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Ecco gli stati generali della Lazio. Mazzolani: vogliamo riflettere sul futuro del nostro amore
Oggi 25-06-26, 07:45
Ringrazio il Direttore per ospitare in questa interessante Agorà, accanto alle lettere di personaggi illustri e profondamente legati al mondo Lazio, anche quelle di tifosi comuni come me, che seguo la squadra biancoceleste da circa 50 anni. Proprio l'amore per questi colori mi ha spinto, insieme ad altri sei amici accomunati dalla stessa passione, a promuovere e organizzare un convegno che si terrà l'11 luglio al teatro Manzoni a due passi da via di Col di Lana e che sarà dedicato a una riflessione sul futuro della nostra amata Lazio. Noi laziali non siamo tifosi viziati. Non siamo cresciuti nella convinzione che vincere sia un obbligo e non abbiamo mai preteso che la nostra squadra dominasse il calcio italiano. Anche se in pochi e indimenticabili casi è successo. Sappiamo bene cosa significhino le sconfitte, le stagioni difficili, i tradimenti e le attese interminabili. Proprio per questo, però, sappiamo anche riconoscere il rispetto quando esiste e percepirne la mancanza quando viene meno. Nel corso della nostra storia abbiamo avuto pochi, straordinari presidenti vincenti come Sergio Cragnotti e Umberto Lenzini, ma anche uomini che non hanno raggiunto alcun trofeo come Gian Chiarion Casoni, o una Coppa Italia, come Ugo Longo, ma che sono stati amati perché hanno rappresentato la Lazio con eleganza, stile e senso delle istituzioni. Nessuno di loro avrebbe mai apostrofato i tifosi nel modo in cui lo ha fatto Claudio Lotito. Mai avrebbero definito il patrimonio storico della Lazio come ‘sta cazzo di storia'. Né avrebbero collezionato nel corso degli anni, promesse puntualmente disattese: dall'Academy Bob Lovati annunciata più volte e mai realizzata, ai campioni evocati con solennità durante le campagne estive e mai approdati a Formello, senza che nessuno ne chiedesse conto. Non avrebbero perseverato, con un'insistenza quasi maligna, nell'affidarsi a personaggi estranei al mondo Lazio. Impensabile, inoltre, che si potessero rivolgere a un allenatore dandogli del cretino, dopo averlo descritto, solo pochi mesi prima, come uno dei tecnici più ricercati sul mercato. E difficilmente avrebbero risposto alle telefonate di tifosi, o presunti tali, con l'aggressività che abbiamo più volte ascoltato. Nel corso dei suoi 23 anni la presidenza Lotito ha ottenuto qualche successo, questo va riconosciuto, ma questi non possono diventare una giustificazione permanente per qualsiasi atteggiamento o dichiarazione. Ero presente, lo scorso febbraio, alla conferenza stampa di presentazione del progetto dello Stadio Flaminio. Quando il presidente lesse una lettera nella quale, tra l'altro, parlava di una possibile riconciliazione con i tifosi, pensai che avesse finalmente compresola necessità di ricostruire un rapporto ormai profondamente compromesso. Ma, una volta abbandonato il testo scritto, è riemersa la sua vera indole e, con essa, una concezione della Lazio che continua a lasciare sgomenti molti di noi. L'idea che la Lazio coincida con Claudio Lotito non è soltanto sbagliata: è profondamente estranea alla storia del nostro club. In quella stessa occasione, parlando del progetto di riqualificazione dello Stadio Flaminio, Lotito arrivò persino a dichiarare di voler rendere la Lazio immortale. Un'affermazione suggestiva, certamente, ma che tradisce ancora una volta una visione personalistica della società. La Lazio, presidente, è già immortale. Lo è dal 1900, grazie alle generazioni di tifosi, dirigenti, atleti e uomini che ne hanno custodito la storia ben prima del suo arrivo e continueranno a farlo anche dopo. La vera domanda non è come rendere immortale la Lazio, ma come renderla più grande, più competitiva, più ambiziosa. Perché una società che si definisce immortale dovrebbe prima di tutto dimostrare di voler crescere, investire, competere ai massimi livelli e coltivare sogni all'altezza della propria tradizione. Ho due figli, di 21 e 18 anni, cresciuti nell'amore che ho trasmesso loro per questi colori. Hanno ereditato da me la passione per la Lazio, la gioia delle vittorie e l'amarezza delle sconfitte. Oggi soffrono per la rinuncia allo stadio, ma condividono le ragioni della protesta nei confronti di questa presidenza, come la stragrande maggioranza dei tifosi. E questo, mi creda, è uno dei pensieri che più mi rattrista. Perché il calcio dovrebbe unire le generazioni, non allontanarle dalla loro squadra del cuore. Lo scorso maggio, alla vigilia dell'ultimo derby, ho provato una fitta al cuore, al limite della commozione, quando, varcato il cancello di casa, ho visto un bambino con la sua maglia del cuore: quella della Lazio. Mi è sembrata un'apparizione, circondati come siamo dai tifosi dell'altra squadra della capitale. Ho pensato a quante generazioni di tifosi stanno soffrendo in questo momento e quanti ragazzi rischiamo di perdere a causa dell'assoluta e imperdonabile mancanza di ambizioni sportive da parte di questa presidenza. A questo punto, presidente, mi sento di rivolgerle una domanda: in che modo desidera essere ricordato dal popolo laziale? Come il presidente che, pur avendo avuto il privilegio di guidare la Lazio per oltre vent'anni, è riuscito a farsi detestare da una parte così ampia della propria tifoseria? La storia di un dirigente non è fatta soltanto di bilanci, di risultati o di infrastrutture. È fatta anche del rapporto umano e sentimentale costruito con il proprio popolo. E quando quel legame si spezza, nessun successo passato può bastare a ricomporlo. Vorrei infine esprimere una speranza. In queste settimane, sulle pagine di questa Agorà, si sono avvicendati ex dirigenti, ex calciatori, giornalisti, intellettuali e tifosi che hanno dedicato alla Lazio una parte importante della loro vita. Persone diverse per esperienze, sensibilità e opinioni, ma accomunate dall'amore per questi colori. Molti di loro, con toni e argomentazioni differenti, hanno rivolto al presidente un invito preciso: riflettere veramente sull'opportunità di fare un passo indietro per il bene della Lazio e di comprendere che, a volte, il gesto più grande che un dirigente possa compiere è comprendere quando il proprio ciclo è giunto al termine. Mi auguro sinceramente che Lotito voglia ascoltare queste voci. Non sarebbe un segno di debolezza, ma di saggezza e di amore autentico per la nostra storia.
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