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Hezbollah, Carc e Iran: i sostenitori in Italia del manifesto islamico
Oggi 26-05-26, 10:18
Docenti universitari, ambasciatori, giornalisti, esponenti di primo piano di Hezbollah e rappresentanti del fronte del «Dissenso» italiano. Il tavolo dei relatori del convegno «Capire l'Iran», che si è tenuto il 9 maggio a Roma organizzato dall'Asse antimperialista, contiene la chiave politica dell'intera giornata. Lo stesso convegno dove Hamza Piccardo, islamista e attivista di riferimento di varie associazioni musulmane in Italia ha esortato alla «resistenza» e definito le milizie di Hamas, la stessa Hezbollah e la Jihad Islamica in Palestina a «forme innovative di politica». La Palestina diventa Iran, Gaza Teheran e la presunta resistenza di un popolo diventa la resistenza di uno Stato. La categoria morale assorbe quella geopolitica. Il resto del convegno si muove dentro questa cornice. Sul palco non c'è un dibattito sull'Iran, ma una costruzione dell'Iran. Paese millenario, potenza assediata, civiltà ferita, nodo del mondo multipolare, argine all'imperialismo, cuore dell'Asse della Resistenza. Ne è portavoce Ali Fayyad, considerato tra i fondatori di Hezbollah, organizzazione designata terroristica da Usa Ue. In un video-saluto da Beirut, colloca l'iniziativa romana dentro una stessa trincea politica e morale. C'è anche l'ambasciatore della Repubblica islamica in Italia, Mohammad Reza Saburi, accolto con deferenza istituzionale e presentato come voce di un Paese sotto attacco. Il suo intervento indica l'Iran come centro geopolitico decisivo: «Esercitare influenza sull'Iran significa incidere direttamente sulle rotte del commercio mondiale», ha detto. Aggiungendo che «uno degli elementi più importanti della potenza dell'Iran è rappresentato dal suo capitale umano». La tesi si allarga con Angelo d'Orsi, storico del pensiero politico, che legge la guerra come «un tornante nella storia contemporanea». L'Iran non sarebbe un fronte regionale, ma il punto in cui l'Occidente misura il proprio declino. Gli Stati Uniti perdono il rango di superpotenza, Israele mostra le sue fragilità, l'Iron Dome «non è quello scudo impenetrabile». Alberto Bradanini, già ambasciatore in Iran e in Cina, porta il discorso sul terreno diplomatico. Per lui «gli Usa perseguono un'agenda imperiale». La questione nucleare è «un pretesto» e l'Iran diventa il Paese che non cede, non abbandona gli alleati, non accetta l'ordine unipolare. Poi è la volta di Patrizia Cecconi, che sul sito dei Carc, Partito dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, è descritta come «compagna», «sociologa, giornalista e storica esponente del movimento di solidarietà con la Palestina» con «esperienza di militante internazionalista, da sempre al fianco della causa palestinese». Cecconi ritiene che la Repubblica islamica non nasce come accidente clericale, ma come esito di una lunga richiesta di indipendenza. E poi Franco Cardini, medievista: «Io come europeo non mi sento occidentale». Filippo Dellepiane e Hanieh Tarkian, studiosa italo-iraniana, docente di Studi islamici e analista di geopolitica, presenta l'Asse della Resistenza come fronte spirituale e politico, non come rete tattica: «La resistenza non farà un solo passo indietro». L'Iran che ne esce non è la Repubblica islamica delle prigioni, delle condanne politiche, delle donne punite, dei dissidenti schiacciati, delle impiccagioni. È una civiltà assediata e un popolo resistente. A chiudere è Moreno Pasquinelli, moderatore del dibattito e dirigente politico dell'area antimperialista, coinvolto in un'inchiesta del 2004 con l'accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale, vicenda poi chiusa con scarcerazione e proscioglimento. Se ci si mobilita per la Palestina e poi, davanti all'aggressione al «punto focale della resistenza antimperialista», non si difende l'Iran, allora non si è capito il conflitto perché «dall'Iran dipende il nostro destino anche di noi italiani se vogliamo riacquistare la sovranità». Gli arrestati, gli impiccati, i perseguitati per dissidenza politica in Iran, però, restano fuori dal palco. A dimenticarli sono quelli che per la stessa libertà di espressione che consente in Italia questo dibattito pubblico (il video del convegno è disponibile su YouTube), in Iran potrebbe finire in una cella, su un patibolo o sotto terra.
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