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Psichiatria, radicalizzazione e la minaccia dell'uomo solo: ciò che il caso El Koudri lascia all'Italia
Oggi 04-10-26, 12:08
Ci sono vicende che non finiscono quando si spengono le sirene e i riflettori.Restano nelle strade, nella memoria delle vittime, nelle domande di una comunità e, soprattutto, negli atti di un’inchiesta che prova a ricostruire non soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che ha preceduto la violenza. La vicenda di Salim El Koudri è una di queste. Il 16 maggio 2026, nel centro di Modena, un’automobile travolse diversi pedoni. Otto persone rimasero ferite. Monica Esposito, 55 anni, morì circa due mesi dopo a causa delle conseguenze riportate nell’investimento. L’uomo alla guida, Salim El Koudri, 31 anni, venne fermato e successivamente sottoposto a un procedimento nel quale sono state contestate le gravissime responsabilità legate all’accaduto. Da quel momento, oltre alla dinamica dei fatti, è diventata centrale una domanda: che cosa è accaduto nella mente e nella vita di quell’uomo prima di quel pomeriggio? È una domanda alla quale non può rispondere una sola disciplina. Servono la magistratura, gli investigatori, gli specialisti della salute mentale e l’analisi dei comportamenti digitali. E serve soprattutto la capacità di distinguere ciò che è documentato da ciò che resta da dimostrare. Uno dei passaggi più importanti dell’inchiesta è arrivato con la perizia psichiatrica. Gli esperti incaricati dal giudice hanno riconosciuto l’esistenza di un disturbo psichiatrico, ma hanno concluso che El Koudri, nel momento in cui si verificò l’investimento, era capace di intendere e di volere. La conclusione è stata discussa in tribunale il 2 ottobre 2026. È un elemento di enorme rilevanza giudiziaria. Significa che la presenza di una problematica psichiatrica non è stata ritenuta sufficiente a escludere la capacità dell’uomo di comprendere la natura e le conseguenze delle proprie gravissime azioni. La questione della salute mentale, quindi, non può diventare una spiegazione automatica del gesto. Allo stesso tempo, non deve essere cancellata dal racconto. Fa parte della storia personale dell’indagato e deve essere valutata nel modo più rigoroso possibile, senza trasformare una condizione clinica in una spiegazione ideologica o criminale. C’è poi un secondo livello dell’indagine, quello digitale. Dall’esame dei dispositivi utilizzati da El Koudri sono emerse ricerche relative all’ISIS, a Osama Bin Laden, ad attentati avvenuti in Europa e ad episodi nei quali veicoli erano stati utilizzati contro persone. Gli investigatori hanno inoltre trovato materiale audiovisivo contenente accuse e minacce rivolte all’Occidente e all’Italia. Sono elementi che inevitabilmente attirano l’attenzione. Ma proprio qui occorre mantenere il massimo rigore. Una ricerca su internet non equivale, da sola, all’appartenenza a un’organizzazione terroristica. La visione di materiale estremista non dimostra automaticamente l’esistenza di un rapporto operativo con una cellula terroristica. La domanda investigativa è un’altra: quelle ricerche facevano parte di un percorso ideologico collegato alla preparazione dell’attacco? Per rispondere occorre mettere insieme tutti gli elementi: cronologia delle ricerche, contenuti consultati, eventuali dichiarazioni, comportamenti, contatti, preparazione materiale e modalità con cui l’azione è stata compiuta. È questo insieme, non il singolo frammento, a poter chiarire il movente. Il caso di Modena porta così al centro il tema della radicalizzazione individuale. Non sempre chi abbraccia un’ideologia estremista entra in una struttura organizzata. Non sempre esiste una cellula. Non sempre ci sono incontri clandestini. In alcuni casi il percorso può svilupparsi soprattutto attraverso l’ambiente digitale, nel quale propaganda, immagini, messaggi e interpretazioni estremiste possono essere consumati ripetutamente fino a diventare parte della visione del mondo di un individuo. È proprio questo uno dei problemi che le autorità europee monitorano da anni nel contrasto al terrorismo islamico e all’estremismo violento. Ma anche qui bisogna evitare un automatismo: radicalizzazione e terrorismo non sono parole intercambiabili. Tra l’esposizione a un contenuto estremista e la decisione di compiere un attentato esistono passaggi che devono essere verificati caso per caso. El Koudri è nato in Italia ed è di origine marocchina. Questo dato appartiene alla sua biografia, così come appartengono alla sua storia personale gli anni di studio, il percorso lavorativo e le vicende legate alla salute mentale. Ma nessuno di questi elementi, preso singolarmente, può diventare una prova di radicalizzazione, anche se va precisato non lo esclude. Ancora più importante è distinguere Islam e jihadismo. L’Islam è una religione. Il jihadismo islamico terroristico è un’ideologia estremista che utilizza una determinata interpretazione della religione islamica per giustificare la violenza. Confondere i due piani non aiuta né l’informazione né la sicurezza. Se esiste un processo di radicalizzazione, bisogna individuarne i contenuti concreti: idee violente, propaganda, adesione a organizzazioni o ideologie, eventuale preparazione dell’azione e comportamenti compatibili con un progetto criminale. Sono questi gli elementi che devono essere osservati. Il termine “lupo solitario” è entrato da tempo nel linguaggio della sicurezza europea. Descrive, in senso generale, un autore che può compiere un’azione violenta senza essere inserito in una struttura terroristica direttamente riconoscibile. È proprio questa caratteristica a rendere particolarmente difficile la prevenzione. Un’organizzazione lascia spesso tracce: comunicazioni, finanziamenti, contatti, spostamenti, ruoli. Un individuo che agisce autonomamente può invece mantenere gran parte del proprio percorso all’interno di una dimensione personale e digitale. Questo non significa che ogni persona isolata o che manifesta idee radicali rappresenti una minaccia ma rintracciare e monitorare queste persone e la chiave per anticipare una possibile strage. Significa che, quando emergono contemporaneamente segnali concreti di interesse per la violenza, propaganda estremista, ricerche su attentati e comportamenti preparatori, tali elementi devono essere valutati con attenzione dalle autorità competenti. La prevenzione deve essere precisa quanto l’indagine. Modena non autorizza scorciatoie. È comprensibile che, davanti a una tragedia di questa portata, l’opinione pubblica cerchi una spiegazione immediata. Ma la cronaca giudiziaria raramente offre risposte semplici. Nel caso di El Koudri convivono diversi elementi: una storia psichiatrica, una perizia che ha riconosciuto la capacità di intendere e di volere, ricerche digitali su terrorismo jihadista e attentati, ma anche l’assenza, secondo quanto emerso finora, di contatti accertati con cellule o soggetti estremisti organizzati. Anche sul piano della qualificazione terroristica è necessario attenersi agli atti del procedimento e non alle interpretazioni più svariate. Il fatto che siano emersi materiali riconducibili alla propaganda jihadista islamica non rende automaticamente terroristico un fatto: il collegamento tra ideologia, movente e azione deve essere provato. Ma non si può neppure escluderlo. Ed è precisamente questo il compito della magistratura. La sicurezza europea di trova da tempo davanti a una minaccia che cambia. Il terrorismo jihadista islamici continua a essere considerato dalle autorità europee un problema di sicurezza. Parallelamente, gli apparati investigativi devono confrontarsi con una trasformazione del fenomeno: propaganda accessibile online, radicalizzazione individuale, soggetti molto giovani e modalità d’attacco che possono richiedere una preparazione relativamente semplice. La risposta non può essere quella di attribuire un’etichetta a intere comunità, ma neppure quella di minimizzare sempre tutti i segnali che arrivano da questi veri e propri attentati. Deve essere rivolta a chi manifesta concretamente comportamenti violenti, chi recluta, chi diffonde propaganda terroristica con finalità di radicalizzazione e chi prepara attentati. È una differenza fondamentale. Perché combattere il terrorismo significa anche evitare di alimentare generalizzazioni che non hanno alcun valore investigativo. La vicenda di Modena ripropone quindi una questione più ampia: quanto sia difficile individuare il momento nel quale un percorso individuale passa dall’idea all’azione. La prevenzione deve poter utilizzare gli strumenti tecnologici disponibili, analizzare le informazioni, seguire le tracce digitali quando previsto dalla legge e mettere in comunicazione competenze differenti. Ma deve anche rispettare il principio secondo cui non basta essere strani, isolati, arrabbiati o ideologicamente estremi per essere considerati terroristi. Servono fatti. Servono comportamenti. Servono prove. È questa la differenza tra prevenzione e sospetto. Dietro un’inchiesta di questo tipo c’è un lavoro che spesso non arriva sulle prime pagine. Ci sono magistrati che devono coordinare accertamenti complessi. Ci sono investigatori che analizzano migliaia di informazioni. Ci sono specialisti che esaminano computer e telefoni. Ci sono operatori dell’intelligence che lavorano sull’analisi delle minacce e sulla prevenzione. E ci sono donne e uomini delle forze dell’ordine chiamati a intervenire nei momenti più difficili. A tutti loro va riconosciuto il valore di un lavoro che, nella maggior parte dei casi, deve essere svolto lontano dall’attenzione pubblica. La sicurezza non si misura soltanto dagli interventi dopo un fatto criminale. Si misura anche dalla capacità di individuare prima possibile una minaccia e di trasformare informazioni frammentarie in conoscenza utile. Per cui a tutte le donne e agli uomini che servono lo Stato, Magistrati, Forze dell’Ordine e all’intelligence va il mio più sincero ringraziamento da cittadino italiano e da Giornalista. Il caso El Koudri non può essere ridotto a una sola parola. Non basta parlare di disturbo psichiatrico. Non basta parlare di Islam. Non basta parlare di jihad. E non basta nemmeno parlare di un uomo che avrebbe agito da solo. La storia dovrà essere ricostruita mettendo insieme ogni elemento. La perizia ha stabilito che El Koudri era capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Nei suoi dispositivi sono state trovate ricerche riguardanti ISIS, Bin Laden e precedenti attentati. Nessuno di questi elementi va di certo ingigantito oltre ciò che dimostra. Ma e importante raccontarlo. Perché raccontando ogni singolo elemento investigativo emerso ci fa arrivare a una ricostruzione seria del movente e delle responsabilità. Forse la domanda più importante non riguarda soltanto ciò che è successo il 16 maggio. Riguarda ciò che può accadere domani. Come si riconosce una radicalizzazione prima che diventi violenza? Come si individua un individuo che non appartiene a una cellula ma può comunque rappresentare un pericolo? Come si può intervenire senza trasformare il sospetto in una condanna preventiva? Sono interrogativi difficili, ma inevitabili. L’Italia deve continuare a rafforzare la prevenzione del terrorismo e dell’estremismo islamico violento, così come la cooperazione tra magistratura, forze dell’ordine e intelligence. Deve farlo con determinazione, ma anche con metodo. Perché la lotta alla violenza terroristica richiede fermezza, mentre la ricerca della verità richiede prudenza. E in una democrazia moderna le due cose devono procedere insieme. Il caso di Modena rimane dunque una ferita per la città, per l’Italia e una vicenda giudiziaria ancora da definire nei suoi aspetti più profondi. Alle vittime e alle loro famiglie resta il peso più grande. Alle istituzioni spetta il compito di accertare. Agli investigatori quello di ricostruire. Alla magistratura quello di giudicare. E all’informazione quello, altrettanto importante, di raccontare. È forse questa la lezione più difficile che la vicenda El Koudri consegna all’Italia: la sicurezza si difende con la vigilanza, ma anche con la precisione
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