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Il manifesto No Tav per una nuova struttura clandestina
Oggi 17-08-26, 13:18
Assaltare il cantiere, resistere alla polizia, trasformare lo scontro in legame e forza collettiva. È il messaggio di «Dopo luglio», il manifesto che rivendica gli attacchi del 25 luglio scorso contro il Tav in Val di Susa, nel quale si legittima la violenza come pratica politica e indica nella clandestinità la struttura del futuro movimento, capace di restituire fiducia e mostrare che l'autorità può essere affrontata. Non manca il riferimento a Gaza, usata come origine di una nuova generazione politica e come passaggio verso forme più radicali di conflitto. Il testo è privo di firma ed è stato pubblicato su un'istanza di HedgeDoc, l'editor collaborativo open source ospitato da Cisti.org. Si tratta di un server autogestito e radicale che si definisce «uno spazio digitale liberato, anticapitalista, antifascista, antirazzista e antisessista. Offre strumenti digitali a collettivi, movimenti e gruppi. Il progetto nasce nelle stanze dell'hacklab underscore di Torino. La gestione è attribuita a un «manipolo di creature hacker», senza nomi personali, redazione o organigramma pubblico. Elementi di clandestinità che aprono, di fatto, un nuovo capitolo nella lotta dei No Tav. Il manifesto, infatti, respinge le definizioni di devastazione e saccheggio, professionisti internazionali della violenza e minaccia terroristica. Anzi, rovescia l'accusa. La volontà di terrorizzare viene attribuita alla macchina «ideologica, poliziesca e governativa», accusata di voler fermare la generazione politicizzata nelle piazze per Gaza. Il messaggio della repressione, scrivono gli autori, è che «combattere per strada, resistere alla polizia» può costare caro. L'altro bersaglio è la sinistra. Il testo la accusa di addomesticare la protesta attraverso il richiamo alla responsabilità e avverte sul rischio di diventare «gli utili idioti della destra». «La sinistra è la principale responsabile», si legge. Una durezza che lascia emergere una frattura con un'area politica che non viene trattata come un avversario estraneo, bensì come un interlocutore percepito vicino in passato e ora accusato di essersi allineato alle versioni ufficiali e all'autorità. Quindi, la camionetta in fiamme, le pietre, le recinzioni superate e il cantiere danneggiato vengono descritti come il passaggio attraverso il quale giovani alla prima esperienza e militanti più navigati affrontano insieme il rischio e superano la paura. Ma non solo. Gli autori negano il culto della forza, ma attribuiscono allo scontro una funzione politica e organizzativa. Quanto accaduto il 25 luglio in val di Susa viene presentato come «la ritirata della polizia» che avrebbe consolidato la fiducia nel movimento, più di comunicati e programmi. E così, nel manifesto antagonista anche il Tav cambia funzione. Le ragioni ambientali, sanitarie, amministrative e infrastrutturali vengono definite vere ma accessorie. La Val di Susa diventa, quindi, il riferimento simbolico di una continuità della rivolta che parte il 3 luglio 2011, una delle più violente giornate della storia del movimento No Tav dove, secondo la lettura militante del manifesto, ci sarebbe stata la prima la ritirata delle forze dell'ordine. A quella giornata unisce gli scontri alla stazione centrale di Milano, il 31 gennaio a Torino, i disordini di Bologna dopo la morte di Fakhir e la resistenza contro l'Ice a Minneapolis. La stessa continuità viene cercata nei volti comparsi nelle piazze per Gaza e poi rimasti fuori da gruppi e collettivi. Questo "nuovo" movimento antagonista, di cui il manifesto pubblicato online è la presentazione, non sarebbe sostenuto dalla visibilità social, ma da una rete di rapporti, amicizie, ospitalità e risorse. Le minacce del governo contro chi offre vitto e alloggio ai manifestanti vengono lette come la prova dell'importanza di questa infrastruttura nascosta. E quindi, si consiglia di ridurre l'esposizione pubblica, scegliere quando apparire, approfondire i rapporti di fiducia e costruire una forza pro tetta dallo sguardo dello Stato, definita rete «accessibile senza essere visibile agli occhi del nemico».
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