s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
Cultura e Spettacolo
Cold case in Vaticano
Oggi 18-05-26, 09:53
AGI - La morte di papa Celestino V è un “cold case” che va avanti da 730 anni. Da secoli ci si chiede se il suo decesso, il 19 maggio 1296, sia avvenuto per cause naturali o violente. E non si riesce a provare né l’una né l’altra ipotesi. Secondo quanto riporta la Pontificia Università Gregoriana, Pietro Angelerio (o Angeleri) nacque in Molise (Isernia o Sant’Angelo Limosano) nei primi anni (1209 o 1215) del Tredicesimo secolo. Riassumendo in fretta, “a Roma – scrive in ‘Santi d’Italia’ lo studioso Alfredo Cattabiani (Rizzoli-Bur, 2013) – il monaco eremita fu consacrato sacerdote nel 1239 e un anno dopo s’inerpicò sul monte Morrone, nei pressi di Sulmona, in Abruzzo. Affluirono numerosi discepoli. Decise allora di fondare una congregazione ispirandosi alla Regola di san Benedetto. Una notte – prosegue - sogna la Vergine che gli dice di costruire una basilica”: sarà quella di Santa Maria di Collemaggio, completata nel 1294 sull’omonimo monte a pochi chilometri da L’Aquila. La svolta Poi la svolta. Nel luglio di quell’anno, su suggerimento del porporato e “Signore della Curia” Benedetto Caetani, i cardinali del Sacro Collegio eleggono papa Pietro da Morrone, futuro Celestino V, incoronato nella chiesa di Collemaggio. Due anni dopo, però, il novello pontefice sorprende tutti e si dimette, rassicurato sul fondamento legale della sua scelta dallo stesso Caetani, che prima lo aveva voluto sulla cattedra di san Pietro e dopo il “gran rifiuto” gli succederà col nome di Bonifacio VIII. E non si rivelerà un papa tanto amico. Nel 1295 fa rinchiudere Pietro da Morrone nel carcere-fortezza del Castello di Fumone, nel Frusinate, dove il poveretto spirerà il 19 maggio 1296 all’età di 87 anni. Fu un malore a causare la morte o le condizioni di abbandono e gli stenti subiti, cioè un assassinio? Per tentare di risolvere un omicidio le tecniche investigative spiegano che bisogna avere tre elementi: arma del delitto, movente, corpo della vittima. Quando ne manca anche uno solo le indagini si complicano. Il giallo Nel giallo di Celestino V il primo non è mai stato trovato, ci sono solidi indizi per immaginare il secondo, invece il terzo non manca. In assenza dello strumento di offesa, si passa a valutare il movente del presunto delitto. Pare che Bonifacio non volesse che l’ex papa si facesse vedere in giro. “Pietro era scomodo - chiarisce la storica Barbara Frale nel libro ‘L’inganno del gran rifiuto’ (Utet, 2013) - perché fin quando fosse rimasto in vita qualcuno avrebbe sempre potuto dire che Bonifacio non era il vero papa”. Quasi novantenne e con una ulcerazione sul lato destro del torace – prosegue l’esperta – per circa un anno Celestino è stato costretto a vivere i suoi ultimi giorni in una sorta di cella, al freddo, in un ambiente umido, scaldato solo dalla fede alla quale non ha mai abdicato. E poi, sul nuovo santo padre giravano pesanti dossier. Frale ne ha contati quattro (datati 1297, 1303, 1306 e 1309), confezionati per dimostrare al mondo cattolico la velenosa tesi, di stampo francese, che Benedetto Caetani era l’unico a volere il monaco morto, perché sapeva di essere un pontefice illegittimo. E chi l’avrebbe ucciso? Secondo la storica, nei fascicoli si fanno i nomi di due persone che erano al castello il giorno della scomparsa dell’anziano religioso: il tesoriere del papa, cardinale Teodorico Ranieri da Orvieto, e il fratello di Bonifacio VIII, Roffredo II conte di Caserta. Quest’ultimo avrebbe fatto il lavoro sporco. Il prelato, invece, si sarebbe dato da fare per occultare il corpo della vittima: messo subito nella bara, chiusa a chiunque volesse vedere il cadavere, trasferita a Ferentino, nella chiesa di Sant’Antonio, e tumulata sotto l’altare maggiore. Procedura assurda per un papa. Sembra che il disegno criminoso fili per arrivare a chiedere il rinvio a giudizio del vicario di Cristo in un processo indiziario della Storia. Ma è tutto troppo chiaro, quindi sospetto. Infatti, presto viene fatta una clamorosa scoperta. Siamo all’altro elemento, il corpo. Sul cranio di Pietro da Morrone viene rilevato un vistoso foro: “Rettangolare – descrive la medievista - delle dimensioni di cinque millimetri per nove, scavato nell’osso occipitale. Il re di Francia (Filippo il Bello, ndr) fece dapprima riesumare in gran segreto il teschio e poi – continua - ordinò che venisse bucato con un chiodo, secondo il racconto esposto da uno dei testimoni”. Due perizie mediche sulla salma sono state eseguite negli anni 1313 e 1888. E una terza, l’ultima, ricordano le cronache, alla fine di febbraio 2013 da parte dell’Unità operativa di Anatomia patologica dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Risultato: “Il foro è stato praticato sullo scheletro molto tempo dopo la morte” di Celestino V. Bonifacio VIII subito libero dalle accuse di essere stato il mandante del presunto omicidio; il re di Francia ora inseguito dalle ombre del possibile delitto. Adesso è a lui che si guarda. Ha orchestrato la trama nera per fare ricadere la colpa su Bonifacio? E perché? Ci sono vecchie ruggini tra i due? Forse qualcosa di più. In sintesi, Barbara Frale riepiloga così i contrasti. Filippo il Bello non riconosceva a Bonifacio VIII un potere superiore al suo e per questo Sua santità lo aveva scomunicato. Non solo. Tra i sostenitori della testa coronata d’Oltralpe c’erano anche i cardinali Pietro e Giacomo Colonna. Il papa aveva fatto radere al suolo i castelli della loro famiglia accusandola di essere dietro al recente furto del suo faraonico tesoro. La dura reazione La reazione era stata dura. Nel settembre 1303, un cavaliere rissoso dei Colonna, detto “Sciarra”, e l’avvocato del reale francese, Guglielmo di Nogaret, avevano fatto irruzione nel palazzo di Bonifacio, protagonisti dello schiaffo di Anagni. Cioè, reciproci torti e gravi rappresaglie. Celestino V sembra finito in mezzo a questa faida tra papa e re, e la sua morte utile per essere usata prima contro l’uno, poi contro l’altro. Ma non ci sono prove sufficienti per inchiodare il colpevole. La causa della scomparsa di Celestino V resta un mistero. I dubbi emersi, però, hanno macchiato in profondità le reputazioni dei due. Per esempio, Pietro da Morrone è stato fatto santo in un lampo, il 5 maggio 1313. Bonifacio VIII mai.
CONTINUA A LEGGERE
4
0
0
