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Il generale Petraeus: “In Iran la sfida è sul controllo dei flussi energetici. L'Ucraina? Lì si anticipa il futuro della guerra”
Oggi 29-08-26, 08:20
«Gli Stati Uniti continueranno a essere il leader del mondo libero, ma anche gli alleati dovranno prendere nuove responsabilità». È questa la tesi di David Petraeus, generale a quattro stelle dell'esercito statunitense, già comandante delle forze USA in Iraq e Afghanistan, ex comandante dello U.S. Central Command ed ex direttore della CIA, ora Chairman del KKR Global Institute, che con Andrew Roberts ha ripercorso quasi ottant'anni di dinamiche belliche nel suo ultimo "L'arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del Nazismo al conflitto in Ucraina" (UTET). Nel suo libro analizza quasi ottant'anni di guerre. Qual è la lezione principale da riscoprire? «L'importanza della leadership strategica. Chi è al vertice deve avere la strategia giusta. E purtroppo spesso nella storia americana non ci siamo riusciti, o ci siamo riusciti troppo tardi. In Vietnam ci vollero tredici anni e, quando la trovammo, avevamo ormai perso il sostegno sul fronte interno. In Iraq, prima del surge, la nostra strategia era stata invalidata dalla guerra confessionale tra sunniti e sciiti. Il surge non fu soltanto un aumento delle truppe, ma soprattutto un surge di idee che ci permise di passare dal "clear and leave" al "clear and hold": liberare un'area, restarvi, proteggerla e solo dopo trasferirla alle forze irachene». E come elaborare la strategia giusta? «È necessario capire la natura della guerra e affrontarla per ciò che è. Clausewitz lo aveva compreso. Una guerra non deve essere conclusa solo perché viene definita "infinita", se è sostenibile. Pensiamo al caso afgano. In Afghanistan non avevamo perso un soldato in combattimento negli ultimi diciotto mesi e spendevamo circa 25 miliardi su un bilancio della difesa di 850. Inoltre le forze afghane dipendevano dagli elicotteri e dai contractor occidentali. Impiegammo anni per trovare la strategia giusta, per poi ritirarci seguendo più le necessità politiche di Washington che di quelle afgane. E il prezzo di questo errore è visibile a tutti». La seconda grande lezione? «Comprendere l'importanza delle trasformazioni tecnologiche. In Ucraina la guerra cambia più rapidamente delle nostre istituzioni militari. Gli ucraini utilizzano circa 10.000 droni al giorno, ma non sono soltanto i droni: ci sono piattaforme come Delta e sistemi sempre più autonomi. Vedremo mezzi nei quali il pilota saranno l'algoritmo a bordo e forme di intelligenza artificiale capaci di decidere e impartire istruzioni. Questo impone di cambiare forze, addestramento e mezzi. Per questo dobbiamo elaborare un nuovo concetto di guerra e cambiare la struttura della nostra proiezione militare. Due anni e mezzo fa in Ucraina vedevamo ancora la guerra ad armi combinate (dai carri alla fanteria). Oggi molte di queste formazioni non riescono più a sopravvivere nello stesso modo. Tanto che i russi sono spesso ridotti a piccoli gruppi sotto la costante presenza dei droni e sostengono più di mille tra morti e feriti al giorno». Secondo alcuni le grandi potenze sembrano talvolta incapaci di trasformare la superiorità militare in vittoria politica. Lei che ne pensa? «Starei attento a generalizzare. Con il surge, distruggemmo al-Qaeda in Iraq, sconfiggemmo gli insorti sunniti e le milizie sciite sostenute dall'Iran. Per tre anni e mezzo la situazione continuò a migliorare. Furono poi decisioni settarie del governo iracheno, alla fine del 2011, a riaprire la frattura sunnita-sciita e a creare le condizioni per il ritorno dello Stato Islamico. Anche nella Guerra del Golfo, in Bosnia e in Kosovo le grandi potenze hanno raggiunto i loro obiettivi. Ma è pur vero che attori piccoli possono produrre effetti strategici enormi con mezzi asimmetrici». È ciò che sta accadendo con l'Iran? «Sì. L'Iran ha mostrato quanto possano essere efficaci numeri limitati di droni, missili e razzi. Teheran ha costretto gli Stati Uniti a modificare l'uso delle basi e ha compreso soprattutto il valore dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa normalmente circa il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota analoga del GNL. L'Iran ha capito che chi condizione quei traffici dispone di una capacità di distruzione enorme quasi equivalente sul piano strategico a ciò che cercava attraverso il programma nucleare». Come vede l'evoluzione della guerra in Iran? «Il conflitto è ancora lontano dalla conclusione. Siamo in una fase di confronto di volontà. I leader iraniani pensano di poter resistere più a lungo di Trump nonostante il rial ai minimi, l'inflazione, la disoccupazione e un'economia fortemente sotto pressione. Molto dipenderà dai flussi energetici. Se il corridoio del Central Command attorno all'Oman farà uscire abbastanza greggio, se Emirati e sauditi continueranno a esportare via Fujairah e Yanbu e calerà la domanda globale, soprattutto cinese, il Brent potrebbe scendere. A quel punto diminuirebbe anche la pressione politica su Trump ridefinendo le sorti del conflitto. Le richieste iraniane restano però difficilmente accettabili: revoca delle sanzioni, riparazioni, scongelamento delle riserve e controllo dello Stretto. Non vedo una convergenza nel breve termine». Oggi però una parte dell'America è più scettica sul proprio ruolo nel mondo. Gli Stati Uniti stanno andando verso l'isolazionismo? «Non credo. Continuerà il dibattito su quanto gli Stati Uniti debbano farsi carico degli oneri nel mondo, ma non definirei ciò isolazionismo. Clinton, Bush, Obama, Trump e Biden hanno tutti chiesto agli europei di fare di più per la propria difesa. Oggi sia per la minaccia della Russia di Putin che per le pressioni di Trump gli europei lo stanno progressivamente facendo. E ciò sarà un vantaggio per entrambe le sponde dell'Atlantico. Anche perché gli americani non vogliono abbandonare le loro alleanze, ma di distribuire le loro responsabilità». Dunque una NATO più equilibrata, non una separazione tra Europa e Stati Uniti? «Esatto. Nel Congresso e nella popolazione americana esiste ancora un sostegno molto forte alla NATO. Gli europei devono assumersi una parte maggiore dell'onere, male forze armate statunitensi rimangono fondamentali. Senza intelligence, comando e controllo, aerei stealth, bombardieri e altre capacità americane, la NATO sarebbe molto più debole. Se un giorno l'Ucraina potrà entrare nella NATO, la situazione cambierà molto. Poiché sta combattendo il principale avversario dell'Alleanza e si sta preparando prima degli altri alle guerre del futuro». Come valuta la posizione della Russia? «Le difficoltà stanno aumentando. L'Ucraina non contiene soltanto i russi sul fronte, ma conduce una campagna strategica contro raffinerie e infrastrutture logistiche all'interno della Federazione. Ci sono difficoltà nell'approvvigionamento di carburante e la campagna per isolare la Crimea. Quella penisola potrebbe passare da gioiello della corona di Putin a un peso strategico e ciò genererebbe ricadute significative per i russi in politica interna». Che significato attribuisce al rapporto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia? «È presto per capirne la portata. Arabia Saudita e Pakistan hanno da tempo una relazione molto stretta. L'ingresso della Turchia aggiunge una nuova dimensione. Nella Penisola Arabica, come altrove, si cerca di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Ma questa alleanza non sembra ancora essersi tradotta in una vera capacità operativa comune». Lei ha attraversato l'era neoconservatrice di Bush e quella liberal-interventista di Obama. Cosa resta dei grandi disegni di quella stagione? «Sono stati temperati dall'Iraq, dall'Afghanistan e da altre esperienze. Ne è derivata una maggiore cautela verso l'overreach, ed è anche ciò che ha permesso a Trump di promuovere il concetto di America First. Ma Washington non ha rinunciato al proprio ruolo globale. Resta la convinzione che la NATO sia essenziale, che gli alleati abbiano valore e che gli Stati Uniti debbano sostenere i propri principi però senza spingersi troppo oltre». La Cina resta sullo sfondo. Taiwan potrebbe diventare la prossima crisi da affrontare? «Dobbiamo preoccuparci di questa eventualità. Per impedirla serve una deterrenza solida nell'Indo-Pacifico collaborando con gli alleati nella regione. Gli avversari devono valutare correttamente le nostre capacità e la nostra volontà di impiegarle, mentre noi dobbiamo rafforzarle senza essere inutilmente provocatori. Anche perché una guerra tra le due maggiori economie del mondo sarebbe uno degli sviluppi più rovinosi immaginabili».
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