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Il freno nascosto del cancro al seno: cosa ha scoperto la ricerca italiana
Oggi 05-05-26, 17:43
C'è un momento preciso in cui un tumore smette di essere una massa localizzata e diventa un pericolo sistemico. È quando le sue cellule imparano a muoversi, a infiltrarsi nei tessuti circostanti, a colonizzare organi lontani. Ed è proprio in questo meccanismo di invasione, che che un gruppo di ricercatori italiani ha trovato qualcosa di importante. A marzo 2026, sulla rivista scientifica Cell Death & Disease, il team del CNR-IEOMI di Napoli, l'Istituto degli endotipi in oncologia, metabolismo e immunologia del Consiglio nazionale delle ricerche, ha pubblicato uno studio che identifica per la prima volta una funzione inedita di una proteina chiamata Shp1. Questa è una proteina già conosciuta in oncologia, ma non è mai stata studiata in questo contesto specifico: la sua capacità di agire come un vero interruttore molecolare per bloccare i segnali che rendono aggressivo il tumore al seno. Il nemico invisibile: l'interleuchina 8 Per capire la portata della scoperta, bisogna parlare di un protagonista meno celebre ma estremamente pericoloso: l'interleuchina 8, o IL-8. L'IL-8 non è una cellula tumorale, nè è un gene mutato. È una proteina prodotta nell'ambiente che circonda il tumore, quello che in biologia si chiama microambiente tumorale, e che agisce come un segnale chimico, come un messaggio che il tumore invia alle proprie cellule affinchè questo si espandi. Quando i livelli di IL-8 sono elevati, le cellule cancerose diventano più capaci di penetrare nei tessuti, di stimolare la formazione di nuovi vasi sanguigni (l'angiogenesi, che nutre il tumore), e di innescare quel processo temuto che porta alle metastasi. Ciò rappresenta uno dei meccanismi chiave attraverso cui i tumori al seno più aggressivi diventano difficili da trattare. IL-8 trasmette il proprio segnale legandosi a un recettore specifico sulla superficie delle cellule tumorali, chiamato CXCR2. Questo agisce come una chiave che entra in una serratura: il legame attiva una cascata di reazioni all'interno della cellula, che alla fine si traduce in comportamenti più invasivi. Per anni, gli scienziati hanno cercato di capire come interrompere questo circuito. Lo studio del CNR-IEOMI ha trovato qualcosa di meglio: ha scoperto che la cellula stessa possiede già un meccanismo per farlo. La proteina che fa da freno La proteina “Shp1” non è una scoperta recente, anzi. È già nota in letteratura per le sue funzioni oncosoppressive, quindi per la sua capacità di contrastare la crescita tumorale. Il suo ruolo era già stato associato a migliori esiti clinici in diversi tipi di cancro, incluso il tumore al seno. Ma nessuno aveva mai dimostrato con precisione come agisse in questo contesto specifico, quello della segnalazione mediata da IL-8. Il team del CNR-IEOMI di Napoli ha colmato questa lacuna con una descrizione molecolare di notevole dettaglio. Quello che hanno scoperto è che Shp1 controlla direttamente la stabilità di CXCR2, il recettore di IL-8. Quando Shp1 è attiva e funzionante, riesce a mantenere sotto controllo i livelli di questo recettore sulla superficie cellulare, limitando la capacità di IL-8 di trasmettere il proprio segnale pro-invasivo, riducendo il numero di volte in cui la "chiave" (IL-8) può agire per far espandere il tumore. La catena di eventi, ricostruita dai ricercatori, funziona come un domino. IL-8 si lega al suo recettore sulla superficie della cellula tumorale e, facendo così, dà il via a una serie di reazioni a cascata che finiscono per disattivare Shp1, il freno, e contemporaneamente per distruggere il recettore stesso. Detto in modo diverso: il segnale si autoesaurisce, ma solo dopo aver tolto di mezzo il suo principale ostacolo. È un sistema di controllo che, in condizioni normali, servirebbe a evitare una stimolazione eccessiva. Il problema è che nei tumori più aggressivi questo meccanismo si inceppa: Shp1 rimane cronicamente silenziata, il recettore non viene mai davvero eliminato e il segnale invasivo continua a girare senza che nessuno lo spenga. Il paradosso molecolare: il tumore che si autoregola Qui la storia si fa ancora più interessante — e più complessa. Perché questo meccanismo ha una natura bidirezionale che rivela quanto il cancro sia, in certa misura, capace di autoregolarsi. Il tumore, attraverso IL-8, ha la capacità di disattivare il proprio freno naturale. È un loop di feedback in cui la proteina invasiva e quella protettiva si contendono il controllo. In condizioni normali, o in tumori meno aggressivi, Shp1 prevale. In tumori con un microambiente ricco di IL-8, è quest'ultima a prendere il sopravvento, eliminando progressivamente il freno e lasciando alle cellule tumorali campo libero per migrare e invadere. Alessia Varone, ricercatrice del CNR-IEOMI e autrice corrispondente dello studio, ha descritto questo meccanismo come "una modalità del tutto nuova con cui le cellule tumorali regolano il segnale di IL-8, controllando la stabilità del suo recettore". E la coautrice senior Daniela Corda ha aggiunto che agire su questo punto potrebbe "rappresentare una strategia innovativa per contrastare i tumori più aggressivi". Dalla ricerca di base alla clinica: il salto ancora da compiere È fondamentale chiarire unan cosa: questo studio non è una cura. Non è nemmeno un farmaco in fase sperimentale. È una ricerca di base, che mira alla comprensione del meccanismo. Ed è esattamente da qui che nascono le terapie del futuro. Il valore di una scoperta come questa si misura su due livelli. Il primo è il contributo alla conoscenza: identificare dove e come il cancro regola la propria aggressività è informazione preziosa, che riempie un vuoto rimasto aperto nella biologia del carcinoma mammario. Il secondo livello è sulla sua applicazione. Lo studio suggerisce che la proteina Shp1 potrebbe diventare sia un marcatore diagnostico, quindi un indicatore della gravità della malattia, misurato su biopsie o campioni tumorali, sia un bersaglio terapeutico su cui sviluppare molecole in grado di potenziarne l'attività, o di proteggerla dall'inibizione da parte di IL-8. Non è un caso che la ricerca sia stata condotta in collaborazione con Dompé farmaceutici S.p.A.: la presenza di un partner industriale in uno studio di questo tipo accelera il percorso dalla scoperta alla possibile applicazione clinica. Perché è importante seguire questa notizia Il tumore al seno è il cancro più diagnosticato al mondo nelle donne. In Italia, secondo i dati AIOM, ogni anno si contano circa 55.000 nuove diagnosi. Negli ultimi decenni, la sopravvivenza è migliorata enormemente grazie all'early detection e ai progressi terapeutici — ma non per tutte le pazienti nella stessa misura. Per quelle con tumori triplo negativi o in stadio avanzato con metastasi, le opzioni rimangono ancora insufficienti. Ogni studio che svela un meccanismo molecolare nuovo, un nuovo punto di vulnerabilità nel sistema di comunicazione del tumore, apre una porta. Non la spalanca di colpo, ma la schiude quel tanto che basta perché i ricercatori successivi possano entrarci, esplorare, costruire. Quello del CNR-IEOMI è uno di questi studi: solido nel metodo, preciso nella descrizione, con implicazioni cliniche che meritano attenzione anche al di là dei comunicati stampa. Fonte primaria: Monti M. et al., "Shp1 phosphatase regulates CXCR2 protein stability and IL8-mediated invasiveness in breast cancer", Cell Death & Disease, 2026. DOI: 10.1038/s41419-026-08516-4 https://www.nature.com/articles/s41419-026-08516-4
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