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"Crollata l'aura di supereroe che si è costruito", Paragone affonda Ranucci
Oggi 19-08-26, 09:24
Sigfrido Ranucci è tornato a parlare in pubblico, e lo ha fatto rivendicando un ruolo: quello della vittima di "un attacco vergognoso". Sono trascorsi dieci mesi dall'autobomba che gli ha distrutto l'auto sotto casa e, nel frattempo, c'è stato l'arresto di Valter Lavitola, che ha confessato di essere il mandante dell'attentato. A poca distanza, da un altro studio televisivo, il giornalista Gianluigi Paragone ha rivendicato il diritto di non crederci fino in fondo, smontando pezzo per pezzo, nell'ultima puntata di "4 di sera" su Rete 4, la narrazione costruita attorno al volto di “Report”. Ne è nato uno scontro che ormai si combatte più sulle parole che sui fatti. Non ha usato mezzi termini, Paragone. Il conduttore di “Report”, dice, si sarebbe messo in scena accostandosi a martiri della lotta alla mafia e al terrorismo: "A un certo punto si paragona a Moro, Borsellino, Falcone, Piersanti Mattarella, mette tutto insieme ed esce fuori questa specie di supereroe". E se davvero fosse un supereroe, insiste Paragone con un paradosso tagliente, "non dovrebbe neanche più condurre una trasmissione come ‘Report', perché ormai è troppo poco per Ranucci, uno che ormai vola talmente alto…". Il bersaglio, però, non è solo simbolico. Paragone prova a smontare il metodo, immaginando come sarebbe stata trattata la vicenda se al centro non ci fosse stato il conduttore stesso: niente inchiesta giudiziaria seguita passo passo come farebbe la squadra di “Report” su un caso qualunque, ma "il grande segugio del giornalismo italiano" avrebbe piuttosto ripercorso quello che era il frutto delle sue stesse inchieste giornalistiche: l'eolico, la finanza, la sanità, l'estrema destra, fino a tirare in ballo, in commissione Antimafia, i servizi segreti e Fazzolari. E c'è un passaggio che a Paragone sembra pesare più di tutti: quando gli inquirenti sono andati a stringere il cerchio attorno a Lavitola, la reazione attribuita a Ranucci sarebbe stata di scetticismo aperto: "No, ma state scherzando, stanno prendendo una topica incredibile". Sull'altro fronte, la linea di Ranucci resta compatta e volutamente sobria sul piano giudiziario. "Dell'inchiesta non parlo per rispetto dei giudici", ripete, rimandando ogni chiarimento ai magistrati e riservando le sue parole più dure non al merito dell'attentato ma al modo in cui la sua figura e i costi della trasmissione sono stati raccontati da certa stampa. Resta, sullo sfondo, una domanda che va oltre le simpatie politiche di chi la pone: quanto della retorica dell'eroe sotto attacco è legittima autodifesa di un giornalista che ha davvero ricevuto minacce concrete, e quanto invece rischia di diventare uno scudo che sottrae la vicenda a un esame più severo? Tra chi accusa Paragone di cinismo verso una vittima e chi accusa Ranucci di essersi costruito un'aura intoccabile, il confronto, più che sui fatti, si gioca ormai sulle parole.
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