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Flotilla lascia il mare e cerca sponde in Turchia. Altro che aiuti umanitari
Oggi 17-07-26, 11:02
La Flotilla avrebbe capito che la Striscia di Gaza non è raggiungibile via mare e quindi cambia strategia. Dopo i fermi in acque internazionali e i blocchi israeliani alle missioni, la galassia del Global Movement to Gaza sarebbe in fase di riconversione della propria strategia: meno penetrazione marittima diretta, più rotte terrestri, hub portuali, triangolazioni logistiche e canali commerciali. Secondo fonti de Il Tempo, Thousand Maddlens to Gaza, movimento collegato alla galassia del Global Movement to Gaza (TMTG), riterrebbe attualmente non percorribile l'opzione di forzare via mare l'ingresso nella Striscia degli aiuti alla popolazione palestinese e starebbe valutando l'utilizzo di scali libanesi come Tripoli e Sidone, sfruttando rotte commerciali presentate come umanitarie. Il cambio di passo nasce dal fallimento delle missioni marittime e di quella terrestre che prevedeva il passaggio da Libia e Egitto per raggiungere il valico di Rafah. Da qui l'idea di sfruttare il corridoio mediorientale, che passa per Turchia e Giordania, che dovrebbe diventare il fulcro operativo del nuovo sistema. La Turchia sarebbe considerata una sorta di retrovia logistica del Global Movement to Gaza dopo il rimpatrio degli attivisti Global Sumud Flotilla (GSF) fermati in mare. Nei porti di Marmaris e Antalya, dove si era concentrata la Flotilla, sarebbero rimasti materiali umanitari non imbarcati o respinti. Mentre a Gaziantep e Antakya opererebbero hub terrestri per carichi pesanti. Nella zona industriale di Gaziantep-Baspınar sarebbe stato individuato un sito di stoccaggio a lungo termine per beni non deperibili e attrezzature mediche e ad Antakya un deposito leggero di transito verso la frontiera siriana. Nell'area aeroportuale di Iskenderun, invece, un magazzino doganale temporaneo per materiali scaricati o non imbarcati dal naviglio minore della Flotilla. E dalla Turchia opererebbe anche il quartier generale di Hamas. La Giordania avrebbe un ruolo ancora più sensibile. Da lì, direttivi locali di TMTG e GSF monitorerebbero con sistemi Gps commerciali i camion destinati agli aiuti per Gaza e punterebbero a inserirli, attraverso un meccanismo doganale «sincronizzato», all'interno di convogli già autorizzati della Jordan Hashemite Charity Organisation. L'obiettivo sarebbe sfruttare canali ufficiali verso i varchi stradali controllati di Shalom e King Hussein Bridge, nell'area di South Shuna. Proprio la complessità dei controlli giordani avrebbe spinto il movimento a studiare direttrici di riserva attraverso Libano e Siria, compresa l'asse autostradale M5, monitorato per eventuali trasporti verso il Levante. Altro capitolo riguarda i canali finanziari. Secondo le informazioni raccolte da Il Tempo, la TMTG utilizzerebbe portafogli digitali non custoditi per muovere fondi in Usdt (la stablecoin ancorata al dollaro usata nei circuiti crypto) e coprire spese correnti di carburante, manutenzione e approvvigionamento, sottraendo le transazioni al circuito bancario ordinario. Inoltre, sarebbe in discussione anche l'acquisto di scafi commerciali obsoleti e rimorchiatori fuori servizio, da intestare a prestanome o piccole società nautiche di comodo e impiegare come «vettori pesanti». Si valuta anche l'uso di comunicazioni radio più difficili da intercettare, da impiegare nelle fasi più delicate di eventuali azioni di disturbo contro navi commerciali legate a interessi militari israeliani. La rete avrebbe anche una sponda portuale europea tra Francia e Italia.
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