Il Giornale (dalla fondazione sino al 1983 il Giornale nuovo) è un quotidiano nazionale italiano fondato a Milano nel 1974 da Indro Montanelli, il quale lo diresse ininterrottamente fino al 1994. Dal 1979 è proprietà della famiglia Berlusconi (dal 1992, di Paolo Berlusconi). È il decimo quotidiano italiano per diffusione (l'ottavo escludendo i quotidiani sportivi).
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Lo strano asse Russia-Ue contro Macron e Trump "Iran, intesa intoccabile"
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Oggi 26-04-18, 09:01

Lo strano asse Russia-Ue contro Macron e Trump "Iran, intesa intoccabile"

Emmanuel Macron tiene un discorso al Congresso e il progetto per un nuovo accordo sull'Iran prende forma: un accordo che non incontra il sostegno degli altri partner europei e meno che mai la disponibilità di Teheran e dei suoi alleati russi, a dir poco irritati dall'iniziativa franco-americana.Se il giorno prima il presidente francese e quello americano (quest'ultimo assai più spiccio nel liquidare l'accordo esistente, voluto e firmato anche dal suo predecessore Barack Obama, "un disastro") avevano trovato un compromesso nell'indicare insieme la necessità di una revisione dell'intesa del 2015, ora si parla di punti concreti. Anche perché i tempi stringono: il prossimo 12 maggio scade una delle periodiche certificazioni dell'accordo da parte della Casa Bianca, ovvero la conferma in base a una legge Usa che l'Iran rispetta i patti e che l'intesa con Teheran continua a essere nell'interesse nazionale. E Trump sembra avere una voglia matta di dare una svolta in direzione opposta.Al Congresso Macron parla della necessità di arrivare con Teheran a un'intesa nuova che tenga conto non solo del dossier nucleare iraniano, ma anche della più ampia minaccia che rappresenta per la regione l'attivismo militare di Teheran. Al tempo stesso però il leader francese chiarisce che non manderà all'aria l'intesa esistente prima che si riesca a costruirne una nuova. "Questa politica non deve portare alla guerra in Medioriente - ha detto Macron - dobbiamo portare stabilità e rispettare la sovranità, anche quella dell'Iran, che rappresenta una grande civiltà. Non dobbiamo ripetere gli errori del passato nella regione, non dobbiamo essere naif, non dobbiamo creare nuove guerre".Macron afferma che "si deve lavorare per costruire con l'Iran un accordo nuovo fondato su quattro pilastri": l'accordo esistente come base; la certezza che dopo il 2025, allo scadere dell'intesa attuale, l'Iran continui a non avere la bomba atomica; il monitoraggio dell'attività missilistica iraniana che minaccia l'intera regione, Israele compreso; il contenimento dell'influenza militare iraniana in Medioriente. Vaste programme, specialmente considerando la generale indisponibilità degli altri soggetti interessati, a partire dall'Unione Europea (per la sua rappresentante per la politica estera Federica Mogherini "l'accordo funziona e va preservato").Da Teheran e da Mosca arriva uno scontato no assoluto: ma se il Cremlino si limita a ricordare che l'accordo esistente "è frutto degli sforzi di tanti Stati ed è senza alternativa", il presidente iraniano Rouhani perde le staffe e alza i toni: "Con quale diritto parla Macron ignorando le posizioni degli altri Paesi Ue che hanno siglato l'intesa del 2015?". E Trump, che "è un commerciante, un imprenditore, un palazzinaro, come può giudicare questioni globali?".Forse l'aggressività verbale di Rouhani si spiega anche con la contemporanea missione a Washington del ministro della Difesa israeliano. Il "falco" Avigdor è volato nella capitale americana per incontrare altri due "falchi" dell'amministrazione Trump: il capo del Pentagono, James Mattis, e il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton (quest'ultimo in particolare notoriamente ostile ai compromessi con il regime degli ayatollah). I temi dei colloqui sono inequivocabilmente sgradevoli per Teheran: l'espansione dell'Iran in Medioriente e la questione siriana, oltre al ringraziamento "ai nostri amici americani per il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme, il regalo perfetto per le celebrazioni del settantesimo anniversario di Israele".Domani sarà a Washington anche Angela Merkel. La cancelliera tedesca, ancor più di Macron, cercherà di convincere Trump a muoversi con cautela.
Urlo degli imam: antisemitismo nel Corano
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Oggi 26-04-18, 08:58

Urlo degli imam: antisemitismo nel Corano

Parigi Trenta imam rompono il silenzio sull'antisemitismo presente nel Corano. Denunciato a mezzo stampa da oltre 300 personalità del mondo politico, accademico e artistico francese, l'appello ottiene risposta dai religiosi islamici, che fanno mea culpa: "Dobbiamo combattere la radicalizzazione del pensiero, ogni parte della società deve assumersi questa responsabilità, noi compresi".L'appello, lanciato tra gli altri dall'ex direttore di Charlie Hebdo, Philippe Val, aveva fatto infuriare i musulmani, almeno inizialmente: si chiedeva la reinterpretazione di alcuni passaggi del Corano, giudicati fomentatori di odio, e la Grande Moschea di Parigi aveva denunciato un "processo ingiusto e delirante". La svolta è arrivata su Le Monde 48 ore dopo: "Il fenomeno esiste e va affrontato", scrivono trenta imam di Francia.Violenze contro gli ebrei si moltiplicano. Dalle minacce in strada, all'orribile morte dell'ottuagenaria Mireille Knoll per cui due uomini sono accusati di omicidio a carattere antisemita, il manifesto contro "un nuovo antisemitismo" sembrava comunque destinato a restare lettera morta come i tanti del passato (l'ultimo il 20 marzo su Le Figaro). Invece, dopo l'indignazione dell'islam politico francese, come il rettore della Moschea di Parigi, Dalil Boubakeur, che ha definito l'appello un "processo iniquo e delirante", trenta imam spiegano che "siamo di fronte a una situazione cancerogena alla quale certi predicatori islamici hanno contribuito".Il coraggio, si legge nella lettera a Le Monde, "ci obbliga a riconoscerlo". Dosano le parole. Ma è un primo segnale che nella République il monopolio della religione islamica non è concentrato soltanto nelle mani accusatrici dei soliti noti, che marciano per la pace dopo gli attentati e tacciono sulle violenze durante i sermoni. "Il vero sacrificio sta nel donarsi agli altri, come ha fatto il nostro eroe nazionale, il colonnello Arnaud Beltrame", che si è sostituito a uno degli ostaggi nell'attacco terrorista di fine marzo, scrivono gli imam.Tra loro, il discusso Tareq Oubrou della moschea di Bordeaux. Parlano di "silenzio complice e dunque colpevole. Il coraggio ci obbliga a riconoscerlo". È la prima volta che un gruppo di anime diverse dell'islam francese prende posizione su tema delicato come l'antisemitismo: basta "rivendicazioni sociali" e stop ai sermoni che "importano conflitti geopolitici come quello israelo-palestinese". L'islam è "spirituale" o almeno così dicono dovrebbe essere.Solo nella regione di Parigi, negli ultimi anni 50mila ebrei se ne sono andati perché non si sentivano al sicuro, ricordavano i firmatari dell'appello di domenica scorsa, tra cui Nicolas Sarkozy, Charles Aznavour e Gérard Depardieu. Il manifesto era stato respinto dall'Osservatorio francese contro l'islamofobia, che invitava tutti a smettere di "sopraffare l'islam". Gli imam rispondono invece con un'assunzione di responsabilità: "Situazione insostenibile, dobbiamo metterci al servizio della République".
Don Gabriele coi genitori "Qui è un prigioniero Ma non è ancora finita"
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Oggi 26-04-18, 08:55

Don Gabriele coi genitori "Qui è un prigioniero Ma non è ancora finita"

Don Gabriele Brusco è la persona più vicina, se si escludono i genitori, al piccolo Alfie Evans, il bambino di 23 mesi affetto da una malattia neurodegenerativa, che rischia di morire perché i giudici hanno disposto il distacco dai macchinari che lo tenevano in vita. Il sacerdote italiano che è parroco al santuario di Nostra Signora a Londra non ha mai lasciato la stanza del piccolo, sostenendo i genitori e pregando per Alfie.Il telefono di don Gabriele squilla in continuazione; "Alfie sta bene, è stazionario dice al Giornale ma ora stiamo attendendo con ansia la sentenza". Passano poche ore e la sentenza arriva: respinto il ricorso dei genitori che chiedevano ai giudici di poter portare Alfie in Italia. Una doccia fredda. "Non è di certo quello che ci aspettavamo risponde don Gabriele interpellato nuovamente ma ancora non è finita. Devono fornire le motivazioni e non è detta ancora l'ultima parola. Noi ce la mettiamo tutta".Il sacerdote non perde la speranza e confida in un miracolo. "Quando è stato disintubato, praticamente Alfie doveva morire. Avevano 6 ore di tempo nel sistema inglese per farlo morire. E lui non è morto dice in una intervista a TV2000 -. Per questo sono stati obbligati a ridargli l'alimentazione e l'acqua. Ora Alfie sta lì, sta bene ma è debole poiché non è stato abituato a respirare da solo per vari mesi perché attaccato al respiratore artificiale. Si sta riallenando a respirare"."Per nessuna persona aggiunge don Gabriele questo sarebbe un trattamento degno. Anche se i medici e gli infermieri si comportano con molta professionalità, cercano di essere sereni, sono sorridenti, parlano a voce bassa. Cercano di comprendere con la ragione, dove la ragione è impossibile da comprendere"."Umanamente parlando prosegue il sacerdote fin dall'inizio sembrava una situazione impossibile. Sarebbe servito solo un miracolo. E fin dall'inizio ho pregato per il miracolo. Di fatto ci sono stati tanti piccoli miracoli. Anche se noi ci aspettiamo il grande miracolo cioè che venga in Italia o che comunque possa uscire da questo ospedale. Purtroppo lui è prigioniero. Forse è un termine pesante ma di fatto l'ospedale non lo vuole far uscire vivo. Per loro potrà uscire solo da morto".Poi il racconto si fa ancora più commovente. Lui, don Gabriele, ha impartito la cresima e l'unzione degli infermi ad Alfie. "I genitori racconta - molte volte vogliono che metta una mano sulla testa del bimbo e mi chiedono di pregare per lui. Nella sua stanza ci sono tanti orsacchiotti, croci e rosari". La telefonata si chiude con una richiesta di preghiera. È l'unica arma a cui Alfie può ancora aggrapparsi.
Quei figli di un diritto creativo
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Oggi 26-04-18, 08:52

Quei figli di un diritto creativo

Nel momento in cui il sindaco di Torino, Chiara Appendino, ha registrato, motu proprio, all'ufficio dell'anagrafe cittadina l'atto di nascita di Niccolò Pietro quale figlio di una coppia omogenitoriale formata da due donne, la madre naturale del piccolo, Chiara Foglietta, con la compagna Micaela Ghisleni, è stato inaugurato un nuovo fronte su cui vale la pena fare qualche riflessione. Si tratta infatti di una soluzione estrema per l'Italia perché mai un primo cittadino aveva fatto questa scelta senza l'autorizzazione di un tribunale.Nel recente passato i giudici avevano ammesso la trascrizione solo per figli di coppie omosessuali nati all'estero, applicando la norma sull'adozione in casi particolari.In questo caso, l'audace Chiara Appendino si è presa la responsabilità di superare le norme di legge e le modulistiche dell'anagrafe che utilizzano formule ministeriali incompatibili con la registrazione di figli nati in Italia da coppie dello stesso sesso.Ho già più volte scritto che siamo un Paese in cui, su queste tematiche, il diritto positivo vigente è stato più volte "forzato" dalla magistratura che, attraverso sentenze "creative", ha introdotto nell'alveo della legittimità situazioni che non erano previste dalla legge. Oggi abbiamo nuovi attori che entrano nell'agone e mettono in crisi la ripartizione costituzionale dei poteri: sì, perché se ci si mettono anche gli amministratori pubblici, pur lastricati di mille ragioni e buone intenzioni, siamo nel mayhem del diritto. Un caos senza precedenti dove la legge finisce sullo sfondo e il Parlamento diventa non già l'organo promotore di interventi normativi ma il curatore di norme che già sono state introdotte di "straforo".Emblematica la dichiarazione del sindaco del capoluogo piemontese che si è dichiarata pronta a coartare la legge e così ha fatto: "Per la prima volta la città di Torino ha scritto nel suo post Chiara Appendino - si trova dinnanzi a casi inediti di nuove forme di genitorialità che richiedono del tutto legittimamente il riconoscimento di quella che per loro è una famiglia, intesa come luogo fisico ed emotivo in cui due o più persone si amano e costruiscono insieme il futuro proprio e dei propri figli". Tutto astrattamente condivisibile ma vien da chiedersi se ciò che un primo cittadino, in genere un amministratore o esponente del potere esecutivo dello Stato o degli Enti Locali, ritiene "giusto" e legittimo possa, per il solo fatto di essere da questi condiviso, diventare legge in assenza di una norma ad hoc.Il rischio, a mio avviso, è che andando avanti di questo passo, perderemo la nostra tradizione giuridica romano-giustinianea di Stato basato sulla legge dei codici (civil law) in favore di una svolta di common law, come i Paesi anglosassoni dove il diritto viene scritto dai giudici e dai precedenti giurisprudenziali, in questo caso persino dai sindaci.Al solito, si è finiti in un preoccupante pastrocchio che deve indurre a severe considerazioni sulla prospettiva che ci attende e sulla debolezza di uno Stato che, se non è in grado di far osservare la propria legge o modificarla con tempestività, abdica al proprio ruolo ed alla propria autorevolezza.
Dopo la laurea tarocca il furto in negozio La zarina "populista" di Madrid si dimette
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Oggi 26-04-18, 08:49

Dopo la laurea tarocca il furto in negozio La zarina "populista" di Madrid si dimette

Madrid Era una spina nel fianco del premier Mariano Rajoy e, anche, una forma di ricatto, ad orologeria, con la quale il gruppo parlamentare di Ciutadanos teneva sulla griglia l'esecutivo del Partido Popular. Ieri, María Cristina Cifuentes, classe 1964, politica di punta dei Popolari si è dimessa da Presidentessa della Comunità Autonoma di Madrid, nel cui parlamento sedeva dal 1991 come deputata e dal 2015 come governatrice della seconda regione, dopo la Catalogna, più ricca di Spagna.Dallo scorso marzo la Cifuentes, che ora ricopre soltanto la carica di presidentessa regionale del PP, era finita al centro di uno scandalo per avere falsificato il titolo di laurea in Economia: da un esame del diploma, due firme erano risultate false e l'opposizione al piccolo congresso della Comunità ne aveva chiesto le immediate dimissioni, tra cui il gruppo di Ciutadanos, gli ex indignados di centrodestra che appoggiano dall'esterno il governo di Rajoy, gruppo chiave per approvare a breve al Parlamento di Madrid la manovra fiscale per il 2019.Cristina Cifuentes aveva indugiato per settimane, balbettando scuse improbabili, rincorsa dai paparazzi e dalle pressioni dei deputati Popolari che le chiedevano di levarsi di torno, in un momento così delicato per la loro gestione. Così, venerdì, l'annuncio che avrebbe lasciato ai primi di maggio, ma la spinta determinante alle immediate dimissioni, invece, è arrivata ieri mattina, da tutt'altra direzione: è stato diffuso in rete un filmato, risalente al 2011, in cui l'allora deputata del parlamento regionale per il PP veniva fermata per un controllo da un addetto antitaccheggio di un noto negozio di Madrid, che le contestava il furto di due barattolini di crema di bellezza dal valore di 60 euro. Un fatto che, ritornato a galla, ha spinto la Cifuentes ad anticipare l'uscita di scena, ma anche a smentire che non si era trattato di un "robo", bensì di una "palese dimenticanza" dovuta al fatto che, "avendo le mani impegnate da altri oggetti", aveva "momentaneamente poggiato" le creme nella sua borsa con l'ovvio intento di pagarle, ma una "telefonata improvvisa di lavoro", in cassa le aveva fatto dimenticare l'esistenza de due barattolini. Scena che non era sfuggita alle videocamere di sicurezza e all'occhio del vigilante che l'aveva fatta accomodare in uno stanzino per chiederle spiegazioni e, nel caso, avvisare la polizia come recita la prassi. Fortunatamente la Cifuentes che all'epoca godeva di uno stipendio di 5 mila euro - non era stata denunciata e la deputata aveva pagato il conto totale ed era salita al volo su un taxi. Buona o cattiva fede, il video ha sortito una rumorosa indignazione generale negli spagnoli, alimentando caustici sfottò, tanto che gira voce che sia stato lo stesso Rajoy ieri pomeriggio a telefonare all'ex presidentessa per chiederle un passo indietro.
Flaviana, 101 anni di amore per la vita Per lei intervento al cuore da record
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Oggi 26-04-18, 08:48

Flaviana, 101 anni di amore per la vita Per lei intervento al cuore da record

Non ha detto subito sì il dottor Francesco Bedogni. Ha visto la cartella perfetta d'accordo, ma restava quel particolare anagrafico della paziente: 101 anni. Per lui che dirige l'unità di cardiologia interventistica al Policlinico di San Donato, è una procedura di routine ma sottoporla a un intervento al cuore come si fa. "Avevo già detto no. Poi, quando l'ho vista entrare in studio senza l'aiuto di nessuno, orecchini e un filo di trucco, mi è convinto che, in certi casi, l'età davvero non conta". La sostituzione della valvola aortica è riuscita perfettamente, e così lei è diventata un record: la paziente più anziana d'Italia. Ci vuole coraggio e una buona dose di volontà e la signora Flaviana lo ammette col sorriso sulle labbra. Nata nel 1917, è sopravvissuta a due guerre mondiali, al dolore di perdere il marito e poi un genero di 37 anni quando lei invece ne aveva già compiuti 92; ha visto il mondo, viaggiando da Buenos Aires a Singapore; ha attraversato le epoche di un mondo che non le sfugge neppure adesso, lei, cresciuta a Sassuolo con le sorelle telefoniste "le signorine del telefono", le chiamavano, che oggi invia messaggi dal cellulare; che non si dimentica i compleanni dei suoi quattro figli, di nipoti e pronipoti e proprio l'altro ieri ne ha scritto uno a suo genero: "per te gli anni non dovrebbero passare mai". È ironica e si ricorda ancora del suo primo bacio. Era il 1932 e lei era una ragazzina di quindici anni che aveva appena trovato lavoro alla fabbrica di ceramiche. È istruita, tutto merito delle suore che l'avevano accolta, ultima di dieci figli, orfana di madre, un fratello con la tubercolosi e la necessità di andare via per non contagiare la piccina. La ruota che gira a favore, le sorelle che passando una telefonata sentono il padre del cardinale Ruini che cerca una segretaria, loro che propongono lei che aveva finito la terza media. La ragazzina è brava e capace e in quell'azienda si compie il suo destino. "Il direttore era un uomo di dodici anni più grande di me, che parlava con i padroni in dialetto milanese". Gli occhi che brillano e lei non c'è più in questo salotto liberty della bella casa di Milano, "mi arrivò alle spalle e mi diede un bacio. Ero diventata tutta rossa per colpa di quel manigoldo", quell'uomo diventerà suo marito. "Non era bello, ma mi trattava da grande e questo mi piaceva. Ma allora non stava bene, e l'ho subito spedito dalle mie sorelle a chiedere la mia mano". Lui che viaggiava, veniva da Milano, lei che gli dava del lei anche da fidanzati, il matrimonio a diciassette anni. "Macché abito da sposa, allora si usava il vestito da viaggio, e dopo il matrimonio a Sant'Ambrogio al cimitero in viaggio di nozze sulla tomba del fratello". Arriveranno quattro figli, l'ultima nata nel '45, l'acqua santa sempre in mano per poterla battezzare in ogni momento. "E chi se lo scorda quel viaggio per tornare a Milano? Noi eravamo sfollati da due anni a Sassuolo. Un passaggio di fortuna su un camion a due posti". A bordo ci sono oltre al conducente lei incinta, il marito e i tre bambini. "Dodici ore di viaggio, siamo partiti dopo il coprifuoco, il mio grande che non poteva neppure stare dritto perché la testa toccava il tettuccio. Eppure non hanno fiatato". Lei che dice di non essere severa ma giusta, eppure ha preteso anche dai nipoti che a tavola mangiassero con le monete sotto alle braccia e in casa davanti agli occhi imperava un piatto con la scritta: prima di parlare taci.I suoi racconti sono un viaggio nel tempo. Lei che il 28 aprile fa dire una messa per Mussolini, che per decifrare la vita di oggi si è letta il Corano in chiesa con una sua amica "che però è di sinistra e allora non andiamo troppo d'accordo", che vota Berlusconi da sempre, anche l'ultima volta che era all'ospedale, che dice di non aver paura della morte perchè "io sono a posto", e che alla domanda se crede in Dio ti guarda e sorride ancora: "Certo, però lo critico. Non il figlio, ma il padre, che le colpe sono sempre dei padri".
Integralismo e dittatura Torna la serie di culto sulle «ancelle» oppresse
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Oggi 26-04-18, 08:39

Integralismo e dittatura Torna la serie di culto sulle «ancelle» oppresse

da Los AngelesA meno di 24 ore dall'uscita negli States arriva in Italia (su Timvision da oggi e ogni giovedì, una puntata la settimana per 13 settimane) l'attesissima seconda stagione di The Handmaid's Tale, la serie vincitrice di otto Emmy Awards e due Golden Globe e ispirata all'omonimo romanzo di Margaret Atwood uscito in Italia con il titolo Il racconto dell'ancella.La seconda stagione sarà focalizzata sulla gravidanza di Juno/Difred, interpretata dalla bravissima Elisabeth Moss, e sulla volontà di proteggere il suo bambino dalle terribili atrocità del regime di Gilead, lo Stato totalitario, militarizzato e misogino che ha trasformato le donne in oggetti di proprietà del regime, privandole di qualsiasi diritto. La Moss, vincitrice di Emmy e Golden Globe come miglior attrice protagonista in una serie drammatica per la sua interpretazione nella prima stagione, è anche produttrice esecutiva. "Il bambino che cresce in Juno è una bomba a orologeria dice l'attrice -. Avere un figlio è una cosa stupenda, ma Juno sa che sarebbe costretto a vivere in un mondo orribile, che le sarà portato via e che non potrà essere sua madre".I temi toccati in questo racconto sono importanti: il totalitarismo, il fondamentalismo religioso, le disparità di genere, ma forse il tema più importante della seconda stagione è quello che riguarda l'immigrazione. Attraverso gli occhi di quei ribelli che sono riusciti a fuggire e a rifugiarsi in Canada sarà infatti raccontata la vita di chi è costretto a vivere lontano dalla sua terra.Fra essi c'è Moira, interpretata da Samira Wiley, che il pubblico ricorderà in Orange is the new black. "Moira è una rifugiata, anche questo è un aspetto importante della storia che raccontiamo in questa seconda stagione dice l'attrice -. Moira è al sicuro ormai ma per lei è comunque tutto difficile perché è in terra straniera. Fin dall'inizio sapevamo che stavamo facendo qualcosa di importante ma vedere il successo di questa serie, l'impatto che ha avuto nel mondo e nelle coscienze è stato inaspettato, è qualcosa che ci ha fatto sentire il peso della responsabilità, certo, ma soprattutto ci ha fatto sentire orgogliosi. Vedere donne vestite con i costumi rossi delle ancelle alla Marcia delle Donne, lo scorso marzo, sentire Hillary Clinton nominare il nostro show ci ha davvero inorgoglito e spronato a continuare".Un'altra importante novità della seconda stagione sarà rappresentata dal racconto della vita nelle "colonie", i territori contaminati dove le cosiddette "non donne" vengono recluse con il solo scopo di eliminare le radiazioni dal terreno: qui, la speranza di vita varia dai sei mesi ad un massimo di due anni.Proprio in questi nuovi territori, inesplorati anche da Margaret Atwood nel romanzo, sarà protagonista la new entry Marisa Tomei, vincitrice di un Oscar per il film cult Mio cugino Vincenzo. "Non è vero, come molti dicono, che stiamo andando oltre il libro spiega però Bruce Miller, autore della trasposizione televisiva del racconto - nel romanzo la storia comincia, fa un salto in avanti di 200 anni, per poi concludersi con una discussione accademica riguardo cosa sia successo in questo periodo di tempo. Noi non andremo oltre il libro, stiamo solo raccontando più lentamente quello che Margaret ha descritto". La Econo class, ad esempio, un'altra classe sociale del mondo distopico della Atwood sarà esplorata in questo secondo capitolo. "È una classe sociale molto più grande di quella dei Commanders che abbiamo conosciuto nel corso della prima stagione dice Warren Littlefield, produttore esecutivo della serie attraverso queste esplorazioni e i numerosi flashback capiremo come lo stato totalitario di Gilead, che occupa ormai buona parte del territorio degli Stati Uniti, è arrivato a diventare quello che è.Uno di questi flashback, ad esempio, racconterà di quando la popolazione si è resa conto con terrore che un regime terribile stava per prendere il potere nella loro patria. Si vedrà l'aeroporto di Boston preso d'assalto da centinaia di migliaia di persone che cercheranno di lasciare il paese". La drammaticità del racconto però non deve ingannare, spiega il produttore, il messaggio che The Handmaid's Tale vuole lasciare è un messaggio di speranza. "Il racconto è drammatico ma, man mano che si dipana, diventa sempre più facile scorgere messaggi di speranza. June e le altre ragazze, la loro voglia di sopravvivere e lottare, il loro coraggio, sono quel raggio di speranza, essenziale per la nostra storia".
Nessuno insulti il "nemico" ferito
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Oggi 26-04-18, 08:37

Nessuno insulti il "nemico" ferito

Quello che questo Giornale pensa di Giorgio Napolitano è noto. Ne abbiamo criticato il passato filo-stalinista, l'azione poco super-partes al Colle, la regia nelle dimissioni imposte a Silvio Berlusconi nel 2011, l'attivismo oltre i limiti imposti dal suo ruolo. Mai stati suoi amici. Eppure oggi il Giornale è idealmente al capezzale del presidente emerito e si augura senza ipocrisie la sua guarigione.Non è buonismo. È che un avversario politico si combatte quando è nel pieno delle forze (e al massimo del suo potere), quando la battaglia polemica è pari. Di certo non quando è in un letto di ospedale in gravi condizioni. Quello è solo il tempo del rispetto e della vicinanza umana, i valori che ci rendono persone e non animali.Per questo ci fa orrore chi in queste ore ha vomitato insulti su di lui, augurandogli il peggio. Per questo prendiamo le distanze dagli sciacalli che - purtroppo anche sui social del Giornale - hanno dato sfogo a parole senza dignità, vili come un calcio a Piazzale Loreto. Sarà la Storia a dare il suo giudizio su Napolitano. Ci saranno estimatori e detrattori e noi saremo fra questi. Ma finché si parla di vita e di morte, nessuno tocchi Giorgio.
Salvini, nuovo strappo "Basta sciocchezze"
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Oggi 26-04-18, 08:34

Salvini, nuovo strappo "Basta sciocchezze"

"Il forno con Di Maio non è ancora chiuso" dicono dalla Lega, anche se il giudizio sul leader dei Cinque stelle è molto peggiorato dopo l'ultima giravolta ("Con Salvini si chiude qui, ora accordo col Pd oppure il voto"). Gli aggettivi che si raccolgono interpellando i colonnelli leghisti a proposito di Di Maio e dei suoi vanno da "inaffidabili" a "bulimici di potere", o nella versione più soft dei dilettanti ("In politica, come nella vita, bisogna sempre lasciarsi lo spazio per tornare indietro. Oggi qualcuno non l'ha capito. Haihaihai" bacchetta sui social il senatore Raffaele Volpi, molto vicino a Salvini e Giorgetti), però il dialogo col M5s è ancora aperto, a tenere i contatti non è direttamente Salvini ma un suo ambasciatore.Perciò le cannonate di Berlusconi ai Cinque Stelle, ritenuti inattendibili ma ancora indispensabili per la formazione di una maggioranza di governo, vengono accolte con fastidio dai vertici del Carroccio. "Berlusconi paragona i 5Stelle ai nazisti? È meglio tacere, e rispettare il voto degli italiani, invece di dire sciocchezze. Io voglio dare un governo all'Italia, sono stufo di insulti, capricci e litigi" è il commento di Salvini alla frase attribuita a Berlusconi ("Davanti ai Cinque stelle la gente si sente come gli ebrei al primo apparire della figura di Hitler"). La temperatura tra gli alleati è altissima, lo dimostra la replica dell'ex capogruppo azzurro Renato Brunetta, per cui a non rispettare il voto degli italiani sono il veto dei 5s su Berlusconi e quello di Salvini nei confronti del Partito democratico, "e per quanto riguarda le sciocchezze, che dire a proposito delle passeggiate su Roma alla vigilia del 25 aprile?" (riferimento alla battuta di Salvini sulla "passeggiata" leghista su Roma in caso di accordo M5s-Pd).Restano forti nella Lega i sospetti che Berlusconi voglia sabotare il dialogo con Di Maio per rilanciare un'intesa col Pd renziano, visto come il fumo negli occhi dai leghisti, e comunque dare l'appoggio ad un governo del presidente che allontani nuove elezioni. Il voto di domenica in Friuli Venezia Giulia, in cui la Lega punta a superare gli azzurri con un margine molto netto, rafforza la prospettiva. "Se loro scendono e noi raddoppiamo o triplichiamo i nostri voti, Forza Italia sarà ancora più decisa ad allontanare le urne e quindi a dar vita a qualche governo, anche se con un ruolo secondario" spiega un leghista di lungo corso.Un'altra ipotesi in campo è quella sostenuta da Berlusconi e Meloni, ma caldeggiata molto meno da Salvini che però ne sarebbe il protagonista. Ovvero, un governo di centrodestra guidato da Salvini che trovi una maggioranza in parlamento. La leader di Fdi lo va dicendo da tempo: "Il centrodestra deve tenere in considerazione l'ipotesi di chiedere un incarico, che poi è il rispetto della volontà popolare, e quindi andare in aula a cercare dei voti". I problemi sono (almeno) due. Primo: quali voti? Si punterebbe agli eletti con l'uninominale del M5s, meno legati all'apparato grillino, e a un pezzo del Pd, oltre ai "cani sciolti" tra Misto ed eletti all'estero. Ma Salvini ha sempre ripetuto di non voler "raccattare" voti in Parlamento, piuttosto elezioni. E poi Mattarella darebbe mai un incarico pieno a queste condizioni? Secondo problema: i leghisti sospettano che l'"investitura" di Salvini da parte degli alleati sia soprattutto un modo per bruciarlo, facendogli fare il premier traballante per pochi mesi. I big azzurri la spiegano diversamente. Un governo di centrodestra potrebbe trovare i voti "in Parlamento e sulla base di una agenda paese, ma condivisa, non imposta come per il M5s" spiega la capogruppo Mariastella Gelmini. I doppi forni (col M5s e col Pd) restano aperti, ma c'è il rischio di ustionarsi.
Il suicidio della politica Ora è capro espiatorio di promesse impossibili
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Oggi 26-04-18, 08:34

Il suicidio della politica Ora è capro espiatorio di promesse impossibili

Nella storia si è dato spesso che chi esercita il potere non sia chiamato a risponderne. Che sia chiamato a rispondere chi non ha potere, invece, mi pare sia accaduto più di rado. Ma dagli anni settanta in poi è proprio questo quel che è successo alla politica: le è stata attribuita la responsabilità di problemi che non aveva più la forza di risolvere.Il progetto di emancipazione soggettiva, conseguenza dell'assetto sociale democratico, trascende i confini della sfera pubblica, ma la politica se n'è fatta carico a partire quanto meno dalla Rivoluzione francese. Anche nell'ultimo mezzo secolo, l'establishment politico si è ben guardato dall'opporsi a viso aperto alla richiesta di sempre maggiore autodeterminazione e alle sue derive narcisistiche. Non ha speso la propria credibilità e capacità di mobilitazione per mostrare ai governati che stavano chiedendo troppo, e che così facendo mettevano in pericolo il meccanismo stesso che consentiva loro di chiedere. Al contrario, ha accolto le loro richieste come legittime e si è impegnato a soddisfarle. Ci sarebbe da chiedersi se la politica abbia mai davvero avuto alternative, o se la spinta all'emancipazione soggettiva sia stata così prepotente che la si poteva soltanto assecondare. E anche quanto la politica democratica sia stata indotta ad assecondarla dalla propria conformazione competitiva. Ci fossero o no altre vie, a ogni modo, nei fatti la politica ha accettato di farsi garante di quell'emancipazione.E così facendo si è cacciata in una trappola che, da cinquant'anni a questa parte, la sta lentamente ma inesorabilmente stritolando. L'assoluta autodeterminazione individuale, innanzitutto, è incompatibile con la condizione umana, perciò è sempre stata e resterà sempre un'utopia. A partire dai tardi anni sessanta, in secondo luogo - fallito il progressismo liberale con la Grande guerra, fallito lo storicismo marxista nei due decenni successivi al 1945 -, la politica non ha più avuto gli strumenti ideologici necessari a inserire il progetto di emancipazione all'interno di una lettura coerente e credibile del tempo. E in assenza di pensiero utopico, dare garanzie che l'utopia sarà realizzata diventa ancora più difficile. Nell'ultimo mezzo secolo infine, tentando disperatamente di sopravvivere alla missione impossibile che si è data, la politica ha segato due volte e mezzo il ramo sul quale sta seduta.Lo ha segato una prima volta perché, accettando di fare dell'ampliamento degli spazi di libertà l'obiettivo prioritario della propria azione, ha alimentato il circolo vizioso per il quale più avanzano i processi di emancipazione individuale, più si logorano le condizioni del fare politica: potere, identità, tempo, razionalità, conflitto. Una seconda volta perché, sottoposta a una pressione insopportabile dalla promessa che essa stessa ha fatto - o è stata costretta a fare -, per poterla tenere sotto controllo ha dovuto accettare di restringere il proprio ambito d'intervento e di sacrificare la propria logica specifica e la propria autonomia a vantaggio di istituzioni e logiche non politiche, privandosi così degli strumenti che soli avrebbero potuto permetterle di mantenere quella promessa, anche soltanto in parte. Lo ha segato una terza volta, infine, sebbene in questo caso soltanto a metà, quando ha deciso di mettere i cittadini a più stretto contatto dei processi decisionali pubblici tramite il decentramento o il referendum. Se è indubbio che il più frequente coinvolgimento degli elettori conferisce alle istituzioni rappresentative maggiore legittimità, è vero anche che il moltiplicarsi delle tornate elettorali abbrevia le prospettive temporali della politica, e quello dei centri decisionali ne riduce l'efficacia e l'efficienza. La legittimazione rischia così di rovesciarsi in delegittimazione: gli elettori si renderanno conto di essere sì chiamati a votare sempre più spesso, ma per organismi che sono sempre meno capaci di soddisfare le loro richieste. Quanto al referendum, se in origine era stato immaginato come uno strumento complementare alla democrazia delegata e utile a rafforzarla, sempre più spesso è stato invece utilizzato per contestare le istituzioni rappresentative e l'establishment politico che le controlla.Questa è dunque la trappola nella quale la politica viene a trovarsi: non soltanto è ritenuta responsabile della mancata realizzazione di un progetto irrealizzabile, ma con gli sforzi che ha compiuto sia per realizzarlo, sia per contenerne la spinta, si è anche privata sempre di più degli strumenti necessari a raggiungerne gli obiettivi. Gli effetti della trappola sono aggravati poi dall'affollarsi, sia al suo interno, sia al di fuori di essa, dei narcisisti. Gli elettori - i narcisisti esterni alla trappola - mirano a soddisfare il proprio bisogno immediato di benessere psichico scaricando le emozioni negative da cui sono assediati: paura, rabbia, senso d'impotenza. I politici - i narcisisti intrappolati - sono in bella vista al centro dello spazio pubblico, con la loro persona più che con le loro idee, e si sforzano di attrarre ogni sguardo. Fra elettori e politici è sempre più difficile costruire una relazione sensata, fondata su concezioni condivise della realtà, del tempo e della ragione, e gli elettori hanno perduto qualsiasi sentimento di deferenza.Come potrà mai una politica già colpevole di una promessa mirabolante non mantenuta, difficile da valutare nei suoi risultati concreti passati e presenti e nei suoi progetti futuri a causa della babele dei criteri di giudizio, sempre più palesemente impotente, e tuttavia illuminata a giorno dalle luci della ribalta e popolata di primedonne palesemente gratificate dall'attenzione del pubblico - come potrà questa politica non diventare il fantoccio di paglia contro il quale un elettorato deluso, sconcertato, instabile, emotivo sfoga tutta la propria frustrazione? Come potrà la politica, dopo aver perduto ogni sua funzione, non assumere infine quella del capro espiatorio?
Bolloré indagato, chiesto il processo
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Oggi 26-04-18, 08:32

Bolloré indagato, chiesto il processo

A Vincent Bolloré le autorità francesi non stanno riservando trattamenti di favore: il fermo di polizia e la custodia cautelare, scattate a Nanterre martedì mattina, sono state prolungate fino alle 36 ore in attesa dell'interrogatorio con i magistrati titolari dell'inchiesta, avvenuto ieri sera dopo che quello con la polizia anticorruzione non aveva dato esiti convincenti. Ora, secondo le fonti francesi, i giudici istruttori decideranno se prosciogliere o incriminare il finanziere di origini bretoni. Che, secondo le stesse fonti, rischia il processo per corruzione di pubblici ufficiali stranieri, per la quale è ufficialmente indagato.A condurre l'indagine sono due magistrati parigini noti in Francia per la loro esperienza in campo finanziario e internazionale, Serge Tournaire e Aude Buresi. Insieme a Bolloré sono stati fermati e ora rischiano la stessa incriminazione anche il direttore generale del gruppo Bolloré Gilles Alix e il responsabile del polo internazionale di Havas, Jean-Philippe Dorent, anch'essi sentiti dai giudici. Secondo le fonti, il fermo ha riguardato anche Francis Perez, presidente di Pefaco, società alberghiera con un forte insediamento in Africa, che però è già stato rilasciato.Oggi potrebbe quindi essere una giornata importante, nella quale Bolloré, insieme con i suoi legali, si giocherà le sue carte migliori. Nell'attesa di sviluppi, i titoli del gruppo hanno ceduto un ulteriore 3% dopo lo scivolone del 6% della vigilia. E va da sé che anche in Italia si segue la cosa con interesse, visto che Bolloré è il primo socio privato di Mediobanca (con l'8%) e attraverso Vivendi controlla Telecom e detiene il 29% di Mediaset. Due casi in cui la presenza del socio francese alimenta problemi e questioni finanziarie da ormai due anni.Tournaire e Buresi stanno cercando di determinare se il gruppo Bollorè abbia utilizzato l'attività di consulenza politica della sua società Havas per ottenere la gestione dei porti di Lomè, in Togo e di Conakry, in Guinea. Secondo Le Monde, i magistrati sospettano che Havas abbia sottofatturato i suoi servizi in cambio dei contratti di concessione per la controllata Bolloré Africa Logistics. Nell'aprile 2016 la polizia ha effettuato una perquisizione alla torre Bolloré di Puteaux, vicino Parigi, sede della controllata. Il gruppo ha "formalmente smentito tali irregolarità".L'inchiesta, alimentata dai reclami inoltrati da un ex socio spagnolo del finanziere bretone, Jacques Dupuydauby, si occupa anche delle campagne presidenziali vittoriose del 2010 di Alpha Condè in Guinea e di Faure Gnassingbè in Togo, entrambi consigliati da Havas. Poco dopo l'elezione di Condè, alla fine del 2010, la società di Bolloré ha ottenuto la concessione per il porto di Conakry, mentre ha vinto la concessione per il porto di Lomè poco prima dell'elezione di Gnassingbè. Il governo della Guinea assicura invece che la concessione del gruppo Bollorè per costruire un porto per container nella capitale è stata rilasciata in stretta conformità con la legge.Sulla concessione per il porto di Lomè, Dupuydauby accusa la presidenza del Togo di essere stata corrotta dal gruppo francese. I suoi reclami risalgono all'aprile del 2012 e all'aprile del 2013.
L'animale più bello? Naturalmente il gatto Referto di Rajberti
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Oggi 26-04-18, 08:32

L'animale più bello? Naturalmente il gatto Referto di Rajberti

Il gatto è la grande bellezza della natura. L'animale più affascinante, misterioso, galante. Nel corso dei millenni le arti - letteratura, poesia, pittura, cinema - lo hanno raccontato in tutti i modi, in tutte le pose. Che strano. Tanto è stato detto per un belva, ma mansueta, così riservata, silenziosa, solitaria. Eppure.Eppure sono migliaia, e famose, le pagine d'autore sui gatti: Hoffmann, Colette, Eliot, Pessoa... Ma fra tutti i libri scritti in materia felina, uno dei più divertenti, per nulla datato nonostante l'età bibliografica, è il trattatello Sul gatto. Cenni fisiologici e morali del medico chirurgo e scrittore infaticabile - di poemetti, poesie dialettali, opere umoristiche... - Giovanni Rajberti (1805-61), penna colta e ironica di strettissimo rito ambrosiano. Il libello, oggi elegantemente ristampato da La Vita Felice (pagg. 132, euro 12), ebbe nel 1845 una prima tiratura limitata, per gli amici del "dottore", dedicata al Conte Giulio Litta Visconti Arese, poi l'anno successivo una seconda edizione di 3500 copie (e l'appendice "La coda", scritta dal Rajberti in risposta a una critica uscita sul Corriere delle Dame), ed è un pettinatissimo elogio - acritico e faziosissimo e irresistibile - al suo amatissimo "animal grazioso e benigno" (c'è da dire che tempo prima il Rajberti aveva scritto anche un elogio funebre al proprio cane, El pover Pill, che però non è all'altezza del Gatto).Comunque, eccolo, il panegirico più curioso, ambiguo, agile, malizioso, elegante - che piacque molto a molti, fra cui Aldo Palazzeschi - mai scritto sui gatti. Di cui si racconta lo stile di vita, i tratti caratteriali (si dice che se Baudelaire fu il poeta del gatto, Rajberti ne fu lo psicologo), le numerose virtù, gli inesistenti vizi, l'intelligenza umana ("Nessuno è più machiavellico del gatto", che applica ai cani e ai topi l'insegnamento del grande fiorentino, "i nemici bisogna vezzeggiarli o spegnerli" a seconda della loro forza: tollerando prudentemente i primi, cacciando implacabilmente i secondi).Fra i capitoli più felici e felini, da segnalare "Il gatto vero padrone della casa", in cui si riconosce che il titolo di padrone non compete a chi ha comprato o ereditato l'appartamento, o la villa, al quale tocca semmai pagare l'imposta, attendere alle riparazioni e alle spese di gestione, "sentire dagli inquilini rimproveri e minacce"; no il vero padrone di casa è il gatto, ossia il solo "a goderla e abitarla tutta quanta, dallo studio alla dispensa, dall'oscuro sottoscala all'aperto giardino" e tutti gli altri luoghi inaccessibili all'uomo... Poi il capitolo "Apologia dell'ozio": "Ma insomma, dirà taluno, come passa egli (cioè il gatto, ndr) la sua vita? Rispondo con una sola parola: da gran signore. Accudisce premurosamente alle più importanti occupazioni: mangiare, digerire, dormire, attende parecchie ore del giorno alla grand'opera della toilette... D'ordinario poi, quando non sappia far di meglio, egli concede a se stesso le delizie soavi e lunghissime d'un ozio tutto filosofico e contemplativo"... E sopratutto la parte dedicata a "La gatta": unico caso, fra tutte le classi di animali dove di norma il vanto della bellezza è sempre virile (per il colore delle penne, per le corna più rigogliose, per la pienezza delle forme...) in cui la femmina vince il confronto col maschio. Come fra gli uomini.
Benvenuti 80 anni sul ring da messaggero del futuro
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Oggi 26-04-18, 08:27

Benvenuti 80 anni sul ring da messaggero del futuro

"Nino!-Nino!". Quel grido era uno squarcio nel cielo, un lampo nella notte. Cos"altro abbiamo inventato di più immediato per coniare felicità, orgoglio, passione, incitamento? Forse "Gol"? Troppo globale. Nino-Nino era una sintesi tutta italiana. Ai vecchi suiveurs, probabilmente, riempie ancora l"udito. E per i titoli dei giornali era un richiamo di garanzia: senza nemmeno spiegare di chi si parlasse. Nino era Nino. Poi Benvenuti. Un giorno Giovanni , detto Nino, Benvenuti si chiese anche se quel nome-appellativo avesse fatto parte delle sue fortune. "E se mi fossi chiamato soltanto Giovanni?". Come minimo si sarebbe trovato un "Gianni" (Rivera) fra i piedi. Oggi siamo qui a ripensarci. Con Benvenuti che compie 80 anni, segno del Toro, in nome di un martedì (26) fortunato del 1938. Dice lui: "Per fortuna nonmi pesano". Abbraccia in un sol concetto l"essenza di una esistenza: "Vivo da uomo soddisfatto, che è diverso da essere felice. E so di essere nato fortunato. La fortuna ti fa nascere in una famiglia di un certo tipo e ti dona quanto ti rende felice". Il destino che ti sceglie o tu che lo indirizzi? Bel rebus. Nino lo ha già risolto: "Sono nato per fare quanto il destino ha proposto. Non è andata male. Il buon Dio mi ha dato testa e cervello per trovare la strada giusta. Riproverei tutto". I giovani che lo incontrano restano abbacinati da questo distinto signore, dal fisico invidiabile e l"eleganza definibile di altri tempi. Ma qui ci si ferma. Benvenuti, pugile o uomo copertina, frequentatore del suo tempo, è sempre stato un messaggero del futuro: primo ambasciatore delle notti magiche quando svegliò 18 milioni di italiani nel cuore della notte (17 aprile 1967) per ascoltare alla radio il mondiale dei medi contro Emile Griffith, a New York. I genitori lo avrebbero inviato alle scuole per laurearsi, diventare un professore. "Ma non mi sarei trovato come insegnante". E" stato pugilatore, come ama dire: pugile diverso da molti altri. Lui personaggio che acchiappava anche fuori dal ring. Lui ragazzo di intelligenza vivace che sfrondava il mito del boxeur suonato. Lui commentatore televisivo della prima specie, pellegrino in India nella terra dei lebbrosari. E perché no? Ci impose anche una storia d"amore che, ai tempi, non seppe gestire: troppo difficile spiegarla a un"Italia bigotta che avrebbe avuto bisogno del referendum sul divorzio per svegliarsi. Ma poi, dopo anni lunghi, Nino ritrovò il coraggio del guerriero e sposò quella ragazza bionda, Nadia Bertorello, che ancora lascia intravedere i segni di anticosplendore. Benvenuti ci ha detto che successo e successi, dentro e fuori dal ring, vita bella o brutta, potevano essere gestiti con intelligenza e astuzia, talento e rispetto di se stesso. E, forse, oggi è più simpatico di ieri, ma quello è il vezzo dei campioni: non sempre digeribili a tutti nel fulgore della carriera. Il Benvenuti campione ha diviso, ha schierato l"Italia dello sport che lo seguiva con più passione di quella riservata al calcio. Da una parte lui, dall"altra Mazzinghi. Che poi era la nostra specialità: Coppi o Bartali? Rivera o Mazzola? Non ci siamo negati nulla. Nino era eleganza magari un po" fredda, intrisa di maestria stilistica. Ricorda con compiacimento: "Ho lavorato bene perché dotato di acume e intelligenza". La sua storia partiva da Isola d"Istria, la vita l"ha portato a Trieste: non poteva avere sangue di un napoletano o di un toscano. Paolo Villaggio, che era mazzinghiano, identificò perfettamente la distanza. "Mazzinghi sprigiona il senso della ribellione, la protesta. Benvenuti è come una statua di marmo lucido che ha la bellezza del Mosè, ma non la vita che Michelangelo seppe infondergli". Benvenuti ti mostrava (mostra) splendore fisico, alla faccia di un allenatore che un giorno disse: "Ma cosa vuole questo ragno?". Aveva una decina di anni: braccia lunghe, corpo ossuto, un viso magro e sagomato. Poi la boxe, la meravigliosa avventura cominciata con la medaglia d"oro olimpica che continua ad essere una gemma della storia ("L"unico titolo che non ti portano mai via"), le corone mondiali ed europee, i 45 round con Griffith, il colpo del campione contro Manuel Rodriguez, quando mandò al diavolo gli insegnamenti di Al Silvani, il preparatore americano, e fece boxe come gli aveva insegnato la mamma, scrisse un giornalista. Ovvero con il magico gancio sinistro, figlio del talento. Ci fu Carlos Monzon che, tre anni dopo il mondiale con Griffith, suonò il rintocco della fine: cazzotti che produssero dolore interiore. La fine di un pugile, non certo del personaggio: ecco il fascino, una sorta di immortalità. Siamo ancora qui a raccontare di lui, navigante di un mondo in evoluzione. Non tutti lo riconoscono, ma tanti sanno di chi parlano. Questo è il successo di 80 anni immersi nei pugni: ma senza farsi male.
Il Tar salva Bocca di rosa. Non deve essere espulsa solo perché prostituta
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Oggi 26-04-18, 08:27

Il Tar salva Bocca di rosa. Non deve essere espulsa solo perché prostituta

Fare la prostituta è un motivo sufficiente per essere allontanate dall'Italia? "Giammai", rispondono i giudici amministrativi del Tar della Lombardia. Affermando un principio a dire il vero comunemente riconosciuto, visto che l'esercizio della prostituzione di per sé non è un reato. Ma la Prefettura di Milano aveva provato a mandare via una Bocca di rosa straniera "per motivi afferenti l'ordine pubblico".Il Tar però ha accolto il ricorso della donna espulsa, comunque cittadina europea, e ha annullato il provvedimento di allontanamento emesso lo scorso gennaio. La misura, spiegano i giudici della Prima sezione, è "grave" e "radicale" e può essere adottata nei confronti di cittadini europei solo per reali minacce alla convivenza civile. Minacce che però la "signora Omissis", che pare avere l'unica "colpa" di vendere il proprio corpo, non avrebbe affatto attuato. Scriveva il prefetto nell'atto alla base del provvedimento che la donna è stata "più volte rintracciata mentre dedita all'attività di meretricio", che "i comportamenti tenuti e i reati commessi ingenerano la ragionevole presunzione che la predetta possa compierne di ulteriori". Non veniva precisato di quali reati si tratti. Comunque: "L'ulteriore permanenza sul territorio nazionale dell'interessata è incompatibile con la sicura e civile convivenza, avendo dato luogo ad una condotta che è pregiudizievole per l'ordine pubblico".La ricorrente aveva risposto di non avere precedenti penali, che l'attività che svolge non costituisce reato e di essere madre di un bambino regolarmente iscritto alla scuola primaria di una città dell'hinterland. La Corte argomenta che per legge in ogni caso "l'esistenza di condanne penali non giustifica di per sé" l'allontanamento. "Il mero esercizio dell'attività di meretricio, invero, non mai vale ad infrangere precetti di matrice penalistica" ed è una condotta che "giammai può giustificare l'adozione del grave provvedimento" di espulsione. Lo farebbe infatti solo "una minaccia concreta, effettiva e sufficientemente grave all'ordine pubblico".La prostituzione, da sola, "quand'anche posta in essere in orario diurno e sulla pubblica via" non è una minaccia per la collettività. Più in generale: "Si è ripetutamente affermata, in fattispecie analoghe, la illegittimità di misure inibitorie", come foglio di via, divieto di soggiornare e circolare in un Comune, rifiuto del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, "fondate sull'esclusivo presupposto dell'esercizio dell'attività di meretricio".Il Tar quindi dichiara illegittima la misura della Prefettura. Anche perché manca, spiegano infine i giudici amministrativi, il principio di proporzionalità espressamente richiesto dalle norme che regolano l'adozione di provvedimenti di questo tipo.
La coscienza di Oliver per gli scherzi della mente
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Oggi 26-04-18, 08:25

La coscienza di Oliver per gli scherzi della mente

Quel certo episodio che ricordiamo della nostra infanzia, siamo sicuri sia realmente avvenuto? O non l'abbiamo piuttosto ricreato nella nostra memoria, attraverso racconti di terzi? E il tempo, passa per tutti allo stesso modo? Come mai invecchiando abbiamo la sensazione che il tempo passi più velocemente? A queste e a molte altre domande risponde Oliver Sacks ne Il fiume della coscienza (Adelphi), un'interessante e ricca raccolta di saggi postumi la cui uscita è stata pianificata in vita dall'autore, morto nell'agosto del 2015. Perché la coscienza, prodotta dal nostro cervello, resta una delle entità meno definibili nella storia della neurologia. Per esempio: quale coscienza hanno i lombrichi? Nessuna? Eppure molte volte si comportano come se l'avessero. E un minuto trascorso da un lombrico sarà uguale a un minuto nostro?A proposito del tempo che passa: è vero che il tempo degli anziani sembra scorrere più velocemente, ma alcuni esperimenti hanno dimostrato che tre minuti di un giovane equivalgono a tre minuti e mezzo percepiti da un anziano. Inoltre la percezione del tempo si può alterare, per esempio con l'uso di droghe, ma anche con l'allenamento, come nello sport. Una palla da baseball può viaggiare a 150 chilometri all'ora, ma per un esperto battitore può sembrare quasi immobile nell'aria. Uno scattista può alzarsi dai blocchi in 130 millisecondi senza rendersene conto, e sentire lo sparo dello start (o meglio, averne coscienza) solo 400 millisecondi dopo.Sotto l'effetto della mescalina la percezione del tempo può accelerare di duecento volte rispetto al normale. Se avessimo cento volte le percezioni che abbiamo in un secondo, tre giorni ci sembrerebbero lunghissimi, mentre un bradipo, nella sua coscienza, è convinto perfino di essere veloce, come in chi è affetto da bradicinesia. Sacks racconta l'episodio di un suo paziente che quasi restava immobile con il braccio teso per diversi minuti, muovendolo impercettibilmente. Gli chiese: "Perché quelle pose congelate?". Il paziente rispose: "Mi stavo solo pulendo il naso".Molti ricordi, invece, quelli per cui metteremmo la mano sul fuoco, possono esserci indotti, proprio come succede nei replicanti di molti film di fantascienza. Crediamo che un fatto, magari molto lontano negli anni, sia successo, ma è vero solo nel nostro cervello. In qualche modo lo abbiamo creato noi, rendendolo indistinguibile dai ricordi reali. È la ragione per cui molti condannati sono stati assolti con la prova del Dna malgrado fossero stati accusati da testimoni oculari (anche quello che si crede di aver visto non è poi così certo).La memoria, ci spiega Sacks, è talmente fallibile, e talmente permeabile, che perfino molti casi di plagio non sono volontari. Nel caso dei cantautori può succedere di assimilare una melodia inconsapevolmente, come successe nel 1970 a George Harrison, accusato di aver plagiato una canzone di Ronald Mack. Il tribunale riconobbe la colpa, ma non la sua consapevolezza. Questione su cui aveva già riflettuto Mark Twain scrivendo all'amica Helen Keller, accusata di plagio: "Oh, povero me, quant'è stata indicibilmente ridicola, idiota e grottesca, proprio da allocchi, quella farsa del plagio! Come se vi fosse un gran che, in qualsiasi pronunciamento umano, orale o scritto, che non sia plagio! Giacché in sostanza tutte le idee sono di seconda mano, attinte consapevolmente e inconsapevolmente da un milione di fonti esterne". Certo, non è che questo criterio possa applicarsi a chiunque, altrimenti sarebbe la fine. Daniele Luttazzi, tanto per dirne uno, aveva copiato e basta.
La vergogna del 25 aprile antisemita
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Oggi 26-04-18, 08:24

La vergogna del 25 aprile antisemita

Roma Fischi e insulti per gli ebrei sopravvissuti allo sterminio a Milano. Cortei e cerimonie commemorative separate e funestate da contestazioni anche a Roma. Ma contrasti, polemiche e diverbi sono stati registrati un po' in tutta Italia. Purtroppo la festa della Liberazione dopo 73 anni ha sempre più assunto i connotati di una resa dei conti, l'occasione per manifestare dissenso anche su questioni che nulla hanno a che fare con quel ricordo.La cerimonia del 25 aprile si è aperta come di consueto con l'omaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che a Piazza Venezia ha passato in rassegna il picchetto d'onore e le associazioni di combattenti. Presenti i due neo presidenti delle Camere, Elisabetta Casellati e Roberto Fico. E il vicepresidente della Camera, Mara Carfagna ha lanciato un appello all'unità. "Sporcare una giornata così importante per la Repubblica e per la democrazia con contestazioni rivolte contro chi ha lottato per consegnarci un Paese libero ed è stato vittima della furia nazifascista è indegno. -ha detto la Carfagna- Tutto il mondo politico deve condannare gli episodi di intolleranza, violenza e antisemitismo".Tutti gli appelli alla concordia però sono caduti nel vuoto. A Milano la Brigata Ebraica al suo arrivo in piazza San Babila è stata contestata da un gruppo di antagonisti e militanti dei movimenti filopalestinesi. "Fuori i sionisti dal corteo" e "Palestina libera, Palestina rossa", gli slogan urlati contro i manifestanti della brigata Ebraica che non hanno reagito e dunque il corteo è proseguito senza incidenti. Poi i cori degli antagonisti si sono rivolti contro i rappresentanti del Pd ai quali hanno gridato "Venduti, venduti".Matteo Forte, consigliere comunale e capogruppo di Milano Popolare a Palazzo Marino ha confessato il suo stupore per "una piazza Duomo semideserta" e ha puntato il dito contro"la sinistra che con la sua vuota retorica su un antifascismo settario ed esclusivo ha fatto perdere il valore della festa della liberazione nazionale dall'occupante nazista".A Roma le cose non sono andate meglio. Ma le premesse per una giornata unitaria erano già state perse quando la Comunità Ebraica romana ha deciso di celebrare il ricordo con una cerimonia separata in polemica con la decisione dell' Associazione partigiani di accogliere le bandiere palestinesi nel corteo. "Non capiamo perché il corteo organizzato a Roma possa accettare la presenza di simboli che nulla hanno a che vedere con quella Storia, simboli che 70 anni fa non sarebbero stati ammessi e oggi sfilano con un significato che per noi è offensivo e incomprensibile", il commento amareggiato della presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello. Non sono mancate anche qui le contestazioni. Bersaglio di fischi ed inviti a tornare a casa il sindaco di Roma, Virginia Raggi. A Porta san Paolo il sindaco non è riuscita a prendere subito la parola a causa dei cori di una parte della piazza che le hanno impedito di parlare. "Vattene, vattene", ha urlato la folla. Ma la contestazione non era legata solo al fatto che la sindaca aveva solidarizzato con la Comunità ebraica. "Qualcuno- aveva detto-ha voluto inserire nel dibattito temi che nulla hanno a che vedere con la lotta per la libertà dell'Italia", riferendosi alla partecipazione al corteo dell'Anpi di una delegazione palestinese. A contestare la Raggi erano i romani come spiega la consigliera Pd, Ilaria Piccolo: "Le grida dei romani erano chiare: basta buche e immondizia in strada".E a chiudere una giornata di contestazioni va registrata anche l'ira di un gruppo di insegnanti che a Milano ha bloccato e assalito a colpi di slogan la leader della Cgil, Susanna Camusso. I docenti denunciavano "il licenziamento in massa di 60 mila persone" accusando la Camusso di "inefficienza e indifferenza da parte di chi dovrebbe difendere i lavoratori".
Berlusconi contro i 5 Stelle: "Come Hitler per gli ebrei"
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Oggi 26-04-18, 08:19

Berlusconi contro i 5 Stelle: "Come Hitler per gli ebrei"

I grillini come Hitler è il pensiero choc di un elettore del centrodestra riportato da Silvio Berlusconi, che alza la temperatura politica e concentra l'attenzione dei giornalisti alle malghe di Porzus. Un monumento nazionale fra le montagne friulane insanguinato nel febbraio 1945 dai partigiani filo Tito, che massacrarono 19 combattenti per la libertà della brigata Osoppo. La loro colpa non era di opporsi al regime fascista, ma alle mire espansioniste degli jugoslavi. In realtà il leader di Forza Italia aveva appena finito di pronunciare un discorso "alto" sul 25 Aprile "giornata della libertà" di tutti, che parlava di pacificazione e di dialogo al contrario del timore sui grillini che marciano al passo dell'oca.Poi attorniato dai fazzoletti verdi, il simbolo dei partigiani dell'Osoppo, Berlusconi ha parlato a braccio. E raccontato di un episodio accaduto a Pordenone durante il suo primo giorno di discesa in campo per le elezioni regionali di domenica in Friuli-Venezia Giulia. Ad un gruppo di elettori aveva chiesto, in riferimento al niet del Movimento cinque stelle a trattare con Forza Italia per il governo nazionale "come vi sentite di fronte al comportamento di questa formazione politica che non credo sia democratica?". Davanti alle malghe di Porzus Berlusconi riporta la risposta di un elettore: "Uno di loro si alzò e guardandomi negli occhi mi disse: Ci sentiamo come dovevano sentirsi gli ebrei al primo apparire della figura di Hitler". Il leader di Forza Italia ha sottolineato che la frase, non sua, "mi ha colpito molto e mi fa pensare. In questi giorni (i grillini, nda) hanno respinto il voto di 4,5 milioni di cittadini. Qualcosa che non può avere cittadinanza in una vera democrazia".Sul 25 aprile ha tenuto un discorso di peso storico. La malga alle sue spalle nel 1945 era il comando della brigata Osoppo Est. Il comandante Bolla, Francesco De Gregori, monarchico, anticomunista e zio del famoso cantautore, è stato il primo a cadere sotto i colpi dei compagni garibaldini inviati dal IX corpus di Tito. Dopo vessazioni e torture, qualche giorno dopo, si è conclusa la mattanza. Una delle vittime fu Guido Alberto Pasolini, fratello dello scrittore e regista Pier Paolo. Il comandante dell'eccidio, Mario Toffanin, è stato condannato all'ergastolo e poi amnistiato dal presidente Pertini. Nel frattempo fuggito in Jugoslavia incassò regolarmente la pensione dell'Inps grazie alla militanza partigiana, senza tener conto del sangue versato.Berlusconi ha pronunciato parole di pietà anche per i caduti dell'altra parte della barricata, i volontari della Repubblica di Salò. E ha fatto emergere il vero limite del 25 aprile diventato nel tempo festa di parte e non di tutti gli italiani. Il discorso sulla giornata della libertà si è conclusa con la consegna a Berlusconi del fazzoletto verde dell'Osoppo annodato orgogliosamente attorno al collo.In serata ad Aquileia il leader storico del centro destra ha gettato acqua sul fuoco del braccio di ferro con la Lega per i voti delle regionali di domenica. Al suo fianco, Massimiliano Fedriga, giovane candidato alla carica di governatore fortemente voluto da Matteo Salvini. "Sono qui per dirvi che dovete votare per questo signore" ha esordito Berlusconi indicando Fedriga. Sul palco è salito anche Riccardo Riccardi, di Forza Italia, che sarà il vice se il centro destra vincerà le elezioni, come indicano i sondaggi. Berlusconi ha sciorinato i cavalli di battaglia dell'elezione diretta del capo dello Stato, flat tax, riforma della giustizia e stop all'immigrazione clandestina. Sul governo si è detto convinto che verrà formato dal centrodestra "chiedendo i voti in aula su un programma di tre punti per i primi 100 giorni". Fedriga si sente la vittoria in tasca, ma esordisce sul 25 aprile. "Tutta la mia solidarietà al sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza e alla comunità ebraica - dice il candidato governatore - che oggi hanno dovuto andarsene dalla Risiera per una violenza e sopruso verbali senza precedenti". Purtroppo il 25 aprile, festa della liberazione e non ancora della libertà di tutti, continua a dividere.
Fico riprova con dem e grillini e punta ai "supplementari"
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Oggi 26-04-18, 08:19

Fico riprova con dem e grillini e punta ai "supplementari"

Spiragli, solo spiragli, ma si chiede più tempo. Oggi ci sarà un secondo round per Roberto Fico, che deve verificare la compatibilità tra M5s e Pd. Nel Salottino del Presidente a Montecitorio incontrerà alle 11 la delegazione dem di Maurizio Martina e alle 13 quella del grillino Luigi Di Maio. Il presidente della Camera tirerà le somme e nel pomeriggio, probabilmente tra le 17 e le 18, riferirà al Capo dello Stato. Se ci sarà qualche concreta possibilità di accordo tra prima e seconda forza politica, se gli diranno che un programma possono condividerlo e una maggioranza formarla, allora il 5 Stelle Fico potrebbe proporre a Sergio Mattarella di allungare il mandato esplorativo che gli ha affidato.Dicono che al Colle, dove il tentativo speculare della presidente del Senato Elisabetta Casellati su un possibile governo M5s-centrodestra si è chiuso in due giorni secchi, stavolta si potrebbero concedere tempi supplementari, come vogliono soprattutto i 5 Stelle. Per Mattarella ogni strada è praticabile per rompere lo stallo che da 51 giorni paralizza il Paese, dopo le elezioni del 4 marzo. L'obiettivo è allontanare elezioni anticipate.Ma l'avvicinamento tra pentastellati e dem c'è stato davvero? I due partiti, al di là delle dichiarazioni del leader, appaiono molto divisi all'interno e se il Pd chiede di aspettare la convocazione della direzione, che potrebbe essere lunedì 30 aprile o il 2 maggio, i 5 Stelle preparano un sondaggio degli iscritti sulla piattaforma Rousseau e oggi spiegheranno ai gruppi parlamentari che "questa è l'ultima chiamata per Palazzo Chigi ed è il momento di essere pragmatici e stringere i denti". Considerato soprattutto che, contrariamente alla Lega che trattava da pari, il Pd sarebbe "socio di minoranza". E, assicurano dall'entourage di Di Maio, "non potrà dettare le condizioni, a partire dal ruolo di Di Maio, non ha chiesto la sua testa e non lo farà". Proprio questi, però, sono i motivi per cui tanti dem sono in subbuglio.Dopo le consultazioni della mattinata la webtv e il canale satellitare della Camera trasmetteranno in diretta le dichiarazioni delle delegazioni. La base M5s, da cui si sono già alzate grida di rivolta verso un accordo con i dem e quella del Pd, che riflette le divisioni tra le minoranze e registra l'avversità di Matteo Renzi e dei suoi verso la dichiarazione "troppo aperturista" di Martina, saranno davanti alla tv per soppesare ogni parola. Per i grillini Fico può essere una garanzia, ma al tempo stesso la sua rivalità con Di Maio può giocare un ruolo determinante.In verità, sembra molto fragile il dialogo avviato. Si registra però lo scongelamento della posizione aventiniana dei dem, con la condizione pregiudiziale posta dal "reggente" Martina: i 5 Stelle chiudano definitivamente il forno con la Lega e si parta dal programma. Linea, peraltro, che dovrà essere approvata dalla direzione del Pd e già viene contestata dall'ala renziana. "Ascolteremo Fico e cercheremo di rendere più chiara questa fase - dice, cauto, Martina -, che è propedeutica e non fornirà risposta definitiva. Non so se ce la faremo".Appena avuta la richiesta Di Maio si è affrettato a dichiarare ormai "impraticabile" l'alleanza con Lega e centrodestra (anche se i rumors dicono il contrario), ignorando gli appelli di Matteo Salvini che cerca di mantenere aperto il canale. Anche per il M5s, che fatica a conciliare le sue diverse anime, si deve partire dal programma, ma mentre i dem propongono quello loro e non accettano una sconfessione del passato, i grillini hanno confezionato il "contratto alla tedesca", pur annacquando molto le loro posizioni, a partire dal reddito di cittadinanza, che ha rappresentato la base della campagna elettorale.
"Milano già antirazzista. La tavolata di Majorino? Spot a uso personale"
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Oggi 26-04-18, 08:18

"Milano già antirazzista. La tavolata di Majorino? Spot a uso personale"

Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare. Il suo alter ego in Comune, Pierfrancesco Majorino, organizza per il 23 giugno una "tavolata antirazzista" da 2,6 km per 50mila stranieri al parco Sempione, forse entrerà nel Guinness dei primati. Ha in mente anche lei di battere qualche record?"I record che vorrei battere da assessore ai Servizi sociali sono altri, come riuscire a prendermi carico di tutti i pazienti cronici della Regione, aiutare i bimbi autistici che oggi sono in lista d'attesa perchè abbiamo difficoltà a reperire risorse".Come giudica l'iniziativa antirazzista?"Intanto inutile perchè Milano è già antirazzista e multietnica, è nel suo dna, non lo deve nè affermare nè confermare. E lancia pure un messaggio dagli effetti devastanti".Perché?"Il tema del sostegno concreto a chi ha bisogno non si può gestire con effetti da palcoscenico, con iniziative demagogiche. Il grosso problema che abbiamo oggi è la scarsità di risorse, non ci consentono di aiutare al meglio i bambini, gli anziani, le persone in difficoltà di qualsiasi nazionalità che sono nate o vivono sul territorio. Possiamo garantire un'assistenza di qualità a un numero ristretto di persone e non all'infinito. Per questo serve una politica molto rigorosa in tema di accessi, anche in una regione fortemente solidale e sostenuta dal mecenatismo come la Lombardia. Se il messaggio è che basta sedersi in una grande tavolata stile festa dell'Unità per dire che si possono sostenere le difficoltà di tutti, garantire una soluzione sanitaria a tutti, è sbagliato e grave, tanto più se a lanciarlo è un assessore al Welfare. Se si dice che c'è posto per i migranti economici e per chi è senza permesso di soggiorno si penalizza chi è qui da tempo in modo regolare".Majorino sostiene invece che le polemiche del centrodestra sono becere. Avevate già criticato la marcia pro migranti del 20 maggio 2017, questa iniziativa chiuderà un intero mese di eventi dal titolo "Senza muri"."Ripeto che un'iniziativa come la tavolata antirazzista è inutile, è solo propaganda per Majorino. Capisco che in una fase di difficoltà del Pd voglia provare ad assumere il ruolo di leader territoriale della sinistra, ma farlo da assessore impiegando le forze migliori della società mi sembra il modo più sbagliato. Se vuole prendere il posto di Maurizio Martina o di Matteo Renzi prego, ma senza mettere in piedi questi spot istituzionali".Il sindaco ha già garantito che il Comune non spenderà nulla, le spese per la manifestazione saranno sostenute dagli sponsor. Bene no?"Non ci si può nascondere dietro alla giustificazione che Palazzo Marino non spenderà soldi. Se fai un richiamo agli sponsor per operazioni di immagine distrai risorse private da altre emergenze. Perchè piuttosto non si fa un appello al mecenatismo per aiutare un maggior numero di anziani in difficoltà a pagare la bolletta o per ristrutturare più alloggi nelle case popolari, per i centri di aiuto per il disagio mentale o per affrontare il tema delle dipendenze?".
Sei scudetti sono pochi Contestata la Signora
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Oggi 26-04-18, 08:16

Sei scudetti sono pochi Contestata la Signora

I n questi giorni, dopo 22 anni, si è consumato l'addio di Arsène Wenger dall'Arsenal. L'allenatore alsaziano ha vinto meno di quello che avrebbe meritato: 3 Premier, 7 FA Cup, 7 Charity Shields (la Supercoppa inglese). Due volte è arrivato il Double, campionato e coppa, ma dal 2004 niente più Premier. L'astinenza ha fatto esplodere il malumore del popolo dei Gunners.La Juventus, invece, ha messo in bacheca gli ultimi sei campionati, le ultime tre coppe Italia e ha disputato due delle ultime tre finali di Champions. A quattro giornate dalla fine del campionato ha una lunghezza di vantaggio sul Napoli. Certo, la situazione è friabile, cinque punti di vantaggio sono evaporati in due partite. Ma è il calcio, bellezza.Eppure ieri, un gruppetto di ultrà è andato a Vinovo a urlare "tirate fuori" ai giocatori. Alcuni di questi si sono fermati a parlamentare con i tifosi. Forse gli stessi che nel luglio 2014 contestarono l'ingaggio di Allegri o che nell'autunno 2015 andarono a pungolare la squadra per il disastroso avvio di stagione. C'è qualcosa di irreale, di grottesco in tutto ciò. Come si fa a prendersela con una squadra che domina da quasi sette anni? Certo l'assioma bianconero vincere è l'unica cosa che conta non aiuta. Andrebbe chiosato con però esistono anche gli avversari.I tifosi delle altre squadre godono, ma non si comporterebbero molto diversamente. Questo modo esasperato e spesso violento, in parole e opere, di vivere il calcio, ahinoi, è un patrimonio comune. Ed è quello che ci rende marginali. Già ai ragazzini insegniamo a essere schiavi del successo a tutti i costi, come testimoniano le storie che giungono dai campetti di periferia. E se la Juventus perdesse scudetto e coppa Italia? Vincere tanto dovrebbe rendere meno amara la sconfitta, che prima o poi è destinata a manifestarsi, non il contrario.
Inter-Juve, corsi e ricorsi da Ronaldo fino ad Allegri
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Oggi 26-04-18, 08:09

Inter-Juve, corsi e ricorsi da Ronaldo fino ad Allegri

Dall'Inter all'Inter. Dove tutto è cominciato, adesso si può concludere. La grande nemica che ha aperto il ciclo straordinario dei sei scudetti, può mettere fine all'era da record della Signora. È un cerchio che si chiude. Il sei maggio di sei anni fa vincendo il derby contro il Milan 4-2, tripletta di Milito e gol di Maicon a disinnescare la doppietta di Ibrahimovic, la squadra di Andrea Stramaccioni consegnò il titolo con una giornata di anticipo alla Juventus, che festeggiò sul neutro di Trieste battendo il Cagliari e volando a più quattro. Sabato sera, sei anni dopo, l'Inter può sistemare la sua coscienza, scucendo il triangolo tricolore dalle maglie bianconere, già sfilacciato dalla testata di Koulibaly. Nei corsi e ricorsi c'è un nome: Massimiliano Allegri. L'attuale tecnico della Juventus e allora, cioè sei anni fa, sulla panchina del Milan. Stesso palcoscenico, stessa identica situazione: in trasferta allora (giocava in "casa" l'Inter), come sabato.E anche sei anni fa Allegri perse uno scudetto per molti versi incredibile con il Milan campione d'Italia in carica, e oggi non centrare il settimo con la Signora lo sarebbe altrettanto, anzi di più. Non solo perché negli ultimi centottanta minuti Buffon e compagni sono passati da un possibile più nove sul Napoli a un misero punticino di vantaggio in classifica. Ma anche perché sulla carta a inizio stagione la Juventus non doveva avere rivali, consolidata ulteriormente da un mercato estivo che sembrava aver colmato eventuali lacune e rinforzato i campioni d'Italia.Invece la sfida di sabato in casa dell'Inter è diventata all'improvviso decisiva. La Juve non può più sbagliare, ma di fronte ci sarà la squadra di Spalletti che a sua volta vuole i tre punti per tenere aperta la rincorsa alla Champions, di fondamentale importanza per le casse del club.In più a spingere il popolo nerazzurro c'è una ricorrenza speciale. Perché proprio oggi ricorrono i venti anni del famoso Juventus-Inter del contatto Ronaldo-Iuliano. Una ferita mai cicatrizzata per gli interisti, la riprova poche settimane fa quando il Fenomeno alla festa per i 110 anni del club interista ha attaccato: "L'Inter combatteva contro un sistema corrotto". E per esorcizzare quel 26 aprile 1998 che nella memoria nerazzurra è il giorno dello scandalo, non ci sarebbe niente di meglio che dare sabato sera il colpo di grazia alla Signora e servire al Napoli l'occasione per il sorpasso probabilmente decisivo, il giorno dopo a Firenze. Sarebbe solo un effetto collaterale gradito perché i tre punti sarebbero fondamentali prima di tutto per se stessi, per non perdere terreno da Roma e Lazio nella corsa agli ultimi due posti che qualificano alla prossima edizione della Champions League.Spalletti a inizio settimana ha mandato subito un messaggio chiaro al popolo interista: "Io spero che i tifosi dell'Inter vangano allo stadio per spingere la nostra vittoria in funzione del nostro obiettivo e non per tifare contro la Juve. Questo deve essere il modo di ragionare di tutto l'ambiente". In una partita che non è mai stata amichevole, non c'è nemmeno da prendere in considerazione il pareggio che di fatto allontanerebbe dai rispettivi obiettivi le due squadre. L'Inter in una notte si può prendere tutto con gli interessi: togliere alla Signora lo scudetto che le aveva consegnato sei anni fa e così archiviare il ventennale di Iuliano-Ronaldo e soprattutto piazzare uno scatto Champions. E l'ultimo è il più importante.
Ci furono errori Ma la Resistenza ci diede la libertà
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Oggi 26-04-18, 08:09

Ci furono errori Ma la Resistenza ci diede la libertà

Cari amici,sono passati 9 anni da un altro 25 aprile in una località-simbolo, il borgo abruzzese di Onna. Nel rendere omaggio alle vittime, espressi un auspicio, oggi più attuale che mai: quello di una pacificazione nazionale, che faccia del 25 aprile la festa davvero di tutti, perché la Resistenza, come il Risorgimento, è una delle basi della nostra identità nazionale.I valori, gli ideali, le ragioni che spinsero allora tanti giovani a rischiare la vita per la Patria, la Libertà, la Dignità nazionale sono gli stessi valori che - al di là delle contrapposizioni e dei conflitti naturali e addirittura necessari in una democrazia - devono essere condivisi da tutti, perché sono alla base della convivenza civile in uno Stato liberale e democratico.Molti di quei giovani entrarono in clandestinità, salirono in montagna, qui a Porzùs come in tanti altri luoghi dell'Italia centro-settentrionale, spinti dall'orgoglio delle loro idee. Fra loro vi erano cattolici, comunisti, liberali, monarchici, azionisti, socialisti, che seppero in tanti casi mettere da parte le contrapposizioni per rendere un comune servizio alla loro patria.Non tutta la Resistenza fu uguale, certo, e siamo qui a Porzùs proprio per ricordarlo. Vi fu chi si batteva per la libertà e per la patria, senza altri aggettivi, e chi considerava la guerra un passaggio della rivoluzione comunista. Il nemico era lo stesso, i metodi e gli obbiettivi erano profondamente diversi. Qui a Porzùs ricordiamo il martirio di una delle unità più valorose della Resistenza, la Brigata Osoppo, un martirio tanto più drammatico perché avvenuto ad opera non del nemico, ma di chi avrebbe dovuto essere alleato, fratello, compagno d'arme.A Porzùs si è scritta forse la pagina peggiore della guerra partigiana, quella nella quale l'ideologia comunista prevalse su tutto, anche sull'interesse nazionale. La Brigata Osoppo combatteva anche per salvaguardare l'italianità di queste terre, e difenderle da una nuova dittatura non meno feroce. Le tragiche vicende delle foibe, a poche decine di chilometri da qui, ci dimostrano quanto grave fosse il pericolo del terrorismo e della repressione, nazionalista e comunista insieme, messa in atto dai partigiani di Tito con la complicità, dispiace dirlo, dei comunisti italiani. Furono anzi proprio loro, i comunisti italiani, su ordine di Tito, a massacrare i loro compagni della Osoppo.Allora perché celebrare il 25 aprile proprio qui, dove la Resistenza scrisse la peggiore pagina in assoluto? Prima di tutto proprio per rendere omaggio agli eroi e ai martiri della Libertà. Poi perché conoscere, ricordare, commemorare episodi come questo è la condizione necessaria perché la Resistenza sia davvero un patrimonio che appartiene a tutti. Per molti anni nel Dopoguerra la sinistra ha rivendicato una sorta di esclusiva della lotta partigiana. Il 25 aprile era diventato la festa di una parte, non di tutti gli italiani. Di Porzùs, come delle foibe, come delle stragi nel triangolo rosso dopo la Liberazione, non era consentito parlare. Chi osava farlo, era bollato come nostalgico del Fascismo. E invece proprio la complessità, la drammaticità, le contraddizioni della Resistenza ne fanno non un mito retorico ma una pagina di storia vera, fatta anche di errori in buona fede e di crimini efferati.Prendere atto di questo significa capire il nostro passato per stare consapevolmente dalla parte di chi ha scelto di essere libero e di battersi perché lo fossero le generazioni seguenti. Dobbiamo ricordare i tanti ufficiali e soldati dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica, che - per fedeltà al Re o semplicemente all'Italia - hanno combattuto contro i tedeschi in condizioni difficilissime. I martiri di Cefalonia, gli eroi di Montelungo, i marinai della corazzata Roma che hanno scritto pagine tragiche e gloriose di valore militare.Dobbiamo ricordare ancora i tanti militari italiani internati in Germania, la maggioranza dei quali rifiutò l'offerta della libertà in cambio della collaborazione con la Repubblica Sociale, preferendo la prigionia in condizioni durissime al tradimento dei loro ideali.E naturalmente come ogni italiano non posso non pensare con gratitudine e commozione ai ragazzi americani, inglesi e ai ragazzi dei tanti Paesi alleati che hanno combattuto per la nostra libertà. Fra gli eroi merita un pensiero commosso un'unità particolare, la Brigata Ebraica, inquadrata nell'esercito britannico. Un corpo armato che raccoglieva volontari ebrei scampati per un soffio all'Olocausto e ancora pronti a rischiare la vita per la libertà di tutti. Il fatto che oggi la partecipazione delle insegne delle Brigata Ebraica alle celebrazioni del 25 aprile sia oggetto di contestazioni vuol dire che l'antisemitismo non è affatto morto e che c'è chi non ha capito nulla del valore unificante della Liberazione. Una Liberazione che per evidenti motivi nessuno ha più ragioni e più diritto di celebrare se non il popolo ebraico, principale vittima anche in Italia della follia criminale di Hitler.Oggi deve essere davvero la festa di tutti gli Italiani, perché celebriamo la libertà, che in Italia vinse il 25 aprile 1945 e che poi vinse di nuovo con le elezioni del 18 aprile 1948, una scelta decisiva della quale abbiamo commemorato da poco il 70 anniversario. È grazie a quelle due vittorie che oggi siamo un Paese meraviglioso che ci ha regalato settant'anni di libertà.La libertà diceva Piero Calamandrei, il grande giurista e il grande protagonista dell'antifascismo e della Costituente è come l'aria: ci si accorge di quanto è importante solo quando manca. Ho trascorso una parte della mia infanzia senza mio padre, costretto all'esilio in Svizzera per le sue idee antifasciste. Furono anni duri e rischiosi per mia madre, incinta e costretta a recarsi al lavoro ogni giorno a Milano dal paesino vicino a Como. Viaggi precari e spesso rischiosi, nel corso di uno dei quali riuscì a salvare una ragazza ebrea da un rastrellamento compiuto da soldati tedeschi.Sono convinto che la libertà sia il più grande dono che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità. Dobbiamo esserne degni e questo significa ritrovare lo spirito con il quale allora i nostri padri furono capaci superare le ideologie per combattere un nemico comune, ma anche per costruire una Costituzione nella quale tutti potessero riconoscersi, e un modello di convivenza civile che regge tuttora.È questo un grande insegnamento della nostra storia, che si dimostra particolarmente attuale in una stagione confusa della politica, nella quale l'Italia è frammentata e divisa. Il linguaggio della politica non dovrebbe mai assumere toni livorosi e aggressivi verso l'avversario, dal quale è naturale dissentire, ma che non deve mai diventare un nemico. L'insulto, l'odio, i veti, le preclusioni verso chi rappresenta un consenso democratico non sono nello spirito del 25 aprile.Anche per questo come già ebbi a dire in occasione del mio intervento ad Onna mi piacerebbe che questo giorno avesse un nome diverso: non più solo Festa della Liberazione, ma Festa della Libertà. Lo dico senza mancare di rispetto a chi allora compì scelte diverse, seguì Mussolini, e lo fece con coraggio pagando spesso un prezzo molto elevato. Molti di loro oggi possiamo dirlo serenamente non si macchiarono di crimini, ma combatterono con coraggio in nome di una malintesa fedeltà a un'alleanza, a un capo, a un'idea.Meritano rispetto, dicevo, ma senza dimenticare che combattevano dalla parte sbagliata. La pietà accomuna tutte le vittime, ma gli ideali non sono tutti uguali, e il giudizio storico non può mettere sullo stesso piano i difensori della libertà e i suoi nemici.La religione della libertà, di cui parlava allora Benedetto Croce, è la nostra religione civile. Tutte le forze politiche hanno il dovere di essere responsabili, nel linguaggio e nei comportamenti: il calcolo politico non può portare a disgregare quella convivenza democratica faticosamente acquisita settant'anni fa e mantenuta in epoche difficili, dalla Guerra fredda al terrorismo. Noi siamo impegnati consentitemi solo una parola sull'attualità - a cercare una soluzione alla crisi politica, senza veti né preclusioni, rispettosa del voto espresso dagli italiani.Oggi purtroppo solo il centrodestra sembra davvero consapevole dell'importanza della posta in gioco, solo Forza Italia sta prendendo sul serio la richiesta di cambiamento e di soluzione dei problemi che è uscita dalle urne il 4 marzo.Questo non è un momento elettorale, fare propaganda elettorale qui oggi sarebbe irrispettoso verso i martiri di Porzùs e della Resistenza tutta. Ma sono certo che i Friulani e i Giuliani, quando domenica si recheranno alle urne, avranno ben presenti questi comportamenti, e sapranno bene come votare.Silvio Berlusconi
Bayern crea, il Real colpisce Il primo round è del Madrid
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Oggi 26-04-18, 08:07

Bayern crea, il Real colpisce Il primo round è del Madrid

Matteo BasileQuando in campo ci sono due delle regine d'Europa non puoi che aspettarti uno spettacolo all'altezza. E Bayern Monaco e Real Madrid non deludono le attese. Lo show non manca anche se per larghi tratti mancano i protagonisti più attesi, Cristiano Ronaldo e Lewandowski su tutti. Il fenomeno portoghese sembra il fratello brutto dello spaccapartita visto nell'andata della gara contro la Juventus. Mentre dall'altra parte è un indiavolato Ribery a fare a pugni con tutti, carta d'identità compresa. Alla fine a fare la differenza sono gli episodi, in particolare gli errori individuali, con il Real Madrid meno brillante dei tedeschi ma cinico e bravo ad approfittare delle situazioni favorevoli.Zidane rischia e cambia tutto in attacco. Fuori contemporaneamente Bale, Benzema e Asensio, tridente offensivo composto da Lucas Vazquez, Cristiano Ronaldo e Isco. Heynckes invece schiera un Bayern a forte trazione anteriore con Robben, James Rodriguez, Muller e Ribery a giostrare dietro la punta centrale Lewandowski. Ma dopo 5' subito una tegola per Heynckes che deve rinunciare a Robben per infortunio. Al posto del fortissimo ma fragile olandese entra Thiago Alcantara, mica l'ultimo arrivato, comunque.Passano pochi minuti e il Real prende possesso del campo e sembra quasi dominare il Bayern. Ma proprio nel momento migliore dei blancos ecco la fiammata tedesca. Ripartenza velocissima, James lancia il giovane Kimmich che con un tiro in diagonale, forse più un cross, batte un Navas ancora una volta non all'altezza della maglia che indossa, dopo le papere con la Juventus. Ti aspetti il grande nome, ed ecco spuntare il ragazzo, classe '95, lanciato, costruito e plasmato da Guardiola.Neanche il tempo di festeggiare che il Bayern è costretto al secondo cambio forzato. Problema muscolare per Boateng che alla mezz'ora alza bandiera bianca e lascia il posto a Sule.20' grande occasione per Hummels su azione d'angolo e poi con Muller, dopo un'azione sulla fascia targata Ribery-Rafinha.E quando il 2 a 0 sembra nell'aria, ancora un ribaltone, questa volta targato Real: palla messa in mezzo un po' a casaccio che arriva sul sinistro di Marcelo, botta potente e precisa che finisce nell'angolo per l'1 a 1.La ripresa inizia con un ritmo più brillante e con il Bayern che sembra padrone del campo. Ma quando ci sono due grandi squadre, mai dire mai. Il Bayern pressa? Sciocchezza di Rafinha, contropiede chirurgico del Real con Lucas Vasquez che mette Asensio in porta e il 2 a 1 spagnolo è cosa fatta.Il Bayern non ci sta e si butta in avanti quasi a testa bassa con un Ribery in versione ragazzino che fa ammattire la difesa spagnola al punto che Carvajal è costretto ad uscire per un problema muscolare, a furia di ripartenze ad alta velocità. Ci prova Ribery, due volte, ma Navas si riscatta con ottime risposte. Ci prova Lewandowski che non sfrutta l'occasione. Ma alla fine anche l'assedio non serve a nulla. Il Real si porta a casa una vittoria preziosissima che però non chiude il discorso finale. Per raggiungere Kiev il Madrid dovrà fare qualcosa di più in casa perché il Bayern non è squadra che si dà per vinta.
"Se ci provate non vi votiamo più" Sui social i militanti si scatenano
ALTRO
Oggi 26-04-18, 08:06

"Se ci provate non vi votiamo più" Sui social i militanti si scatenano

Roma L'ultimo iscritto in ordine di tempo ha esposto le proprie rimostranze via Twitter è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, tesseratosi nella storica sezione del centro di Roma dopo la débâcle del 4 marzo. "Lascerò il Pd in caso di alleanza con i Cinque Stelle. E lo confermo", ha scritto.L'onda del dissenso espresso sui social si è canalizzata attraverso due hashtag #senzadime e #RenziTorna. Militanti ed elettori hanno "occupato" le bacheche degli esponenti del partito. C'è chi chiama in causa i valori fondanti dei dem, commentando i video pubblicati in occasione del 25 aprile. "Proprio per questi valori della resistenza da cui l'Italia e il Partito democratico nascono e si fondano - scrive un utente - non possiamo accettare alleanze di nessun tipo con chi ha definito liberticida la legge di Emanuele Fiano sull'apologia del fascismo come 5 Stelle o Lega". In generale l'appello è a "rimanere all'opposizione". "Il 25 aprile non lo celebrano mai. La legge Fiano no perché è liberticida. La legge contro il revisionismo storico no. La manifestazione antifascista di Como no (Pd strumentalizza gne-gne-gne). Vi servono altri elementi per capire a chi il #M5s strizza l'occhio?", protesta Davide La Rosa. "I grillini erano quelli che, dall'alto dei loro click, chiamavano il Renzi del 41% alle europee e del 69% alle primarie "abusivo". Oggi hanno il 32 e secondo alcuni dovremmo accettare le loro condizioni e premier. E magari, che so, ringraziarli pure", si è scandalizzata Caterina Coppola. "Torna Renzi, fermali, noi il Pd così non lo riconosciamo tanto meno sentiamo di appartenergli. Mai con i 5 Stelle MAI! (su Internet il maisucolo equivale a urlare)". Ed ancora Isabella: "#RenziTorna a difendere il mio voto. Chi vi ha votato non merita di essere svenduto al #M5S"."Se solo vi azzardate a discutere con i grillini, non voterò mai più Pd", osserva una simpatizzante in un commento a margine di un post sulle trattative con i Cinque stelle, incassando oltre 300 like in meno di una giornata. "Il 4 marzo ho votato 5 Stelle e non me ne sono accorto", aggiunge Andrea Cerri. C'è poi, come Gianni Quadrini, chi ricorda l'elenco degli epiteti rivolti dai pentastellati ai piddini: "mafiosi, massoni, maiali, pidioti, ebeti ed ebrei". C'è chi, invece, come Cinzia Emanueli accusa il partito "di essere in mano a malati di potere". Insomma, la base non ha capito. L'avvicinamento ai Cinque stelle non piace tranne a coloro che con l'ex segretario non vorrebbero più avere a che fare. Stefano Mazzurana bolla l'hashtag #RenziTorna come "sindrome di Stoccolma".