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Trump, il D-Day con Teheran e la cautela con Pechino
Oggi 26-08-26, 15:21
AGI- Mettere paura all'Iran ma senza rischiare uno scontro diretto con la Cina che, di per sé, acquista circa il 90% delle esportazioni petrolifere di Teheran. Un equilibrismo diplomatico difficile quello messo in atto lunedì scorso dal segretario al Tesoro Usa Scott Bessent che tiene conto ovviamente della prossima visita in Usa del presidente cinese Xi Jinping il 24 settembre prossimo. L'effetto domino tra Iran e Cina L'analisi del suo operato è oggi sui media americani, con la Cnn che dedica un articolo alla 'diplomazia discreta' del presidente americano con la Cina. Il dardo intanto contro l'Iran è stato lanciato, Bessent ha definito le sanzioni "le più dure della storia" specificando che "faranno crollare il regime". Un "D-Day economico" per l'Iran, nel paragone con la storica invasione della Francia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma c'è solo un problema, scrive oggi la Cnn, "per dare seguito a quelle dure parole non basta essere duri con l'Iran, ma bisogna esserlo anche con la Cina, che è il principale partner commerciale di Teheran. E Trump e la sua amministrazione si sono dimostrati piuttosto restii a farlo". La vaghezza di Bessent Cautamente Bessent, quando ha presentato la strategia economica lunedì, non ha nominato i paesi specifici che sarebbero stati puniti, nè ha indicato le tempistiche, se non avessero interrotto i rapporti con Teheran. E l'annuncio, in particolare, non includeva sanzioni secondarie contro le grandi banche cinesi che facilitano gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino. Secondo gli analisti economici sentiti da Cnn, colpire queste banche e le aziende cinesi sarebbe cruciale per infliggere un duro colpo all'economia iraniana. Il delicato rapporto con Pechino Ma, non per la prima volta negli ultimi giorni, Bessent ha eluso le specifiche azioni da intraprendere su questo fronte. Ha lasciato intendere che si stessero inviando dei messaggi - affermando che "nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi" - ma non ha specificato cosa accadrà con la Cina. "Se agevolano le transazioni e fanno parte dell'ecosistema che trasforma il petrolio iraniano in denaro, in repressione, saranno presi di mira", ha affermato il ministro americano del Tesoro. Ma, ha aggiunto, "riteniamo che il modo migliore per interagire con i Paesi sia attraverso la diplomazia discreta". "Così, quando il martello delle azioni del Tesoro statunitense si abbatterà su di loro, non potranno incolpare nessuno se non se stessi". Un approccio cauto con Pechino in vista della visita del mese prossimo. Bessent ha minacciato le cosiddette "sanzioni secondarie", ma non ha mai pronunciato la parola "Cina", sottolinea anche il New York Times, secondo cui il segretario al Tesoro ha fatto di tutto per "evitare di irritare la seconda economia mondiale e l'unica Nazione che potrebbe decidere se questa nuova strategia della Casa Bianca abbia possibilità di successo". Il passo indietro di ottobre Sebbene Trump abbia ostentato negli anni una linea dura nei confronti della Cina, a ottobre ha fatto marcia indietro sulla guerra commerciale con Pechino, accettando una tregua di un anno. Ciò è avvenuto poco dopo che Pechino aveva aumentato la sua pressione limitando l'accesso a minerali critici delle terre rare e interrompendo gli acquisti di soia americana. L'anno scorso Trump ha anche ignorato la legge federale per contribuire a salvare l'app di video TikTok, di proprietà cinese, nonostante la sua prima amministrazione l'avesse definita una grave minaccia alla sicurezza nazionale a causa della sua capacità di spiare i cittadini americani. Il nodo di Taiwan e le elezioni del 2020 E già a maggio, nella sua visita in Cina Trump, invece di fare pressioni pubblicamente su Xi riguardo a una potenziale invasione di Taiwan, ha fatto alcune importanti concessioni retoriche sulla questione. "Ha anche fatto marcia indietro rispetto alle sue precedenti promesse di ottenere dalla Cina la liberazione di Jimmy Lai, un ex magnate dei media di Hong Kong che aveva criticato il Partito Comunista Cinese". A luglio poi, Trump ha tenuto un discorso in prima serata in cui ha affermato che la Cina aveva effettivamente interferito nelle elezioni statunitensi del 2020 (cosa che non corrispondeva a quanto dimostrato dalle prove). Ma invece di punire la Cina per questa presunta e apparentemente grave provocazione, Trump ha minimizzato la necessità di ritorsioni. Alle domande della Cnn sul perché le importanti sanzioni secondarie che aveva preannunciato non fossero entrate in vigore immediatamente. "Beh - ha risposto il segretario al Tesoro - stiamo dando a tutti l'opportunità di porre rimedio ai comportamenti scorretti". "Perché dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?". L'amministrazione sembra ben consapevole che adottare una linea dura nei confronti dell'Iran implicherebbe attaccare la Cina, un rischio che potrebbe ritenere non valga la pena correre.
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