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Ue, la direttiva sul tabacco: il paradosso del "market freeze" proposto da 8 Paesi
Oggi 07-10-26, 14:50
Congelare l’innovazione non elimina la domanda di nicotina. Rischia, invece, di cristallizzare il mercato nella sua configurazione peggiore: le sigarette tradizionali restano disponibili, mentre le innovazioni future vengono vietate prima ancora di poter essere valutate. Per l’Italia la posta in gioco è anche industriale e riguarda ricerca, investimenti, agricoltura, manifattura, occupazione ed export. Questo è lo scenario che potrebbe concretizzarsi a seguito della lettera del 6 ottobre con cui Paesi Bassi, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Lettonia, Slovenia e Spagna chiedono alla Commissione Europea una svolta fortemente restrittiva nella revisione della Direttiva sui prodotti del tabacco (TPD). Al centro della richiesta c’è un vero e proprio “market freeze”: impedire l’ingresso sul mercato di nuovi prodotti a base di nicotina e dei relativi dispositivi. La lettera propone inoltre restrizioni indiscriminate sugli aromi per tutti i prodotti, limiti al contenuto di nicotina, packaging neutro, maggiori margini per i divieti nazionali sulle nicotine pouches e nuove limitazioni a vendite e comunicazione.Si tratta di una proposta che rischia di vietare il futuro invece di regolamentarlo. Il principio è netto: un prodotto potrebbe essere escluso non in base alle sue caratteristiche o alle evidenze scientifiche, ma semplicemente perché nuovo. Anche tecnologie future potenzialmente in grado di ridurre ulteriormente l’esposizione alle sostanze nocive della combustione non potrebbero arrivare sul mercato. Il paradosso è evidente: le sigarette combustibili resterebbero legalmente in vendita, mentre l’innovazione verrebbe bloccata a priori.Proteggere i minori resta ovviamente indispensabile. Vendite ai minori, comunicazioni rivolte ai giovani, contrasto ai prodotti illegali e standard di sicurezza richiedono regole rigorose. Ma non si possono mettere sullo stesso piano tutti i prodotti.L’Italia, in particolare, ha molto più da perdere di altri Paesi. Non è soltanto un grande mercato: è il principale polo europeo della filiera dei prodotti innovativi, con attività agricole, manifatturiere, tecnologiche e di export legate soprattutto ai prodotti senza combustione. Secondo una stima riferita al 2023, la filiera contribuisce con 29,6 miliardi di euro al PIL nazionale, genera 186.200 posti di lavoro e assicura 15,7 miliardi di gettito da accise e IVA. Grazie alla trasformazione produttiva, il settore si è orientato sempre di più verso l’export, che oggi vale circa 2 miliardi di euro all’anno. A livello europeo, S&Global stima un contributo di 194,5 miliardi di euro al PIL e oltre 1,5 milioni di posti di lavoro. Un “market freeze” colpirebbe quindi direttamente investimenti, occupazione qualificata, agricoltura ed export, con l’Italia tra i Paesi più esposti. Sarebbe un duro colpo all’economia reale, che non tiene conto della richiesta, avanzata a Bruxelles dal mondo produttivo e da diversi governi, di una svolta a favore della competitività europea in una congiuntura economica già complessa.Il prossimo passaggio decisivo sarà la proposta legislativa della Commissione, attesa entro la fine del 2026. Sarà allora che si capirà se l’Europa sceglierà di confermare una regolamentazione differenziata o di fare propria la logica del “market freeze”. Dopo la proposta inizierà il negoziato legislativo tra Parlamento europeo e Consiglio, nel quale il ruolo dell’Italia e degli altri Paesi contrari a un approccio proibizionista sarà determinante.
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