamenti. Una prospettiva filosofica e spirituale da mettere in dialogo con la scienza, mantenendone riconoscibili linguaggi e metodi. La tavola rotonda conclusiva aprirà poi il confronto alle domande del pubblico. Il valore dell’incontro sta nella possibilità di portare queste prospettive allo stesso tavolo e sottoporle alla discussione. Parlare di futuro richiede competenze tecnologiche, ma anche la capacità di interrogarsi su ciò che intendiamo per benessere, autonomia, cura e responsabilità. L’IA può aiutarci a lavorare, studiare, formulare ipotesi. Può offrirci parole utili in un momento difficile. Resta nostra la scelta di verificarle, discuterle, accettarle o respingerle. Pompas affida il senso dell’iniziativa a un’immagine: nella savana scoppia un incendio, gli animali fuggono e un colibrì vola verso le fiamme con una goccia d’acqua nel becco. «Se tutti portassimo una goccia, potremmo spegnere l’incendio». È una favola, ma contiene una domanda concreta sulla responsabilità. Il futuro prende forma anche attraverso le decisioni quotidiane: come usiamo uno strumento, a chi prestiamo ascolto, quanto spazio lasciamo al dubbio e al confronto. «Per costruire un futuro migliore, ognuno di noi può e deve impegnarsi nel proprio ambito», conclude Pompas. «Tante luci spengono l’oscurità». “Visioni sul futuro – Custodire l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale” si terrà sabato 21 novembre 2026, dalle 9.30 alle 18.30, a Palazzo Biandrà, via Santa Margherita 1/A, Milano, con partecipazione in presenza e in diretta streaming. La quota in sala comprende lunch e due coffee break: 100 euro fino al 16 ottobre, 120 euro dal 17 ottobre. Lo streaming costa 60 euro e consente la sola visione in diretta, senza registrazione successiva. Programma completo e iscrizioni: www.karmanews.it/visioni-sul-futuro/
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