s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
Guerriglia di Chiomonte, ecco chi c'è dietro: Askatasuna tra propaganda e scontri
Oggi 30-07-26, 10:55
Basta una conferenza stampa per capire quanto sia cambiata la strategia comunicativa dei centri sociali. Come ha ricostruito il "Corriere della Sera", dopo la guerriglia di Chiomonte a presentarsi ai giornalisti non è stato un manipolo di violenti in passamontagna, ma una portavoce laureata all'estero, garbata, capace di parlare persino con le testate non allineate. Un'operazione d'immagine studiata a tavolino, che però non cambia la sostanza: dietro i comunicati curati e il linguaggio istituzionale c'è un movimento che gli inquirenti considerano responsabile della regia degli scontri con le forze dell'ordine. Non è la prima volta che l'estrema sinistra antagonista scopre il valore della comunicazione professionale: già negli anni delle occupazioni universitarie si era vista la stessa attenzione a costruirsi un volto presentabile per i media, salvo poi tornare, la sera dopo, agli slogan di sempre. Il dato che dovrebbe far riflettere chi minimizza il fenomeno è proprio questo: molti dei riferimenti storici di Askatasuna hanno già collezionato condanne o sono sotto processo, eppure il movimento non solo non arretra ma riesce a intercettare un numero crescente di giovani. Il recente Festival dell'Alta Felicità, con circa quarantamila presenze a Venaus, ne è la dimostrazione plastica: una generazione che si avvicina non tanto alla battaglia No Tav in sé, quanto alla retorica dello scontro con "uno Stato che reprime e uccide". Uno slogan che meriterebbe più di un distinguo da parte di chi dovrebbe vigilare sulla tenuta democratica dei territori, e che invece continua a circolare indisturbato tra le nuove generazioni, complice anche una certa distrazione delle istituzioni locali. C'è un aspetto che merita un'attenzione critica: la capacità organizzativa di questi gruppi, capaci di gestire logistica, sicurezza, cucine da campo e cartellone artistico con un'efficienza che sembrerebbe suscitare, secondo quanto riportato dal quotidiano di via Solferino, persino l'ammirazione di qualche funzionario della Digos. Un'efficienza che, se messa al servizio delle istituzioni, produrrebbe risultati notevoli; messa al servizio dell'antagonismo, produce invece eventi di massa difficili da controllare e potenzialmente utili a normalizzare la contrapposizione con lo Stato. Viene da chiedersi quante amministrazioni comunali, alle prese con sagre paesane o eventi patrocinati, riuscirebbero a mettere in piedi in poche settimane una macchina logistica di quelle dimensioni. Resta un punto che le autorità competenti dovrebbero chiarire senza indugi: come si finanzia realmente un evento di quella portata. Secondo il "Corriere" la raccolta fondi ufficiale si sarebbe fermata a poche migliaia di euro, una cifra palesemente incompatibile con i costi di un raduno da quarantamila persone. Una trasparenza sui finanziamenti che i centri sociali chiedono costantemente alla politica, ma che sembrano poi non applicare a sé stessi, un doppio standard che meriterebbe più di un'interrogazione parlamentare, viste anche le recenti polemiche sulla tracciabilità dei fondi ai movimenti antagonisti in altre città italiane. Tra i nomi che ruotano attorno al movimento ci sono un filosofo indicato come ideologo, un volatile sempre in prima fila nei cortei megafono alla mano, e altre figure storiche, tra cui un esponente sottoposto a sorveglianza speciale. Il movimento continua a proclamarsi orizzontale, senza leader, ma la sostanza - al netto della propaganda - resta quella di sempre: gli stessi ambienti, le stesse regie, semplicemente più abili a comunicare. Il punto più serio è che Askatasuna avrebbe ormai fagocitato l'intero movimento No Tav, diventandone di fatto la cabina di regia occulta. Gli inquirenti indicherebbero proprio in questo centro sociale l'origine della guerriglia di Chiomonte, mentre il "blocco nero" arrivato dall'estero agiva coperto dalle grida di solidarietà dei vecchi leader storici, inclusa un'ottantenne già passata dal carcere che ormai non teme più alcuna conseguenza giudiziaria. Un quadro che dovrebbe allarmare chi ha responsabilità di ordine pubblico, tanto più che il movimento ha già annunciato nuovi appuntamenti: un presidio a Susa con la partecipazione di sigle anarchiche, e una mobilitazione a settembre a Torino contro il riarmo, altro tema caro alla galassia antagonista. Uno dei paradossi più amari riguarda gli effetti dello sgombero dei locali occupati in corso Regina Margherita: lungi dall'indebolire il movimento, la perdita della sede avrebbe reso Askatasuna più aggressivo e più attivo su più fronti, libero da quel minimo di responsabilità istituzionale che la gestione di uno stabile comunale imponeva. Nel frattempo, la vigilanza sull'immobile sgomberato è costata la cifra monstre di 5,5 milioni di euro in sei mesi secondo i sindacati di polizia: soldi pubblici spesi per presidiare un problema che lo sgombero avrebbe dovuto risolvere e che invece, di fatto, resta aperto. È il paradosso tipico di certe politiche securitarie fatte a metà: si sgombera per placare l'opinione pubblica, salvo poi scoprire che il conto, alla fine, lo paga sempre il contribuente. Non stupisce, infine, che nemmeno i partiti della sinistra radicale riescano a stabilire un dialogo con Askatasuna. I tentativi di apertura da parte di esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra sarebbero stati respinti al mittente: il movimento non avrebbe alcun interesse a legittimare la politica istituzionale, che anzi dichiara di disprezzare insieme al "politicamente corretto". Un antagonismo che si muove su binari propri, sempre più autonomo, sempre più forte, mentre le istituzioni - salvo la spesa per la vigilanza - sembrano assistere senza una strategia capace di arginarlo davvero.
CONTINUA A LEGGERE
3
0
0
