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Così la sinistra italiana fa scomparire le botte spagnole a Flotilla
Oggi 25-05-26, 08:25
Si chiamano rimozioni. Perla psicoanalisi è un meccanismo di difesa con cui il cervello esclude dalla coscienza fatti o ricordi traumatici che generano ansia o vergogna. Da qui la scelta consapevole di nascondere l'evento: se occhio non vede, cuore non duole. È l'esatta fotografia del comportamento tenuto dal campo largo di fronte alla sonora manganellata che gli agenti spagnoli hanno riservato a sei attivisti della Flotilla, rimpatriati a Bilbao dalla Turchia dopo essere stati rilasciati da Israele. La tensione è scaturita quando il gruppetto di ProPal ha bloccato il passaggio attraverso un gate di arrivo, scatenando la dura reazione di Ertzaintza (la Polizia basca che poi si è scusata). A distanza di ore, le polemiche a Madrid continuano a tenere banco. Protesta ufficialmente la Global Sumud Flotilla: «Ciò che è accaduto all'aeroporto iberico è una dimostrazione agghiacciante della repressione globale». Il «famigerato» modello Israele: se i poliziotti spagnoli hanno la mano pesante, alla fine è colpa di Bibi Netanyahu. Su X il giornalista Fonsi Loaiza denuncia: «Hanno sospeso il mio account Instagram per aver documentato le violenze della polizia contro gli attivisti in solidarietà con la Palestina». Ma se in Spagna l'Izquierda è in fiamme, a Roma vige il silenzio della rimozione. I giornaloni progressiti, da Repubblica al Corriere, ieri mattina preferivano non dedicare al fatto nemmeno un titolo. Troppo doloroso processare il premier Pedro Sánchez, il «santino» del Nazareno, il modello che Elly Schlein contrappone costantemente a Giorgia Meloni. Proprio quel Pedro che si è distinto per aver riconosciuto lo Stato di Palestina e per aver premiato, giusto la settimana scorsa, Francesca Albanese, l'eroina con la kefiah. Ora l'incredibile corto circuito: dall'altare alla cenere, come un pallido Ben Gvir del Mediterraneo. Una beffa in piena regola, della serie chi poteva immaginarselo? Allora molto meglio ignorare. Non si scriva nulla, non si commenti: i fatti di Bilbao devono semplicemente scomparire. Anche perché, nel frattempo, migliaia di persone hanno sfilato a Madrid per chiedere le dimissioni del primo ministro socialista, travolto dalle accuse di corruzione all'interno del suo entourage. I manifestanti, sventolando le bandiere nazionali, esponevano un grande striscione: «La corruzione ha un prezzo. Basta impunità. Elezioni ora». È lo strano destino del premier spagnolo, che riesce a rimanere un «faro» solo per i progressisti di casa nostra, che naturalmente oscurano anche questa notizia. La protesta nella capitale è proseguita contro il caro-affitti che sta escludendo gli spagnoli dal mercato immobiliare, mentre le inchieste giudiziarie per traffico di influenze sfiorano persino il suo predecessore, José Luis Rodríguez Zapatero. Da domani Sánchez sarà a Roma in udienza dal Papa e per incontrare a Palazzo Chigi Giorgia Meloni. Sarà l'occasione giusta per un chiarimento con i leader di Pd, Avs e M5S? Difficile, visto che il doppio pesismo non si ferma a Madrid. Succede ad Atene, fanno ritorno a casa gli attivisti greci e sono subito scaramucce con la Polizia, come scrive il ministero degli Esteri di Israele. Puntuale parte la scomunica del dem Arturo Scotto, nessun riguardo per il paese ellenico: «Sono il punto debole della sovranità europea». La Spagna? Cancellata. Per il campo largo è il momento di sdraiarsi sul lettino dello psicanalista. Diagnosi: shock da realtà.
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