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Politica
Psicodramma rosso: metà Pd non la vuole in corsa alle primarie
Oggi 13-09-26, 10:35
La politica è difficile perché è semplice: ogni mossa produce un effetto logico e prevedibile. I politici, soprattutto quelli di area dem, si incasinano perché sono eccessivamente fiduciosi di poter intervenire in ogni momento per alterare il percorso naturale degli eventi, che spesso hanno innescato loro stessi, senza prevedere le conseguenze delle loro scelte. Succede, quando la tattica domina sulla strategia e si insegue l’interesse immediato, speculativo, anziché il progetto benefico di lungo termine. Stiamo parlando dello psicodramma del Pd, che si trova con una potenziale candidata premier nella quale più di metà del partito non si riconosce e sulle cui capacità di governo ampie fette dell’elettorato storico non nutrono fiducia. Oggi, nella serata conclusiva della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, la segretaria è attesa dare l’annuncio solenne della sua discesa in campo per le primarie di coalizione. Seguiranno, si spera a breve, modalità e date. La vigilia della discesa in campo però non si contraddistingue per quell’atmosfera positiva ed elettrizzante che precede i grandi eventi. Tutt’altro; prevalgono preoccupazione e musi lunghi anche tra gli storici esponenti del Pd che pure tre anni fa hanno lavorato per spianare la strada del Nazareno all’allora vicepresidente dell’Emilia Romagna e scavare la fossa al di lei capo, Stefano Bonaccini. Avevano scelto lei, sconosciuta e supposta manovrabile, anziché lui, forte e in rampa di lancio, nella speranza di contare di più. Grave errore, infatti i pentiti sono tanti; e tra di essi forse c’è perfino Giuseppe Conte, che inviò truppe cammellate grilline alle primarie dem per favorire Elly. Costretti a prendere atto che è fallito il loro tentativo di ingannare Schlein, suggerendole di fare da tessitrice e aspettare il prossimo giro per non bruciarsi, i dinosauri dem meditano di attaccarsi alla burocrazia per sgambettare Elly. All’occorrenza, sono disposti perfino a fare comunella con i riformisti. Così è venuta fuori, come non si sapesse fin dall’inizio, questa barzelletta truccata da cosa seria dell’incarico di segretario del Pd che dura tre anni e scade giusto pochi mesi prima del voto per le Politiche e dopo, se non a ridosso, delle primarie di coalizione. Quando si dice la toppa è peggio del buco: se si rifà il congresso infatti, non confermare Schlein a una manciata di settimane dal voto sarebbe impossibile nel caso la segretaria si presentasse a primarie vinte, suicida se le consultazione di coalizione dovesse ancora tenersi. Ma c’è un’altra farsa che il corpaccione dem sta inscenando pur di sbarrare a Elly la strada per Palazzo Chigi. Se lei diventa premier, è il ragionamento delle teste d’uovo rosse, dobbiamo rinunciare al Quirinale, perché Conte non ci concederebbe l’accoppiata e di mandare lui al Colle non ne abbiamo nessuna voglia: fessi sì, pazzi no. Anche questa però è una mezza balla: sia a Giorgio Napolitano sia a Sergio Mattarella è capitato di essere nominato presidente della Repubblica quando il capo del governo era un esponente dem. Risultato: non se ne viene fuori. Il partitone, scegliendo Schlein, si è infilato in un tunnel senza uscita se non a carissimo prezzo. Perché il Pd riesca a liberarsi di Elly infatti, lei dovrebbe perdere le primarie. A quel punto sarebbe costretta a dimettersi e riformisti e vecchia ditta si salverebbero dall’epurazione nelle liste elettorali che l’attuale segretaria ha in programma. Ma con che faccia poi i dem si presenterebbero ai loro elettori, per di più supportando un candidato premier di un’altra parrocchia? E poi, per mandare chi al Quirinale varrebbe la pena far fuori Schlein? Franceschini si è chiamato fuori da solo, parlando pubblicamente della malattia che lo invalida, Pierluigi Bersani ormai è una simpatica macchietta televisiva, Romano Prodi è fuori tempo massimo e non l’hanno mai voluto, Enrico Letta è un perdente di successo, Walter Veltroni si è ritirato dalla vita politica, una donna da mandare al Colle gli alfieri delle quote rosa non l’hanno mai cresciuta. La situazione è così di sperata che rimbalza perfino il nome di Robertino Speranza faccia da Covid, non fosse che verrebbe scambiato per l’usciere. Morale: è anni che la sinistra rimprovera a Giorgia Meloni e al centrodestra di non avere classe dirigente ma al momento della festa non trova il vestito buono. I papabili per il Quirinale, guarda caso, nell’attuale maggioranza sono tanti che non basta una mano per contarli...
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