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La sfida campale per Netanyahu al grido di "destra o Palestina"
Oggi 26-10-26, 17:43
AGI - Israele torna al voto, tre anni dopo il famigerato 7 ottobre, il giorno più nero nella storia del Paese. Al grido di "destra o Palestina", è la sfida decisiva per Benjamin Netanyahu, il premier che ha battuto tutti i record di longevità al potere, ma che viene accusato dall'opposizione non solo di avere una responsabilità morale per l'attacco di Hamas, come capo del governo, ma anche pratica per aver ignorato i presunti avvertimenti arrivati dagli alleati regionali. In ballo per lui non c'è solo la sopravvivenza politica: braccato da un processo in corso per corruzione, frode e abuso di fiducia, rischia di perdere molto di più. הנשיא טראמפ קורא לכם להצביע מחל. אל תישארו בבית, הצביעו מחל ויחד נשלים את המשימה ונשמיד את האיום האיראני. https://t.co/6jQRjz8UVr — Benjamin Netanyahu - בנימין נתניהו (@netanyahu) October 26, 2026 Netanyahu e l'alleanza con l'estrema destra Spodestato brevemente dal governo del cambiamento di Bennett-Lapid, il leader del Likud è tornato al potere alla fine del 2022 con il governo più estremista e reazionario che lo Stato ebraico abbia mai visto. L'alleanza con l'estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ha portato a un inasprimento senza precedenti delle tensioni e della polarizzazione nella società israeliana. Lo scontro con la magistratura, acuito dalla controversa riforma della giustizia che il ministro 'falco' del Likud Yariv Levin ha provato a far passare nei primi mesi del mandato, ha raggiunto i massimi livelli. Tanto da spingere una parte consistente della società civile in piazza a protestare. Manifestazioni di massa che per mesi, all'inizio del 2023, si sono ripetute tutti i sabati. Epicentro delle dimostrazioni antigovernative è Kaplan Street, a Tel Aviv, da cui il nome 'kaplanisti'. Gli stessi che sabato scorso sono scesi in strada dando vita a una manifestazione oceanica, con circa 100mila persone secondo gli organizzatori, contro il premier. Un 'popolo' che si oppone ai 'bibisti', i sostenitori di Netanyahu, che lo votano da decenni senza tentennamenti. Il 7 ottobre e le guerre a Gaza, Libano e Iran In questo contesto si è abbattuta la tragedia del 7 ottobre 2023: più di 1.200 morti e oltre 250 ostaggi portati a Gaza. È stato l'inizio per Israele di una guerra su più fronti che si trascina ancora adesso, nonostante precari cessate il fuoco. Al conflitto contro Hamas nella Striscia, praticamente rasa al suolo con oltre 70mila morti e devastazioni immani, ha fatto seguito l'ennesima guerra contro Hezbollah nel sud del Libano, per proseguire nel giugno 2025 con una prima campagna militare contro l'Iran, fino all'offensiva ben più massiccia, lanciata insieme agli Stati Uniti nel marzo di quest'anno. Uno scenario di guerra 'perenne' al quale si sono aggiunte le minacce dei ribelli yemeniti filo-iraniani Houthi, autori di ripetuti attacchi con droni e missili contro lo Stato ebraico, le tensioni con la Siria alla luce delle violenze sui drusi e dell'espansionismo turco, e l'impennata degli attacchi dei coloni ai palestinesi in Cisgiordania, che ha raggiunto l'apice negli ultimi mesi. Molteplici guerre e minacce che hanno avuto ripercussioni sugli israeliani, dalle difficoltà economiche al moltiplicarsi dei giorni di servizio militare per i riservisti, dai quali sono esclusi gli ultraortodossi, un fatto che ha acuito la frattura interna alla società, insieme ai danni all'immagine internazionale di Israele. Senza parlare dell'incubo per i familiari degli ostaggi: gli ultimi in vita sono stati rilasciati nell'ottobre 2025 dopo oltre 700 giorni di prigionia e il corpo del 25enne Ran Gvili è stato riconsegnato solo lo scorso gennaio, alimentando le critiche al governo, accusato di non avere abbastanza a cuore la battaglia per il loro ritorno. Elezioni in Israele, Eisenkot sfida Netanyahu In vista delle elezioni, contro Netanyahu si è compattato un autoribattezzato 'blocco sionista', molto composito, che va dal centrodestra di Naftali Bennett e Yair Lapid al nazionalista Avigdor Liberman, fino alla sinistra dei Democratici capitanati da Yair Golan. A guidare l'opposizione c'è la novità delle elezioni: Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, che dopo l'esperienza con Blu e Bianco di Benny Gantz ha fondato un suo partito, Yashar. Gli israeliani ne sono stati conquistati, stando ai sondaggi che lo danno ormai da settimane in testa, davanti al Likud. Il vantaggio, tuttavia, non garantisce al fronte anti-Netanyahu una maggioranza parlamentare. Tra le principali promesse elettorali del blocco sionista c'è l'istituzione di un'inchiesta statale sui fallimenti del 7 ottobre, una 'bestia nera' per Netanyahu, che finora ha strenuamente resistito a tutti gli appelli a indagare errori e responsabilità che hanno portato all'attacco di Hamas. Il peso del 7 ottobre sulla leadership di Netanyahu Proprio il massacro del 7 ottobre è una delle principali macchie che pesano sull'immagine del leader del Likud. Figlio di uno storico molto attivo nei gruppi sionisti di destra ed esperto dell'Inquisizione spagnola, e fratello di un comandante delle forze speciali, ucciso nell'operazione di liberazione degli ostaggi israeliani a Entebbe nel 1976, Netanyahu ha sempre ammaliato e conquistato l'elettorato dipingendosi come il 'difensore in capo' del popolo ebraico contro ogni avversità. La morte del fratello fu un dolore grandissimo che lo portò a lasciare gli Stati Uniti, dove studiava, per tornare in patria e poi buttarsi in politica. Negli anni, Netanyahu si è presentato come l'unico leader in grado di trattare con i grandi attori internazionali grazie alle sue relazioni personali. Oggi, oltre alle beghe giudiziarie e agli scandali che lo hanno coinvolto da vicino, dal Qatargate al Bibileaks, nei quali sono coinvolti alcuni dei suoi più stretti consiglieri, deve difendersi dall'accusa di aver fallito proprio sulla sicurezza. Gli viene contestato di aver portato avanti negli anni una politica di 'appeasement' nei confronti di Hamas a danno dell'Autorità nazionale palestinese, in nome di un 'divide et impera' del campo palestinese, che avrebbe permesso al gruppo armato al potere nella Striscia di scatenare l'attacco letale. Non hanno giovato, nelle ultime settimane, le rivelazioni di stampa secondo le quali sarebbe stato avvertito direttamente dal presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan del pericolo, senza prendere alcuna iniziativa. La carta Iran e il sostegno di Donald Trump Oltre a soffiare sul fuoco della minaccia interna araba, mettendo in guardia sul pericolo che nel prossimo governo di Eisenkot trovino posto anche rappresentanti dei partiti arabi, Netanyahu ha puntato con forza sulla 'carta' Iran, avvertendo del rischio di un "secondo Olocausto" qualora non dovesse essere rieletto. Sottolineando la "minaccia esistenziale" rappresentata da Teheran, è arrivato a pubblicare su X un'immagine generata dall'intelligenza artificiale che ritrae un'esplosione nucleare su Tel Aviv. In suo soccorso è arrivato, quasi fuori tempo massimo, Donald Trump, "il più grande amico di sempre di Israele". Il presidente degli Stati Uniti, nonostante i rapporti niente affatto idilliaci degli ultimi mesi, si è speso pubblicamente con un "pieno e totale" endorsement, lodando le capacità di Netanyahu come "primo ministro guerriero", "forte, coraggioso e brillante", capace di resistere a tutte le pressioni, anche nelle avversità.
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