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Al "Branca" è liberi tutti. Niente autorizzazioni e nessuno controlla
Oggi 29-07-26, 09:00
Niente concessione, scaduta nel 2011, niente licenza di pubblico spettacolo, niente autorizzazione alla somministrazione di cibo e bevande. Eppure il centro sociale Brancaleone continua a servire birre e a organizzare serate e concerti, senza che nessuno gliene chieda conto. Questo nonostante i ripetuti solleciti alla polizia locale da parte del Municipio III, che nel 2023 ha vietato la somministrazione per abusi edilizi rilevati nel locale di via Levanna. Lo scambio di missive arriva fino ai giorni nostri. Il 17 aprile scorso, rispondendo alla ex Circoscrizione, che per l'ennesima volta chiedeva ai vigili di andare a verificare se lo stop è stato o meno rispettato, il dirigente interinale del III Gruppo dei Caschi bianchi ha ribadito che «al fine di poter accedere ai locali dell'associazione in oggetto, si richiede di concordare qualsiasi intervento con la polizia di Stato per evitare implicazioni afferenti l'ordine pubblico». Come se fossimo davanti a un covo di antagonisti, di professionisti dei disordini. Invece è «solo» il Brancaleone, che però vive in un limbo dove tutto sembra consentito. Eppure, dalla tragedia di Crans Montana, sono già parecchi in giro per la Capitale i locali privati chiusi e i titolari denunciati per carenze igienico-sanitarie e relative alla sicurezza. Il corto circuito diventa ancora più evidente quando si legge la risposta che il dipartimento Cultura di Roma Capitale ha dato all'accesso agli atti fatto dal capogruppo della Lega, Fabrizio Santori. Il responso è chiaro: su via Levanna 11 non c'è l'autorizzazione di pubblico spettacolo. Non va meglio al civico 13, che è comunicante con l'11 (siamo sempre negli spazi del centro sociale), su cui un'autorizzazione è stata rilasciata nel 2015 ma è stata sospesa nel 2017 per «l'indisponibilità - scrive il dipartimento - di alcune strutture necessarie per mantenere il parere favorevole di Agibilità di pubblico spettacolo» rilasciata due anni prima. Santori non le manda a dire: «È inaccettabile che, mentre per alcuni la legge viene applicata con il massimo rigore, altri sembrino godere di un trattamento di favore. Se esistono locali considerati intoccabili perché vicini a determinati ambienti politici o culturali, è un fatto gravissimo che va chiarito». Ma c'è un interrogativo in più: nel 2015 la concessione per via Levanna era scaduta già da anni. Come ha fatto allora il centro sociale a ottenere dal Comune autorizzazioni di qualsivoglia tipo? È uno dei misteri che avvolgono la storia del Brancaleone, la stessa peraltro di tanti altri centri sociali capitolini, eredità della Affittopoli scoperchiata da Il Tempo ormai un decennio fa. Scorrendo le carte che riguardano il «Branca», ci ritroviamo in un ginepraio di documenti, esposti dei residenti infastiditi dal frastuono che arriva dal locale (che sarebbe di proprietà comunale, parte del patrimonio cosiddetto «indisponibile»), sentenze, ricorsi e controricorsi. Pare a proposito che l'associazione «Spazio Autogestito Aps» abbia impugnato al Tar l'atto municipale del 2023 che ha vietato la somministrazione, dopo essersi già vista rigettare sempre dal Tar, nel 2023, la richiesta di annullamento e sospensione dell'efficacia. Ora l'udienza di merito è prevista per il 23 ottobre prossimo. Si vedrà se questa volta il Branca avrà maggiore fortuna, ma finora il divieto del Municipio resta valido. Il punto è che nessuno lo ha ancora fatto rispettare. Neanche il dipartimento capitolino Patrimonio sembra avere fretta: il 15 giugno scorso la risposta alla direzione municipale (che nel 2024 ha segnalato pure il «grave stato di degrado in cui versa il bene») è stata di attivarsi per andare a verificare la situazione sul posto. Intanto il tempo scorre, e in attesa che qualcuno si presenti a bussare alla porta di via Levanna è utile una breve cronistoria. Si parte nel 1990, quando avviene l'occupazione del locale comunale di via Levanna 11, una situazione in qualche modo regolarizzata dal Comune con una concessione rilasciata nel 1999, per complessivi 12 anni. Arriviamo quindi al 2011, quando Roma Capitale decide di non rinnovare l'assegnazione ma «continuava a inviare a Spazio Autogestito la richiesta di pagamento dei canoni concessori rivalutati», si legge nel ricorso dell'associazione contro lo stop alla somministrazione deciso dal Municipio. A quanto pare il Brancaleone paga, ma a dicembre 2016 scatta il sequestro: il Comune rivuole quell'immobile. Sembra finita ma non lo è: nel 2017 e poi nel 2018 la magistratura prima fa dissequestrare il locale, che torna al Comune, e successivamente lo «restituisce» di fatto ai gestori. Da quel momento il Branca torna il Branca, ma un altro giudice, stavolta amministrativo, si esprimerà diversamente qualche anno dopo. Per il Tar, che ha sentenziato a ottobre 2023, dal momento della scadenza della concessione, nel 2011, l'associazione non ha più titolo a rimanere in quegli spazi. Da allora siamo nel limbo.
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