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Tony Boy, droga, pistola e la diretta social: quando la provocazione diventa un pessimo modello
Oggi 24-08-26, 15:10
L’arresto del rapper a Milano apre una questione che va oltre la cronaca giudiziaria. Secondo quanto riferito dagli organi d’informazione, durante gli accertamenti delle forze dell’ordine sono stati sequestrati stupefacenti, una pistola con matricola abrasa e numerose munizioni. Nel corso della perquisizione, Tony Boy ha inoltre avviato una diretta social contestando l’intervento degli agenti. Una vicenda che impone di distinguere rigorosamente i fatti dalle opinioni, ma che apre anche una riflessione sul rapporto tra certi modelli culturali, i giovani e il rispetto verso le istituzioni del nostro Paese. Non è una strofa provocatoria e non è la sceneggiatura di un videoclip. Questa volta, come già accaduto in passato con altri giovani artisti rap, siamo davanti a una vicenda di cronaca giudiziaria. Tony Boy, nome d’arte di Antonio Hueber, 26 anni, è stato arrestato dalla Polizia a Milano e portato nel carcere di San Vittore. Secondo quanto riportato dagli organi d’informazione, gli vengono contestate la detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e la detenzione di un’arma clandestina. È stato inoltre denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e trattamento illecito di dati. È doveroso precisare fin dall’inizio che si tratta di contestazioni che dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti. Come per qualsiasi persona sottoposta a procedimento penale, anche per Tony Boy vale pienamente il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Le contestazioni relative alla presunta detenzione di droga, a una pistola con matricola abrasa e alle munizioni non sono certamente di poco conto. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa, la vicenda sarebbe cominciata nelle prime ore del mattino con il controllo dell’automobile sulla quale si trovavano il rapper e un conoscente. Dopo il rinvenimento di cocaina nell’auto, gli accertamenti sarebbero stati estesi all’abitazione del rapper, in zona Città Studi. Secondo quanto riferito dalle fonti giornalistiche, durante la perquisizione sarebbero stati sequestrati circa quattro grammi di cocaina, otto grammi di hashish, un grammo di marijuana, una bilancia di precisione e una pistola con matricola abrasa, oltre a un caricatore e numerose cartucce di diverso calibro. Elementi che, qualora trovassero conferma nelle successive fasi del procedimento, descriverebbero una situazione molto grave e di indubbia serietà. Perché un’arma con la matricola abrasa non è un oggetto scenografico. Le munizioni non sono accessori da videoclip. E quando si parla di sostanze stupefacenti sequestrate nell’ambito di un’indagine non siamo più nel territorio della provocazione artistica, ma in quello della cronaca giudiziaria e delle responsabilità che spetterà alla magistratura accertare. C’è poi un aspetto della vicenda che colpisce particolarmente. Durante la perquisizione, Tony Boy ha avviato una diretta sul proprio profilo social, chiedendo ripetutamente se le forze dell’ordine avessero il mandato di perquisizione. Un cittadino ha naturalmente il diritto di chiedere conto dell’operato delle forze dell’ordine. Se ritiene che i propri diritti siano stati violati, ha inoltre il diritto di rivolgersi alla magistratura e di utilizzare tutti gli strumenti che l’ordinamento mette a sua disposizione. Ma sostenere semplicemente che, in assenza di un mandato preventivamente esibito, una perquisizione sia necessariamente illegittima significa rappresentare in maniera incompleta la legge italiana. Il nostro ordinamento contempla infatti specifiche circostanze nelle quali la polizia giudiziaria può procedere d’iniziativa a una perquisizione quando ricorrono i presupposti stabiliti dalla legge, fermo restando il successivo controllo dell’autorità giudiziaria nei casi previsti. Esistono inoltre disposizioni specifiche in materia di stupefacenti e armi che attribuiscono agli ufficiali di polizia giudiziaria determinati poteri di perquisizione d’iniziativa quando sussistono le condizioni previste dalla normativa. Questo non significa affatto che le forze dell’ordine possano entrare arbitrariamente nell’abitazione di un cittadino. Ogni intervento deve rispettare la Costituzione, le leggi e le garanzie previste dall’ordinamento. Significa, però, che la questione è molto più complessa di un semplice «Avete il mandato di perquisizione?» pronunciato davanti alla telecamera di uno smartphone. A stabilire se gli atti compiuti siano stati pienamente legittimi saranno, qualora la questione venga sollevata, le autorità giudiziarie competenti, sulla base degli atti e delle circostanze concrete, e non certo una diretta social. Durante quella stessa diretta c’è stato un altro particolare che chi scrive ha potuto osservare direttamente nei molteplici post pubblicati sui social network da varie testate giornalistiche, contenenti spezzoni della diretta del rapper: tra i messaggi che comparivano sullo schermo erano presenti commenti di alcuni utenti dal contenuto denigratorio nei confronti delle forze dell’ordine. Su questo punto bisogna essere estremamente chiari. Quei commenti appartenevano agli utenti collegati alla diretta e non possono essere attribuiti a Tony Boy. Allo stesso modo, in assenza di elementi che lo dimostrino, non sarebbe corretto sostenere che il rapper li condividesse, li approvasse o li incoraggiasse. Resta però il fatto che, durante la trasmissione, alcuni spettatori abbiano scelto di utilizzare quello spazio per rivolgere espressioni denigratorie verso le forze dell’ordine mentre era in corso un’attività di polizia giudiziaria. Ed è un’immagine sulla quale vale la pena riflettere. Perché trasformare un intervento della Polizia in uno spettacolo social può contribuire a creare un clima nel quale una situazione seria venga percepita come intrattenimento, provocazione o sfida alle istituzioni. Le istituzioni possono essere criticate, ma meritano rispetto. C’è un principio che dovrebbe essere elementare: le forze dell’ordine, la magistratura e tutte le istituzioni della Repubblica meritano rigoroso rispetto. Rispettare non significa obbedire ciecamente. Rispettare non significa rinunciare alla critica. E soprattutto non significa sostenere che chi rappresenta lo Stato abbia sempre ragione. In una democrazia deve essere possibile criticare, anche aspramente se necessario, l’operato delle forze dell’ordine, contestare una decisione della magistratura, denunciare eventuali abusi e pretendere che ogni istituzione eserciti i propri poteri nel rigoroso rispetto della legge. Questo diritto deve essere difeso. Ma criticare è una cosa; denigrare e deridere gratuitamente è un’altra. Poliziotti, Carabinieri, Finanzieri e gli altri appartenenti alle forze dell’ordine sono donne e uomini chiamati quotidianamente a svolgere un servizio pubblico molto delicato. Magistrati e operatori della giustizia sono chiamati, ciascuno nel proprio ruolo, a garantire il funzionamento di uno dei pilastri dello Stato di diritto. Le istituzioni possono sbagliare e, quando accade, devono risponderne attraverso gli strumenti previsti dalla democrazia. Ma il diritto di critica non rende lo scherno un valore e non trasforma automaticamente l’insulto in coraggio o ribellione. Il problema culturale di una certa rappresentazione rap e trap non è assolutamente da sottovalutare. La vicenda Tony Boy apre inevitabilmente anche un’altra discussione, che non riguarda soltanto questo artista. Una parte della scena rap e trap contemporanea utilizza, nei testi e nei videoclip, un immaginario nel quale ricorrono armi, droga, violenza, pestaggi, denaro, illegalità e ostilità verso le forze dell’ordine e le istituzioni. Bisogna evitare generalizzazioni: non tutto il rap e non tutta la trap sono questo. Esistono artisti che, attraverso questi generi, raccontano disagio sociale, periferie, discriminazioni, aspirazioni e problemi reali. Il rap può essere denuncia, cultura e una straordinaria forma di espressione artistica. Ma riconoscere questo non impedisce di criticare duramente determinati altri contenuti. Personalmente considero profondamente diseducativo trasformare droga, armi e violenza in simboli di prestigio, forza o successo, soprattutto quando questi contenuti raggiungono un pubblico composto anche da giovanissimi. Non sostengo che ascoltare una canzone violenta trasformi automaticamente un ragazzo in una persona violenta o in un delinquente. Sarebbe un’affermazione semplicistica che non mi permetto di fare. Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che personaggi con centinaia di migliaia di follower, milioni di ascolti e una fortissima presenza sui social non abbiano alcuna influenza culturale sui ragazzi che li seguono. C’è chi vorrebbe vietare certe canzoni con testi che sembrano inneggiare alla criminalità. Ma la libertà viene prima della censura. Questo, tuttavia, non esclude la responsabilità che gli artisti dovrebbero tenere presente prima di diffondere canzoni contenenti messaggi di violenza o rappresentazioni positive dell’illegalità. Personalmente trovo inaccettabili i testi che glorificano droga, armi, pestaggi o violenza oppure utilizzano sistematicamente le istituzioni come bersaglio di disprezzo. Ma viviamo in una democrazia e, proprio per questo, bisogna essere prudenti quando si invoca la censura. La libertà di espressione e quella artistica sono principi fondamentali. Ma, come ogni libertà, si esercitano nel rispetto dei limiti stabiliti dalla legge. Se un testo supera tali limiti e integra un illecito, spetta alle autorità competenti valutarlo. Se invece rimane nell’ambito della libertà artistica, per quanto possa risultare sgradevole, provocatorio o discutibile, deve poter essere sottoposto alla critica pubblica senza trasformare automaticamente il dissenso in censura. Difendere la libertà artistica non significa essere obbligati ad approvare ciò che un artista comunica. Possiamo difendere il suo diritto a cantarlo e, contemporaneamente, affermare con altrettanta forza che quel messaggio, a nostro giudizio, è estremamente sbagliato. Soprattutto in questo momento storico, ai giovani servono messaggi diversi da quelli proposti in certe canzoni. Ed è proprio ai più giovani che bisognerebbe rivolgersi. Una pistola non rende una persona più forte. La droga non rende una persona più importante. Insultare un poliziotto non rende automaticamente ribelli. Deridere un magistrato non rende più liberi. Contestare lo Stato è un diritto democratico; disprezzare indiscriminatamente chiunque lo rappresenti non è sicuramente sinonimo di coraggio. La vera libertà consiste anche nella capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di comprendere che diritti e doveri appartengono alla stessa società. Per questo, la vicenda giudiziaria che coinvolge Tony Boy deve rimanere innanzitutto ciò che è: un procedimento nel quale le responsabilità individuali saranno accertate dalla magistratura e nel quale deve essere garantita all’indagato ogni tutela prevista dalla legge. Ma ciò non impedisce di aprire una discussione culturale sul messaggio che certi comportamenti e determinate rappresentazioni possono trasmettere, soprattutto ai più giovani. Chiudo allora con una considerazione che rivendico come strettamente personale, senza pretendere che debba essere condivisa da tutti. Io preferisco ringraziare. Preferisco ringraziare ogni giorno le donne e gli uomini delle forze dell’ordine che lavorano sulle nostre strade e nelle nostre città. Preferisco ringraziare i magistrati che esercitano una funzione delicatissima e tutti coloro che lavorano nelle istituzioni della Repubblica al servizio della collettività, contribuendo a difendere il valore della legalità e le nostre libertà. È questa la strada che preferisco, rispetto a quella di chi sceglie l’offesa e la denigrazione delle istituzioni o rappresenta l’illegalità come se fosse qualcosa di normale. Questo non significa considerarli infallibili e nemmeno rinunciare a criticarli quando sbagliano. Il rispetto non è servilismo e la critica non deve diventare denigrazione. Personalmente, tra deridere chi rappresenta le nostre istituzioni e riconoscere il servizio svolto ogni giorno da migliaia di persone, scelgo la seconda strada. Preferisco dire grazie alle forze dell’ordine, alla magistratura e alle istituzioni del nostro Paese, piuttosto che denigrarle. Perché possiamo discutere, contestare e dissentire anche duramente. È un diritto che la democrazia ci garantisce. Ma, proprio perché viviamo in una democrazia, dovremmo ricordarci che il rispetto verso le istituzioni non è un segno di debolezza ma anzi un forte segno di forza. È anche rispetto per lo Stato di diritto che tutela la libertà di tutti noi.
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