s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
TORINO, IL 7 OTTOBRE E QUELLA PAROLA CHE PESA COME UN MACIGNO: “RESISTENZA”
Oggi 27-09-26, 08:30
A Torino il calendario offre altri 364 giorni. Eppure si torna al 7 ottobre. È questo il dato che rende impossibile considerare la vicenda una manifestazione come tante altre. Tre anni dopo l’attacco compiuto da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi in Israele, a Torino viene pubblicizzata un’iniziativa che, nel materiale diffuso sui social, accosta quella data alle parole «3 anni di genocidio, 3 anni di resistenza». Ed è proprio qui che comincia il problema. Perché si può contestare Israele. Si può manifestare contro la guerra a Gaza. Si può denunciare la morte dei civili palestinesi, chiedere un cessate il fuoco, sostenere i diritti del popolo palestinese e criticare con tutta la durezza possibile le decisioni del governo israeliano. Ma il 7 ottobre 2023 non è un contenitore vuoto nel quale ciascuno può mettere il significato che preferisce. Quel giorno uomini armati di Hamas e di altre organizzazioni attraversarono il confine israeliano, uccisero persone, bambini, donne e uomini e portarono ostaggi nella Striscia di Gaza. Ci ricordiamo molto bene quelle scelte orribili che hanno profondamente segnato il popolo Israeliano e chiunque ha visto quella vera e propria mattanza. E allora la domanda è inevitabile: che cosa significa utilizzare proprio il 7 ottobre per parlare di “resistenza”? La libertà di manifestare non cancella la libertà di chiedere spiegazioni. Nessuno dovrebbe criminalizzare preventivamente una piazza. Ma nessuna piazza può pretendere di essere sottratta alle domande. Se gli organizzatori intendono parlare esclusivamente delle sofferenze palestinesi e prendere nettamente le distanze da Hamas e dall’attacco del 2023, possono dirlo senza ambiguità. Anzi, proprio la scelta della data rende quella precisazione ancora più importante. Perché esiste una differenza enorme tra difendere i diritti dei palestinesi e giustificare le atrocità di Hamas. Esiste una differenza altrettanto enorme tra manifestare contro Israele e trasformare l’assassinio deliberato di civili in un episodio da assorbire dentro una generica narrazione della “resistenza”. Sono confini che una società democratica ha il diritto di pretendere siano visibili. E poi c’è Mohammad Hannoun Su questa vicenda incombe un altro fatto che non può essere ignorato. Mohammad Hannoun è detenuto ed è al centro di un’inchiesta della Procura di Genova con accuse legate al presunto finanziamento di Hamas. Gli investigatori gli attribuiscono un ruolo estremamente rilevante nel sistema oggetto dell’indagine. Secondo l’impianto accusatorio, attraverso associazioni formalmente impegnate nell’assistenza alla popolazione palestinese sarebbe transitato denaro che avrebbe invece sostenuto, direttamente o indirettamente, Hamas. Gli inquirenti contestano complessivamente finanziamenti per milioni di euro. Sono accuse di una gravità enorme. Ma qui le parole devono essere precise: Hannoun non può essere descritto come colpevole sulla base dell’accusa. La magistratura dovrà stabilire quali contestazioni reggeranno al processo e quali no. La difesa contesta l’impianto accusatorio e nel corso del procedimento sono già emerse questioni importanti sull’utilizzabilità e sull’attendibilità di parte del materiale investigativo. La Cassazione ha imposto un riesame del quadro cautelare e ha sollevato problemi specifici riguardo ad alcune fonti utilizzate. Questo non attenua la gravità delle accuse. Significa semplicemente applicare una regola elementare dello Stato di diritto: un’inchiesta non è una sentenza. La questione è l’Islam radicale e Hamas considerata da molti stati una cellula terroristica. Ce da dire con estrema chiarezza che milioni di musulmani non hanno niente a che vedere con Hamas. Essere palestinese non significa appartenere ad Hamas. Essere musulmano non significa condividere l’islamismo politico e radicale e, meno ancora, sostenere il terrorismo. Confondere queste realtà sarebbe ingiusto e finirebbe paradossalmente per regalare agli estremisti ciò che desiderano: presentarsi come rappresentanti di un’intera religione e di un intero popolo. Hamas va giudicata per ciò che Hamas fa e ciò che è. Le persone eventualmente accusate di sostenerla devono essere giudicate sulla base delle loro condotte individuali. E chi manifesta per la Palestina deve essere giudicato per quello che dice e fa, non per la propria religione o provenienza. Proprio per questo, però, quando compare la parola “resistenza” nel giorno del 7 ottobre, chiedere chiarezza non significa attaccare i musulmani. Significa pretendere che non esista alcuna zona grigia sul terrorismo. Torino ha già conosciuto questa tensione. Non sarebbe nemmeno la prima volta che il 7 ottobre diventa a Torino una giornata di fortissima contrapposizione. Nel 2025 migliaia di persone parteciparono a una mobilitazione pro-Palestina nel capoluogo piemontese proprio nell’anniversario dell’attacco. La manifestazione provocò contestazioni anche sulla scelta della data e la Questura precisò che il corteo non era stato autorizzato nelle modalità con cui si svolse. E questa precisazione è d’obbligo perché moltissime manifestazioni propal non sono mai state autorizzate per cui illegali. Forse è una abitudine che troppo spesso i propail adottano. Ora il calendario riporta nuovamente Torino davanti allo stesso interrogativo. E questa volta c’è anche il peso dell’inchiesta Hannoun. Non è corretto trasferire automaticamente le accuse rivolte a Hannoun a chiunque abbia frequentato le sue associazioni, condiviso battaglie politiche con lui o partecipato a iniziative per la Palestina. La responsabilità penale non si eredita, non si trasmette per conoscenza e non si attribuisce per vicinanza politica. Ma sul piano pubblico esiste comunque una domanda legittima per chiunque promuova iniziative legate a quell’ambiente: qual è oggi la posizione nei confronti di Hamas e, soprattutto, del massacro del 7 ottobre? Basterebbero parole chiarissime Non servono formule complicate. Chi vuole manifestare il 7 ottobre potrebbe affermare contemporaneamente che considera intollerabile la sofferenza dei civili palestinesi e che considera intollerabile il massacro di civili israeliani. Potrebbe condannare le politiche del governo israeliano e, nello stesso momento, condannare Hamas. Potrebbe rivendicare uno Stato palestinese e riconoscere che rapire o uccidere un civile non è liberazione. Potrebbe denunciare quello che ritiene sia accaduto a Gaza senza trasformare gli assassini del 7 ottobre in combattenti da celebrare. Se questo è davvero il significato della manifestazione, dirlo dovrebbe essere semplicissimo. Se invece qualcuno considera il 7 ottobre parte di una legittima “resistenza”, allora è precisamente quella posizione che deve essere esposta apertamente al giudizio dell’opinione pubblica. Il 7 ottobre non appartiene alla propaganda. Qui sta il punto. Una democrazia non deve avere paura delle manifestazioni legalmente . Deve avere paura dell’ambiguità quando l’ambiguità riguarda la violenza politica. La causa palestinese non coincide con Hamas. L’Islam radicalecoincide con Hamas. La popolazione di Gaza non coincide con Hamas. E proprio chi sostiene i palestinesi dovrebbe avere interesse a tracciare questa linea con la massima nettezza. Quanto a Hannoun, saranno i tribunali a stabilire se le gravissime accuse mosse nei suoi confronti siano fondate. Una piazza non può sostituirsi ai giudici. Ma c’è qualcosa che non richiede una sentenza. Il 7 ottobre resta il giorno in cui esseri umani furono assassinati e sequestrati. Chi sceglie quella data per scendere in piazza ha tutto il diritto di farlo se autorizzati. Ma ha anche la responsabilità pubblica di spiegare che cosa intende quando pronuncia la parola “resistenza”. Perché si può discutere di Israele. Si può discutere di Gaza. Si può discutere di guerra, occupazione, responsabilità politiche e diritto internazionale. Quello che non dovrebbe richiedere alcuna acrobazia ideologica è dire che massacrare civili non è una forma di libertà.
CONTINUA A LEGGERE
2
0
0
Guarda anche
Libero Quotidiano
11:50
Medicina Top - 27/9/2026
Libero Quotidiano
09:26
Le scelte religiose e la coscienza individuale
Libero Quotidiano
09:24
Si è estinta la laicità, non la fede Parigi si riscopre cristiana con il Papa
Libero Quotidiano
09:19
La parola della settimana: burqa
Libero Quotidiano
09:16
Licei tecnici e professionali: la rivoluzione che serviva
Libero Quotidiano
09:14
