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Anatomia della palude. Altro che "incidente"
Oggi 16-07-26, 09:04
Ifatti li conosciamo. La Camera ha bocciato l'emendamento che reintroduceva le preferenze, salvo i capilista bloccati. Lo ha bocciato a scrutinio segreto, con almeno trenta franchi tiratori. Giorgia Meloni c'ha messo la faccia, loro no. Quello del 14 luglio non è un incidente parlamentare. È in qualche modo la riemersione della prassi più antica del sistema politico italiano, quella che Meloni ha chiamato «la palude». Partiamo dal voto segreto. Tecnicamente è un dispositivo che recide la catena della responsabilità, perché interrompe il rapporto tra elettore, partito e parlamentare esattamente nel punto in cui dovrebbe farsi visibile: il voto in Aula. Non è un dettaglio procedurale. Fino alla riforma del 1988 il voto segreto era prevalente, poi fu ridimensionato proprio perché si era rivelato un moltiplicatore di instabilità. La scienza politica conosce bene ciò che il voto segreto produce, ossia consente al parlamentare di comportarsi da defettore occulto, leale in pubblico e sabotatore nell'urna, senza pagare alcun costo reputazionale con la sua defezione. Andiamo al secondo livello di analisi. Cui prodest? A chi giova quell'esito? Qui bisogna adottare uno sguardo temporale lungo. Il trasformismo non è certo una degenerazione recente della politica italiana, anzi è la sua matrice, da Depretis in poi. La palude è proprio questo: un equilibrio di sistema in cui quasi nessuna elezione produce un vincitore e il potere si redistribuisce dopo il voto, nei palazzi, attraverso maggioranze arcobaleno, ribaltoni, esecutivi tecnici e gruppi misti che si gonfiano in corso di legislatura. È un equilibrio anche razionale per chi lo vive in prima persona – garantisce rendite di posizione, dà un potere di ricatto ai piccoli attori e produce irresponsabilità diffusa – ed è al tempo stesso ciò che ogni riforma in senso maggioritario promette di estinguere. Ecco perché la riforma elettorale, con il premio di maggioranza nazionale in entrambe le Camere, è stata colpita nel suo punto simbolicamente più esposto. Non solo per ciò che conteneva l'emendamento, ma per ciò che l'impianto promette. Un sistema che traduce il consenso in una maggioranza coerente nelle due Camere restringe lo spazio della palude. Il voto sulle preferenze misurava, in parte, anche la volontà di portare fino in fondo l'impianto. Chi ha sparato al buio alla Camera, qualunque fosse il calcolo individuale, ha lavorato oggettivamente per mantenere la palude. Forse c'è un livello più profondo, che spiega la «ferocia» simbolica dell'agguato. Giorgia Meloni ha un'idea di democrazia maggioritaria – destra/sinistra, governo/governo ombra, noi/loro – più vicina, nell'immaginario, alle tribune contrapposte di Westminster che all'emiciclo, tipico delle democrazie consociative e potenzialmente assembleariste. Chi colpisce questa legge, forse, vuole rigettare anzitutto quel modello. È legittimo, purché lo si dica. Si dica perché un modello «decidente» – oggi fondamentale in uno scenario globale in cui velocità e credibilità degli esecutivi sono variabili strategiche – e trasparente verso i cittadini – che sanno prima del voto chi si candida a governare, con quali alleati e con quale programma – dovrebbe essere meno desiderabile di quello a cui siamo abituati da 80 anni. L'Italia repubblicana ha sperimentato sulla sua pelle il costo di favorire la rappresentatività alla governabilità, con 68 governi in ottant'anni e una durata media di poco più di 400 giorni. Dal 1992 il presidente del Consiglio è cambiato 17 volte, mentre la Germania – proporzionale anch'essa, ma con sfiducia costruttiva e soglia di sbarramento al 5% – cambiava cancelliere 4 volte. Il governo Meloni è oggi il secondo più longevo della storia repubblicana, a poche settimane dal primato del Berlusconi II. Ma questa è una stabilità anomala, dovuta all'offerta politica del 2022 e alle capacità di tenuta del governo e della Presidente del Consiglio. E le anomalie, senza regole che le consolidino, regrediscono verso la media. Si dirà che la Prima Repubblica era più stabile di quanto dicano i numeri. Cadevano i governi, ma restavano partiti e spesso ministri. È vero, ed è precisamente il problema. Era continuità senza responsabilità, perché il potere sopravviveva agli esecutivi, mentre l'elettore non poteva attribuire con chiarezza meriti e colpe. La palude è anche questo: stabilità degli apparati e instabilità del comando. Proviamo ora a valutare l'obiezione meno sistemica, ossia quella per cui i franchi tiratori non avrebbero votato per la palude, ma solo per conservare a proprio vantaggio il meccanismo della lista bloccata. L'obiezione non assolve, e forse aggrava. Il parlamentare che difende la propria casella nella lista bloccata difende esattamente la figura su cui la palude si regge, cioè l'eletto che non risponde a nessun elettore. L'agguato, non a caso, ha richiesto due anonimati combinati: voto segreto in Aula e lista bloccata alle urne. Chi non è scelto da nessuno non è sanzionabile da nessuno, e usa l'immunità che il sistema gli garantisce per perpetuare proprio il sistema che gliela garantisce. La micro-razionalità del singolo, sommata al segreto del voto, produce la macro-riproduzione della palude: nessuno l'ha «voluta», ma tutti l'hanno servita. Ultimo scudo ipotetico, il più nobile: l'articolo 67 della Costituzione. Il parlamentare rappresenta la Nazione «senza vincolo di mandato», per cui il dissenso del singolo è costituzionalmente protetto. Vero. Ma il libero mandato non è certo elusione della responsabilità. Il suo contrappeso è il giudizio politico degli elettori, che presuppone scelte visibili. Burke difese il suo dissenso davanti agli elettori di Bristol, esponendosi apertamente al loro verdetto. Esercitato al buio del voto segreto, il libero mandato degrada a mandato irresponsabile. Dissentire è costituzionale, farlo senza «firmare» è soltanto comodo opportunismo.
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