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Cannavaro silenzia il coro anti Trump: "I controlli? Di routine"
Oggi 11-06-26, 12:13
Bastava un po' di buonsenso, e magari qualche ora di volo transatlantico, per non cadere nella trappola. Invece, nell'era in cui un video di trenta secondi diventa una narrazione compiuta nel giro di un'ora, c'è chi ha trasformato i normali controlli di sicurezza dell'aeroporto di New York in un affronto alla dignità umana. La vittima designata della storia: Fabio Cannavaro, campione del mondo 2006, Pallone d'Oro, oggi commissario tecnico dell'Uzbekistan al suo storico primo Mondiale. Le immagini che hanno fatto il giro dei social nei giorni scorsi mostravano i giocatori uzbeki e lo staff tecnico sottoposti a ispezioni con metal detector e cani antidroga, con Cannavaro stesso controllato per diversi minuti. A fare da detonatore alla polemica è stato il giornalista e scrittore britannico Aaron Bastani, noto esponente della sinistra radicale d'oltremanica, che sul suo profilo “X” ha twittato in modo tranchant: “Fabio Cannavaro, vincitore della Coppa del Mondo, ex capitano dell'Italia e vincitore del Pallone d'Oro, perquisito come un presunto corriere della droga negli Stati Uniti”. Parole affilate, efficaci sui social, e sostanzialmente prive di fondamento. Perché Cannavaro, che sul campo ha dimostrato di saper leggere le situazioni meglio di chiunque, ha fatto quello che i professionisti della polemica online raramente fanno: ha spiegato come stanno le cose. In un post su “Instagram”, il ct ha smontato il caso con la semplicità di chi sa distinguere la realtà dall'amplificazione mediatica. “Ho visto sulle prime pagine dei giornali le fotografie delle perquisizioni a cui siamo stati sottoposti all'aeroporto, come nazionale uzbeka. Ho letto anche titoli sbagliati, quindi vorrei fare chiarezza. Sono stati controlli di routine, normali”. Poi il punto cruciale, quello che evidentemente sfugge a chi ha rilanciato le immagini senza contestualizzarle: quando le Nazionali del Mondiale viaggiano, non passano dai terminal come i viaggiatori comuni. I bus dedicati le accompagnano direttamente in pista, e i controlli avvengono lì, non nelle aree di imbarco. Stessa procedura, luogo diverso. Vale la pena sottolinearlo: chiunque abbia mai varcato un confine americano sa che gli Stati Uniti non scherzano con la sicurezza aeroportuale. Prima del 2001 era già così; dopo l'11 settembre, quella rigidità è diventata un dogma istituzionale. Metal detector, scanner dei bagagli, cani addestrati, agenti federali: è la norma per chiunque metta piede sul suolo americano, che si tratti di un turista milanese o di una delegazione sportiva internazionale. Non è un'umiliazione, è una procedura. E trattare quella procedura come uno scandalo, solo perché a sottoporsi ai controlli è un nome celebre del calcio mondiale, dice molto sull'attitudine di chi urla allo scandalo e pochissimo sulla realtà dei fatti. Il caso Uzbekistan si inserisce in un contesto già caldo: prima dell'apertura dei Mondiali si erano moltiplicate le polemiche legate all'ingresso nel territorio americano, tra cui il trattenimento per sette ore all'aeroporto di Chicago dell'attaccante iracheno Aymen Hussein e il caso dell'arbitro somalo Omar Tartan. Storie che meritano attenzione, perché lì si tratta di scelte discrezionali delle autorità americane nei confronti di specifiche nazionalità. Il caso Cannavaro, invece, non ha nulla a che vedere con questo: anche la Federazione senegalese, coinvolta in circostanze simili, ha chiarito che si è trattato di normali controlli aeroportuali effettuati direttamente ai piedi dell'aereo, con la stessa procedura descritta dal ct italiano. Mettere tutto nello stesso calderone - i visti negati all'Iran, il fermo di Hussein, e la verifica dei bagagli di Cannavaro - è un errore o una scelta. In entrambi i casi, produce disinformazione. E fa un torto alla denuncia legittima, quella sui casi in cui la sicurezza americana è effettivamente diventata strumento di pressione politica, mescolandola con la banalità di una routine aeroportuale fraintesa da chi non conosce i protocolli del trasporto di Stato. Cannavaro ha chiuso la questione con la stessa sicurezza con cui chiudeva le avanzate degli attaccanti avversari: “Nessuno scandalo. Nessun trattamento poco dignitoso o rispettoso”. Parola di chi c'era. Forse è il caso di credergli.
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